Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  gennaio 29 Domenica calendario

L’oligopolio dei fondi che affossa i prezzi

C’è un numero che continua ad affascinare all’estero i commentatori dei problemi italiani. Si tratta di quei 356 miliardi (citati, guarda caso, anche dall’agenzia canadese Dbrs nel suo ultimo, arcigno rapporto sul sistema creditizio italiano) che rappresentano solo il valore facciale dei crediti anomali italiani, senza considerare, cioè tutte le rettifiche di valore già effettuate. Con molta pazienza, Ignazio Visco è tornato a ricordare ieri che l’area problematica rappresentata dalle sofferenze nette delle banche italiane, cioè le esposizioni vero i debitori in stato di insolvenza, è oggi pari a 88 miliardi, il 4,8% dei prestiti.
Ma quanto valgono davvero quelle sofferenze? Dipende. Nel decennio 2006-2015 il loro tasso di recupero per le banche è stato più o meno in linea con quello che le banche scrivono nei loro bilanci, ovvero il 43 per cento. Quindi, una stima accurata del valore delle sofferenze bancarie non può basarsi sull’ipotesi che esse vengano cedute immediatamente.
Negli ultimi due anni però la percentuale di recupero è scesa in media al 35% perché ha pesato molto l’incremento delle cessioni in blocco sul mercato a investitori specializzati. Quando sono questi ultimi a influire sul prezzo, il tasso medio di recupero delle sofferenze viene valutato al 23%, contro il 47% medio delle posizioni di credito che vengono chiuse dalle banche in via ordinaria.
«Nel valutare i prezzi di cessione sul mercato – ha scandito ieri il Governatore – va considerato che essi riflettono i tassi di rendimento molto alti richiesti da acquirenti oligopolistici, che scontano anche la percezione di tempi lunghi di recupero». E in questo caso il fatto che una percentuale di sofferenze sia “antica” e sia stata già ampiamente svalutata in bilancio contribuisce a determinare prezzi particolarmente bassi quando si va a vendere in blocco. Che fare, dunque, per smaltire i crediti deteriorati senza finire a far da preda dell’iperattivismo dei fondi di private equity americani? È evidente, infatti, che vendite aggressive di Npl possono causare sia perdite economiche sia shortfall, cioè carenza, di capitale; il che per le banche rappresenta un forte disincentivo a vendere. «La combinazione più vantaggiosa, tra cessioni sul mercato e gestione interna deve essere valutata caso per caso» dice la Banca d’Italia; ma è essenziale, com’è stato di recente raccomandato anche dalla Bce, che le aziende di credito adottino una gestione attiva delle proprie esposizioni deteriorate.
Il Governatore ha chiesto intanto alla Commissione europea una modifica regolamentare che permetterebbe alle banche percorsi meno accidentati nello smaltire i propri crediti cattivi. Di che si tratta? Bisogna considerare che la vendita di Npl ha di norma un impatto negativo sui coefficienti di capitale, perché i prezzi di vendita sono generalmente inferiori ai valori di libro. Questo fenomeno è ancora più accentuato nel caso delle banche che utilizzano modelli interni di valutazione del rischio, perché alla vendita di Npl si associa un aumento della stima della «Perdita in caso di insolvenza» o Lgd (Loss given default, una delle componenti considerate rilevanti per la ponderazione del rischio secondo questi modelli). Ciò, a sua volta, porta a un’ulteriore, significativa diminuzione dei coefficienti di capitale.
Per ridurre drasticamente il disincentivo alla vendita in blocco dei prestiti deteriorati da parte di quelle banche che adottato modelli interni avanzati basterebbe perciò stabilire che le perdite derivanti dalla cessione di un elevato ammontare di crediti deteriorati non debbono influenzare la stima della Lgd, e dunque sterilizzarne l’impatto. La misura sarebbe più che motivata, ha spiegato Visco, sia per l’eccezionalità dell’attuale fase congiunturale che per la necessità di coniugare finalità di vigilanza e obiettivi macroprudenziali.