La Stampa, 28 gennaio 2017
«Ho accettato il Salone perché lo potevo aggiustare». Intervista a Nicola Lagioia
Incontriamo Nicola Lagioia in una fredda serata torinese, al Quadrilatero, il cuore razionalista di Torino...
Hai mai avuto voglia di fuggire durante un’intervista?
«Parecchie volte. Succede quando ti chiamano a parlare di letteratura in un posto, e subito l’intervista assume dimensioni drammatiche: non è difficile ritrovarsi nello studio di una televisione locale (ma pure quelle nazionali non scherzano), dove non hanno la minima idea di chi sei né di cos’hai fatto nella vita – ciononostante, ti riempiono di domande trattandoti da oracolo. Ovviamente fingono di pensare che tu lo sia, un oracolo, e in questa finzione c’è qualcosa di commovente, qualcosa legata al lavoraccio quotidiano, alla praticaccia, alla sopravvivenza emotiva in un mondo allo sbando – quello dei media. Una volta io e Mario Desiati ci siamo scambiati i ruoli durante un’intervista televisiva. Lui diceva di essere Nicola Lagioia e di aver scritto “Riportando tutto a casa”. Io, nelle vesti di Mario Desiati, rispondevo alle domande su “Il paese delle spose infelici”. L’intervistatore non si è accorto di niente e ha mandato tutto in onda. Neanche i telespettatori si sono accorti dello scambio. Dunque: tutto assolutamente normale. Invece uno dei posti in cui mi sono trovato più a mio agio è stato da Marzullo. Lui è imbattibile. Mi sono sentito libero di poter dire qualunque cosa. Perché alcune domande erano così assurde, così candide, così marzulliane... erano poste in modo tale che mi sentivo libero da quelle forme di censura preventiva che possono coglierti non appena la telecamera ti cattura nel suo occhio. “Lei crede in dio?” una domanda del genere non me l’ha mai fatta nessuno».
È vero che sei diffidente nei confronti di chi non possiede animali domestici?
«La mia migliore amica non ne ha, e questo aspetto mi preoccupa un po’. È questione di comunicazione preverbale. Non è tanto il possederli, è che se uno non si abbandona nemmeno ad abbracciare un cane o un gatto…».
Sono gli animali in generale che ti affascinano.
«Tempo fa tenni un corso di scrittura dalle parti di Palermo, sulle Madonie. Arrivai in aeroporto e mi venne a prendere un tipo stranissimo, magrissimo, che sembrava un personaggio di Ciprì e Maresco. Mi disse: “Dobbiamo fare una tappa per prendere il nostro cane che sta male: ha tipo una paresi progressiva, non gli funzionano più le zampe ed è l’ultima volta che potrà vedere le montagne”. Quindi mi ritrovai in un racconto che sarebbe piaciuto molto a Giorgio Vasta. Arrivammo a casa del signore e iniziammo a valutare come portare in macchina ’sto cagnone che si muoveva solo sulle zampe anteriori».
Non aveva il carrellino?
«No, niente carrellino. Un gatto con le rotelle invece l’ha avuto Alda Teodorani, la “cannibale”. Insomma, prendemmo questo cane in braccio, lo trasportammo giù lungo le scale e lo sistemammo in macchina. Partimmo.
La mattina dopo mi svegliai all’alba, saranno state le 5 o le 6. Sentii una specie di tu-tu-tum tu-tu-tum: uscii e, in mezzo alla nebbia, vidi un gruppo di cavalli selvatici che avevano sconfinato. Cormac McCarthy: una scena che non dimenticherò mai. Erano delle bestie gigantesche, ma timide. Si allontanavano, mi guardavano e poi si riavvicinavano. Abbiamo passato tre quarti d’ora a fare questa specie di danza, una cosa pazzesca. Alla fine se ne andarono e io pensai “mo’ che cosa gli dico agli studenti del corso?”. Comunque è passato qualcosa fra questi cavalli e me, qualcosa di preverbale, di misterioso, qualcosa che parla alle tue zone misteriose, forse nelle profondità dello stomaco, tra le viscere così care ai vecchi aruspici».
Ti manca il tuo gatto?
«Ci mandiamo dei messaggi vocali su WhatsApp. Mia moglie gli fa sentire il vocale e il gatto si struscia sul telefonino».
Hai visto Animali fantastici e dove trovarli?
«Purtroppo non ancora. Comunque il mio gatto è un po’ un animale fantastico. Ha la faccia di Falkor, il cane volante di La storia infinita: basta prendergli le orecchie, tirargliele un po’ indietro e sta già volando. Anche se l’animale fantastico che vorrei è un Totoro. Lui mi svolterebbe l’esistenza. Il problema del gatto è che è piccolo, infatti hanno fatto i gatti transgenici più grossi [cerca una gallery di gattoni sul telefono]. Guarda che gatto gigante! Guarda che espressioni. La serietà di alcuni gatti è bellissima».
