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 2017  gennaio 30 Lunedì calendario

Un derby per allontanare la guerra. Aleppo ritrova il calcio dopo sei anni

Il derby fra l’Al-Ittihad e l’Hurriya è finito due a uno. I pluricampioni giocavano in casa e hanno ribadito la loro superiorità, i rivali si sono lamentati per le condizioni del campo e soprattutto il difficile e faticoso viaggio da Lattakia, dove l’Hurriya è stata costretta a traslocare per via della guerra, fino ad Aleppo. Poco importa. Dopo quasi sei anni si è giocato di nuovo in uno stadio della città straziata dalla guerra civile siriana. Un segnale di rinascita dopo un assedio di quattro anni e mezzo, decine di migliaia di morti e la distruzione di metà delle abitazioni nei combattimenti.
La partita è stata giocata nel vecchio stadio dell’Ittihad, nel quartiere di Al-Shahbaa. Una struttura sgarrupata e danneggiata dal conflitto che faceva pallida figura rispetto ai fasti dello Stadio Internazionale, uno dei più grandi del Medio Oriente, gioiello della Città sportiva nel quartiere di Al-Hamadaniah. Ma l’Internazionale ancora non è agibile e i suoi 75 mila posti erano comunque troppi per gli spettatori previsti, tre o quattromila al massimo. Dalle gradinate in cemento, spartane, hanno assistito a un match combattuto nonostante il campo dall’erba rinsecchita per il gelo delle ultime settimane.
Sulle gradinate spiccavano nelle loro divise nere gli agenti della polizia anti-sommossa. Schierati più che per eventuali incidenti per evitare pieghe politiche al tifo. Grandi ritratti del presidente Bashar al-Assad ricordavano a nome di chi è stata fatta la pacificazione, a scanso di equivoci. «Non posso dirvi che emozione provo a tornare in campo dopo tanti anni – è stato l’unico commento del giocatore dell’Ittihad Omar Hamidi -: è troppo forte, il cuore mi batte così veloce». Un derby così valeva quanto l’unica partecipazione alla Champions League dell’Asia. Era il 2011, anno di inizio della tragedia.
Aleppo si sente e dice di essere la «Milano della Siria» e oltre che sull’industria tessile aveva investito molto sul calcio. Il grande stadio era un mattone nel progetto di arrivare a competere con le ricche squadre del Golfo. La guerra ha spazzato via tutti i sogni. Il campionato siriano si era ridotto a due città: Tartus e Lattakia, sulla costa, dove si erano rifugiate la maggior parte delle squadre, compresa l’altra aleppina, l’Hurriya. Il suo campione, Firas Al-Ahmad, ha giustificato la sconfitta proprio per il difficile trasferimento da Lattakia ad Aleppo ma era comunque «felicissimo» per il ritorno a casa: «È un diritto giocare nella nostra città. In casa ci esprimiamo meglio, i tifosi ci spingono. E vogliamo tenere alto il nome di Aleppo».
Nelle sue parole c’è anche l’altra partita che si è giocata allo stadio. Aleppo è la più grande città della Siria, e la più ricca, il suo motore economico. Il regime ha vinto qui la battaglia decisiva per stroncare l’insurrezione sunnita che stava per rovesciarlo ma ora deve vincere la pace. Per riconquistare il consenso della popolazione sunnita serve anche il calcio. Il ritorno alla normalità. I riti da «città europea» come Aleppo si è sempre sentita, al confine fra il mondo occidentale e il Medio Oriente, con una importante minoranza cristiana, una borghesia industriale e commerciale che guarda a Parigi. E a Roma e Milano.
Tre giorni fa si è celebrato un altro ritorno alla normalità. Il primo viaggio del treno metropolitano che unisce il sobborgo orientale di Jinbrin alla stazione centrale Baghdad. La stessa linea, ancora negli anni Settanta, univa la capitale economica della Siria a quella irachena, un prolungamento del mitico Orient Express. E al Baron Hotel, vicino alla stazione, Agatha Christie ha scritto proprio Assassinio sull’Orient Express. Era il 1933. Aleppo è anche questo.