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 2017  gennaio 28 Sabato calendario

«Io, un anti eroe per l’Italia di oggi capace soltanto di galleggiare». Intervista a Edoardo Leo

Non una, ma ben due sonore bocciature, hanno dato il via alla carriera di Edoardo Leo, sceneggiatore, regista, attore di alcuni fra i maggiori successi del cinema italiano degli ultimi anni: «Quando mi hanno escluso senza appello, prima dall’Accademia, poi dal Centro Sperimentale, ho deciso che questo sarebbe stato il mio mestiere». A Roma si direbbe per «tigna», ovvero grazie a un’abbondante dose di cocciutaggine. Ma per Edoardo Leo, romano, bruno, prestante, con il fisico solido da calciatore, si tratta anche di precisione, di accuratezza. La stessa con cui, nel ristorante «fighetto» di Prati, dove ha appena finito di mangiare una bella porzione di spaghetti al pomodoro, passa e ripassa la mollica, fino a che il piatto bianco non sembri appena lavato. La «scarpetta» perfetta. Come certe sue sceneggiature, specchio della realtà, capaci di farci ridere e pensare.
Per molti anni si è detto che la rovina del cinema italiano derivava dal ripiegamento degli autori sul proprio ombelico.
«Non ho mai raccontato niente di autobiografico, non mi è mai sembrato che la mia vita avesse aspetti così eccezionali da poter interessare gli altri. Anzi, in qualche momento ho pensato che non avrei potuto diventare regista perché non avevo sofferto abbastanza....».
Da dove viene, quindi, la sua ispirazione?
«Prima di tutto dalla curiosità. Per scrivere ho bisogno di vivere, andare in giro, ascoltare i discorsi dei miei ex-compagni di scuola, dei ragazzi sotto la doccia in palestra, di quelli che mangiano la pizza nel tavolo accanto. Mi interessa occuparmi di cose diverse da quelle che mi riguardano direttamente».
Infatti della sua privata, di sua moglie e dei due figli, si sa poco e niente. Scelta strategica?
«Piuttosto direi faticosa. Credo che, proprio perché faccio l’attore, sia meglio che il pubblico sappia il meno possibile di me. Meno informazioni ha, e più può credere al personaggio che interpreto».
Rifiutato due volte, però, ha imparato benissimo la lezione.
«Se è per questo, mi è anche successo di essere cacciato, dopo due settimane di riprese, dal set di una fiction... mi hanno detto che non ero “giusto” per la parte. Un colpo duro, che ho accusato a lungo. Però a me i “no” servono, gli ostacoli mi stimolano. Ho sofferto, ho fatto tanta gavetta, sono venuto fuori dopo un bel po’ di tempo, eppure, a 25 anni, facevo il mestiere che volevo».
Quando ha capito che voleva diventare quello che è?
«Me l’ha fatto capire Gigi Proietti, mi aveva chiamato per la versione teatrale di Dramma della gelosia, affidandomi il ruolo che, nel film, era di Giancarlo Giannini. Alla fine mi disse “guarda che tu devi fare la commedia, fidati”... gli devo molto, da allora ho iniziato a pensare che mi piaceva di più fare l’anti-eroe dell’eroe. E poi, grazie a Proietti, mia madre si è convinta, ha capito perché ho scelto questo lavoro. È successo quando mi ha visto con lui nell’Avvocato Porta su Canale 5».
Durante le riprese, da regista, che cosa chiede ai suoi attori?
«Dirigo insieme a loro, e in genere andiamo molto d’accordo. Sono poche le cose che mi fanno arrabbiare. Per esempio se uno si presenta sul set senza aver imparato la parte a memoria, o con gli infradito ai piedi, ecco, quello non lo sopporto, bisogna avere rispetto per il proprio mestiere e quello degli altri».
Di lei si dice che è il Nino Manfredi degli Anni Duemila.
«È stata sua moglie Erminia a confessarmi una volta “mi ricordi tanto Nino”, da allora è nata un’amicizia. Non lo nascondo, è l’attore a cui mi sono ispirato di più. Un modello irraggiungibile. Ha saputo sempre mescolare il basso con l’alto, l’istinto naturale con una tecnica incredibile, e così è riuscito a fare film in grado di arrivare dritti al cuore del pubblico. Film popolari, cioè che parlano a tutti, la cosa più importante, quella che non dimentico mai».
Infatti nei suoi film, sia da autore che da attore, c’è tutta l’Italia di oggi. A iniziare da quella malata di social e telefonini. Lei che rapporto ha con quel mondo?
«I social li uso solo come strumento professionale, mai per raccontare di parenti, di vacanze, di privato. Ogni tanto mi servono per guardare gli altri. Che vuoi che sia è nato così. I social sono una finestra dove non stendo mai i miei panni. I computer li uso per scrivere, la tecnologia aiuta tanto, ma i rapporti umani restano insostituibili».
Molti suoi colleghi usano i social per esprimere le loro idee politiche. Lei da che parte sta?
«Fino a qualche tempo fa ho sempre espresso le mie posizioni, di uomo di sinistra, ora ho deciso di non farlo più, un po’ perché se uno parla sui social di queste cose rischia di ricevere volgarità e maleducazione.... ma soprattutto perché, se uno guarda i miei film, capisce come la penso. Posso dire che, in questo momento, non mi sento rappresentato. Nessuna area politica è in grado di proporre un modello di convivenza sociale, cosa che, in passato, i partiti riuscivano a indicare».
Il 2 febbraio esceSmetto quando voglio Masterclass, secondo capitolo della saga dedicata all’Italia dei laureati disoccupati... Un Paese con molti problemi. Qual è il più grave?
«L’aver perso la capacità di assumersi responsabilità, qualità che, al contrario, la generazione precedente aveva. In fondo, in tutti i miei film, parlo di questo. Invece di continuare a galleggiare, dovremmo ammettere i nostri errori e ricominciare».
Magari riciclandoci in nuove attività, come accade ai protagonisti dei film di Sydney Sibilia....
«Lì ci sono storie di persone che si sono guardate in faccia e hanno deciso di re-inventarsi. Se non si riesce a fare una cosa, meglio dirsi “non ce la faccio” e riprovare, in un altro modo».
Lei, nel film, è il neurobiologo Pietro Zinni, leader della banda. Vulcanico, astuto, inaffidabile. Nella vita reale com’è?
«Nel lavoro precisissimo, quasi maniacale, studio a lungo i miei personaggi, mi è rimasta addosso la disciplina teatrale».
Nella sfera personale?
«Sconto tutto... sono ritardatario, incasinato, insomma, un po’ un disastro».