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 2017  gennaio 29 Domenica calendario

Essere vivi è già un’impresa

Ottimo il profilo di Montale di Enrico Testa. Completo, agile, originale. Studioso e poeta, Testa ha composto un quadro preciso e brillante dell’opera di Montale, dall’esordio di Ossi di seppia (1925) ad Altri versi (1980). Scrivere di Montale è appassionante e insieme rischioso, tanta è la bibliografia e l’assodata canonizzazione scolastica, che lo fissa in alcuni cliché e lo ferma soprattutto ai primi fondamentali libri. C’è inoltre il diffuso pregiudizio, accompagnato dalla scarsa lettura, che il tardo Montale (così come accade per altri scrittori) sia un autore minore, invecchiato, sfibrato.
Se è vero che per lo più i grandi scrittori si vedono dalla giovinezza, dalla freschezza inventiva dei vent’anni (a cui non fa eccezione lo stesso Montale), è altrettanto vero che il loro percorso va seguito fino in fondo, perché le tonalità e le espressioni della vecchiaia sovente non sono meno creative e intense di quelle della gioventù e della maturità. Mi viene in mente Aldo Palazzeschi, non solo il vecchio Palazzeschi, ma pure quello sessantenne dei sorprendenti e dinamici Fratelli Cuccoli (1948), a torto sottostimati.
Enrico Testa prende in esame tutte le opere di Montale però il dato più rilevante è la specifica attenzione e valorizzazione del poeta anziano, quello dei libri degli anni Settanta, periodo che coincide con la consacrazione internazionale del “poeta laureato” con il premio Nobel del 1975 e con la monumentale Opera in versi curata da Gianfranco Contini e Rosanna Bettarini nel 1980. Testa afferma che «negli ultimi libri ci sono poesie che, pur mutati toni e impostazioni, nulla hanno da invidiare alle maggiori», mettendo in discussione «una convenzione interpretativa d’antica data e di inossidabile resistenza» che «non ha forse più ragion d’essere».
Testa pone in rilievo la vena colloquiale ed epigrammatica, teatrale e sarcastica dell’ultimo Montale, l’ostinato e complesso confronto con i vivi e con i morti, le glosse satiriche a eventi e personaggi contemporanei. La lucidità dei versi del Diario del ’71 e del ’72 e del Quaderno di quattro anni è illuminante, certo non rasserenante. Montale manifesta il proprio disincanto e accentua l’indole canzonatoria, poco propensa a qualunque fiducia nelle sorti progressive; ne scaturiscono versi di rigorosa chiarezza, che non tralasciano tuttavia di coltivare l’ambiguità dell’ironia e ogni possibile relativistico ribaltamento di valori.
A questo proposito Testa propone una personale scelta antologica, che include testi emblematici quali Il trionfo della spazzatura, Ho sparso di becchime il davanzale, Le piante grasse, Clizia nel ’34, in cui risaltano versi e dichiarazioni di sagace poesia, pungente denuncia, delusa e piccata umanità. È sufficiente la citazione di alcuni versi: «Essere vivi e basta / non è impresa da poco»; «Abbiamo / fatto del nostro meglio per peggiorare il mondo»; «le cose sono fatti e i fatti / in prospettiva sono cenere». L’originario e fondativo «male di vivere» montaliano non è esercizio accademico ed evolve in coscienza e disinganno amaro e tagliente, assumendo consistenza materiale. Montale scruta la storia e giudica i protagonisti del Novecento, seguendo le proprie inclinazioni dantesche e creando una sdegnata e dileggiante commedia. Non credo sia questione di inettitudine e di stizza letteraria ma di realismo esistenziale. Testa traccia un ritratto acuto ed equilibrato di Montale che abbraccia l’intero arco della carriera e dà un’idea mobile e articolata, non imbalsamata, del grande poeta ligure.
All’appropriata valutazione di Testa si può piacevolmente affiancare il libro Memorie scompagnate di Antonio Giusti, che offre ricordi vissuti di politici, industriali, artisti e scrittori tra cui spicca quello di Montale (al quale è riservata anche la bella copertina del volume). Giusti, classe 1932, conobbe Montale a Milano all’età di diciassette anni e ne nacque una simpatia immediata, siglata dalla condivisione di lunghe passeggiate notturne e dalla visione di Miracolo a Milano di De Sica. I due si incontrarono di nuovo una ventina d’anni dopo, nel 1970 (appunto l’epoca letteraria dell’“ultimo” Montale apprezzato da Testa), e Montale trascorse alcune “villeggiature” nella casa di Giusti a Forte dei Marmi, alternando frequentazioni popolari ispiratrici di poesia (la venditrice di lavanda Itala in Satura) ad altre colte e mondane, in primo luogo quella provocatoria di Carmelo Bene. Montale osserva tutto con calma, minimizzando Nobel e cariche politiche (nel 1967 era stato nominato senatore a vita). Soprattutto ama scherzare e assaporare con leggerezza i piaceri della vita, tra cui, sottolinea Giusti, «il gran gusto a burlare la gente». Un libro sorridente, in cui con affettuosa gratitudine Giusti presenta tratti non secondari dell’uomo e del poeta.