Oggi come sta la lingua italiana? Per esempio, tu riesci a dire sindaca?
«Sì, all’inizio è stato un po’ difficile ma mi sono già abituato. Il problema è che politicamente mi considero uno di sinistra, ma mi rendo conto di essere letterariamente reazionario. Se mi chiedi un poeta del Novecento, ti tiro fuori Eliot, Pound, tutto il Modernismo. La lingua si rinnova perché scorre carsicamente dal passato e arriva a oggi. Uno che ha capito questa cosa - che l’ha sentita prima di capirla - è Aldo Busi. La lingua di Busi è l’esempio di ciò che sarebbe stata la lingua italiana se, invece che verso Petrarca, avesse deviato con più decisione verso Boccaccio. Petrarca è un genio, ma è indiscutibile che la sua lingua sia diventata nel tempo curiale, leguleia, ministeriale, infine populista. All’opposto ci sta una lingua materica, carnale, fisica che è quella di Boccaccio. Questo passato salta fuori in Busi così come in Pasolini, e non importa che Busi detesti Pasolini. Tra il Duecento e il Trecento è davvero successo qualcosa nella nostra lingua. Prendi Il cantico delle creature: è il massimo della terrestrità nel massimo della metafisica, si parla di Dio ma tu senti proprio la puzza di muschio e di putrefazione dei boschi dell’Umbria. Questa cosa secondo me è più forte di tutte le mutazioni».
Dove ti senti a casa oggi?
«Casa mia è dove stanno mia moglie e il gatto, in questo momento è Roma. Ma mia moglie è una holdeniana della prima ora, è rimasta molto legata a Torino, per lei è il centro del mondo. Per esempio, le dici New York: sì ma New York è una provincia di Torino. Per lei l’unica città che può gareggiare con Torino è Parigi, quindi mi ha detto: “dopo il Salone di Parigi, la cosa migliore che ti poteva succedere è che ti chiedessero di dirigere il Salone del Libro di Torino”. Adesso faccio avanti e indietro tra Torino e Roma, ma per me questa è un’eccezione: sono stanziale, quindi o mi trasferisco a Torino con mia moglie e il gatto, o torno a Roma dopo l’esperienza. Vediamo cosa succede».
Riesci a scrivere in questa situazione a metà?
«No. O meglio: ho appena finito un pezzo di 15 pagine su Trump per Internazionale, ma l’ho scritto di notte e di corsa. In generale ho bisogno di stare tanto tempo su un progetto. Quella di questi mesi è una situazione emergenziale, anche perché quest’anno il Salone è in parte da reinventare».
Perché hai accettato?
«Per due motivi. Intanto per il legame con il Salone di Torino e con la città, qui per esempio ho trovato il mio primo lavoro. Ma la cosa che mi ha veramente fregato è più personale. Essendo figlio di genitori divorziati da quando avevo tre anni, se mi dicono “c’è una cosa che si può rompere ma tu se vuoi la puoi aggiustare”, mi hanno fottuto».
Dov’eri quando ti hanno proposto di dirigere il Salone.
«Ero a Roma, a cena. Mi chiesero se poteva interessarmi. Risposi: “non so, ne parlo in famiglia”. Non l’avessi mai detto. Risposta di mia moglie: “Capisco se ti avessero chiesto a Londra ma, insomma, Torino è imprescindibile!».
Impressioni su Torino?
«Adesso sono in una situazione piratesca. Per il momento, dovendo sempre stare in Fondazione, non mi sono neanche goduto la città. Potrebbe diventare la mia città se io mi trasferissi, ma devo prima fare un vero trasloco. Prima deve traslocare mia moglie, poi un po’ di libri. Poi il gatto e un po’ di mobili dei mercatini a cui siamo affezionati. Infine spruzzare i ferormoni per casa perché il gatto si tranquillizzi e non ci chieda i soldi per l’analista. Ecco, così diventa casa. Se le cose andranno bene potrebbe succedere. È strano, perché mi sto allontanando sempre più dai miei luoghi d’origine: da Bari a Roma, da Roma a Torino. E questa è la prima città del Nord in cui sto vivendo».
Quindi a Torino non hai ancora un posto a cui sei affezionato?
«Lavoriamo da mattina a sera - oggi sono stato fino alle 20 con Marco Pautasso, stiamo diventando una coppia di fatto - però un poco sto esplorando. Abito vicino alla Mole Antonelliana, magari vado a fare una passeggiata in corso San Maurizio o a bere qualcosa al Barbiturici in Vanchiglia. Tornando al concetto di “casa”, ne ho trovato un pezzo anche qui: abito davanti agli uffici del Museo del Cinema. Tra l’altro, c’è una cosa che non ho fatto da quando sono a Torino: andare al cinema. Molto gentilmente il Museo mi ha mandato una tessera per andare al Cinema Massimo ogni sera, in sala tre. Il cinema è sotto casa mia. E io sono riuscito a vedere solo una rassegna su Charlie Chaplin e Buster Keaton».