il venerdì, 16 dicembre 2016
Dentro l’Eurosauro d’Italia: i nostri soldi nascono qui
ROMA. Truntruntruntruntrun... L’Eurosauro abita qui, in questa immensa “caverna” blindata, lunga trecento metri, larga cinquanta, alta venti. E borbotta tutto il giorno, dalle sette del mattino alle sei di sera. Ingoia quintali di carta bianca di cotone, li rumina dandogli colore, e poi li vomita trasformati in banconote. Con la sua bocca di fuoco, ne sforna fino a 40 al secondo. Lo “sterco del diavolo”. Ma quanta gente fa felice... Sono dentro la “fabbrica dei soldi”. Si chiama Centro Guido Carli. Sta al 417 della via Tuscolana, davanti all’Acquedotto Claudio. Uno stabilimento progettato negli anni ‘60 da Pierluigi Nervi, protetto come un carcere di massima sicurezza. Sul perimetro, tre livelli di cancellate ciclopiche videosorvegliate h24. Sulle mura, una gigantesca struttura di “flap” d’acciaio, che in caso di allarme si chiudono e rivestono l’intero stabilimento di un guscio impenetrabile.
Qui dentro, la “stamperia” della Banca d’Italia produce gli euro che ogni giorno entrano ed escono dalle nostre tasche. Non è vero, come spesso si dice, che con l’avvento della Banca centrale europea il nostro Paese non batte più moneta. Eccome se la batte! «In questo stabilimento» racconta Franco Nicolò, Capo Servizio di Bankitalia «noi stampiamo fino a 8 milioni di banconote al giorno». L’unica differenza rispetto ai tempi della liretta, è che oggi Bankitalia, in quantità stabilite dalla Bce, stampa moneta per tutti i cittadini dell’Eurozona. Nei 19 Stati della moneta unica circolano 18,9 miliardi di banconote, per un valore di 1.083 miliardi di euro (solo in Italia ne girano 3,4 miliardi, che valgono 142 miliardi di euro).
Nel 2015 dal Centro Guido Carli sono usciti 1,3 miliardi di pezzi. «Siamo una delle pochissime stamperie di proprietà della Banca centrale nazionale» dice orgoglioso Nicolò. Pensate che nella Germania della Cancelliera di ferro Angela Merkel, la Bundesbank gli euro li compra da una tipografia privata. Almeno in una cosa siamo avanti ai tedeschi. La “fabbrica dei soldi” apre alle 6,45 del mattino, quando il dirigente di turno si fa consegnare le chiavi dai carabinieri e apre l’impianto. Alle 7 inizia il turno, e la prima squadra di operai qualificati (in tutto ce ne sono 270) entra nel cosiddetto “Comprensorio”. Cioè l’area al secondo piano (blindata a sua volta ma piena di vetrate, perché «Nervi immaginò che la moneta dovesse nascere nella luce...»), nella quale vive l’Eurosauro.
È un magnifico “mostro”, fatto di enormi macchine offset computerizzate che, in cinque fasi di stampa, trasformano la carta grezza in banconote finite.Mi avvicino a una “rotativa”. Sul monitor è scritto: 5.596. «È il numero della banconota che sta passando in questo momento» mi spiega Nicolò. È la nuova “serie due” dei 50 euro, che andrà in emissione il 4 aprile 2017.
La macchina monitora e controlla ogni decimo di millimetro della carta. Sulla banconota da 20 euro, interamente progettata da Bankitalia e in stampa su un’altra rotativa, si imprime l’ologramma con la doppia immagine di Europa, e poi le sfumature di azzurro pastello che tutti conosciamo. Ma anche il colore dei soldi ha un prezzo. E che prezzo. Un operaio mi mostra un barattolo di queste vernici speciali: «Solo questo costa la modica cifra di 4 mila euro al chilo».
Per veder nascere una banconota bisogna aspettare quarantacinque giorni, proprio perché gli inchiostri e le vernici devono asciugarsi. Ogni sera tutte le banconote in lavorazione vengono messe a dormire in un reparto speciale: la “sagrestia”. Un caveau nel caveau, cui si accede attraverso porte di acciaio e ghisa da un metro di spessore. Si chiudono la sera, si riaprono al mattino, quando tutte le banconote, asciutte e riposate, riescono dalla “sagrestia” e tornano a girare nelle rotative.
Mi sposto nell’ultimo reparto: il “controllo e taglio”. Un’altra macchina computerizzata passa in rassegna ogni singola banconota, per verificare che non sia fallata. Ne controlla ottanta al secondo. Quelle difettate le tritura e ne fa blocchetti di microcoriandoli, che varrebbero 36 mila euro l’uno. Quelle buone le taglia, le impila in blocchetti incellophanati da 1.000 euro e le smista a un robot rosso, che le deposita in scatoloni speciali da 500 blocchetti. Valore totale di ogni scatolone: 500 mila euro. Pronti da caricare sui furgoni-cassaforte e da mandare in giro in tutta Europa. Cioè nei nostri portafogli, se ci dice bene.
Truntruntruntruntrun... Si fanno le sei del pomeriggio. L’Eurosauro smette di ruminare e si addormenta. Confuso e abbagliato, lascio questo tempio laico, dove si celebra la moderna religione del denaro. Mi torna in mente un vecchio aforisma di Marcello Marchesi: dio, dammi un assegno della tua presenza.