La Stampa, 30 gennaio 2017
Samuel Umberto Romano: «Da bambino studiavo Sanremo. Per questo ora vado su quel palco»
Samuel Umberto Romano, per tutti Samuel, 44 anni, torinese di Torino Nord, dal 1996 voce e frontman dei Subsonica, non va a Sanremo perché intende uscire dal gruppo: «Le band evolvono come le storie d’amore – spiega -: prima c’è la passione, è tutto un mettersi in secondo piano per fare spazio all’altro; poi l’affetto, il confronto alla pari e all’aperto; infine l’abitudine, la stasi creativa, in cui ciascuno si nasconde e prima di proporre idee nuove si chiede se davvero gli convenga. Quando ho avvertito il rischio che i Subsonica passassero alla fase tre, ho detto agli altri che avrei voluto seguire un progetto solo mio. Non per mettere in difficoltà la band, ma per tornare insieme più forti di prima, come infatti faremo. Il bello d’esser solista è che la responsabilità è tutta tua, nel bene e soprattutto nel male: e siccome si impara dagli errori, se li fai da solo, impari di più».
Il nuovo album. Samuel non va a Sanremo neppure perché ha un album in uscita il 24 febbraio, Il codice della bellezza, 14 canzoni molto diverse l’una dall’altra, cinque delle quali scritte a New York con Jovanotti: «Due sono già uscite, la terza, Vedrai, avrebbe dovuto uscire ora, e per questo la porto al Festival. All’album lavoro da due anni, finalmente esce, poterlo far sapere a milioni di persone in pochi giorni è un grande vantaggio. Ma non è per questo che vado al Festival».
L’alfabeto segreto. Samuel va a Sanremo per una ragione molto più intima. Per rispetto e amore del se stesso bambino, seduto sul divano di casa davanti al televisore: «A sei, sette anni – racconta – scrissi le mie prime canzoni. Ero il più piccolo, i miei fratelli maggiori suonavano e io cantavo con loro. Mi piaceva la musica, volevo sapere come si fa: qualcuno mi ha consigliato di guardare bene il Festival e io lo facevo con un taccuino, prendendo nota di tutto».
Samuel va a Sanremo, insomma, perché un po’ di Sanremo è dentro ciascuno di noi, anche se poi la vita ti porta sulle strade della musica notturna ed elettronica, anche se magari, con il tuo gruppo, a Sanremo ci sei pure già stato, nel 2000, con uno dei pezzi più forti della tua band, scritto in pochi giorni perché quello è il momento dell’innamoramento, quando sei in ascesa e nulla ti può fermare, neanche il Festivalone, il massimo del mainstream per i nuovi re della scena alternativa: «Lo proposero al nostro discografico di allora: Max Casacci era per il no, Boosta e io per il sì. Il giorno dopo tornai con il ritornello, scritto nella notte: Max l’abbiamo convinto così».
Diciassette anni dopo, tutto è cambiato, intorno a Samuel e in lui: «È chiaro – riflette – che c’è la voglia di sentirmi più pop, naturale in un cantante, e di allargare lo spettro delle possibilità. Ma è la voglia di diventare grande la mia motivazione più forte. Da bambino, tra la quinta elementare e le medie, ho inventato un codice segreto, un alfabeto che io solo sapevo scrivere e leggere. Per questo ho intitolato l’album Il codice della bellezza, perché la voglia di esprimermi, di uscire dalla famiglia, di crescere è la stessa di allora».
Istinto e creatività. E – si direbbe – anche quella di creare nuovi linguaggi: «Allora, quando mio fratello suonava e io cantavo, non conoscendo bene le parole e le melodie, inventavo, ricreavo, interpretavo quelle canzoni. Di recente, ho chiesto a mio padre: perché mi avete incoraggiato a cantare e scrivere canzoni? Ero così bravo? Mi ha risposto che no, non era bravura, ma il fatto che facessi le cose a modo mio, che ciò che usciva dalla mia bocca era diverso, personale. Non so perché avvenga, sono un tipo istintivo, non saprei ragionarci su, ma a questo mio carattere non ho intenzione di rinunciare. Né tra l’altro, saprei come fare».