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 2017  gennaio 29 Domenica calendario

Arriva l’etichetta trasparente per latte, yogurt e formaggi

Arrivano le etichette di origine per latte, formaggi e yogurt. Il conto alla rovescia è finalmente partito dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del decreto licenziato dal governo il 9 dicembre scorso. L’applicazione delle nuove norme non sarà immediata: prima che il provvedimento entri in vigore devono trascorrere 90 giorni, quindi il giorno “X” è fissato nel 19 aprile. Data dopo la quale inizierà un periodo di altri 180 giorni durante il quale i produttori potranno smaltire latte e formaggi confezionati prima dell’entrata in vigore della dichiarazione d’origine obbligatoria. Fino alla metà di novembre potremmo ancora imbatterci, sui banconi dei supermercati, in latticini con l’etichetta reticente. 
L’elenco delle referenze sulle quali scatta l’obbligo di trasparenza è molto ampio, a testimonianza che il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina non ha ceduto alle pressioni (forti) dell’industria di settore che non ha esitato a bollare spregiativamente l’intera operazione come una pericolosa «deriva nazionalistica». 
I prodotti obbligati a scrivere sulla confezione l’origine della materia prima sono centinaia. Oltre al latte a lunga conservazione per quello fresco l’obbligo era già in vigore le creme di latte, incluse quelle concentrate o zuccherate, lo yogurt, la panna, il siero, le cagliate, il burro e tutti i formaggi, stagionati o freschi che siano. Un passaggio epocale per i consumatori che da tempo chiedono di poter conoscere la provenienza di quel che portano a tavola, ma anche per gli allevatori italiani. Finalmente sarà possibile capire da dove proviene il latte, sia confezionato tal quale sia usato come ingrediente, utilizzato dall’industria. 
Una vittoria storica per la Coldiretti di Roberto Moncalvo che si batte da anni per la trasparenza dei cibi. Unico vero argine alle speculazioni che abbattono i prezzi delle materie prime. Grazie proprio alle etichette opache una parte consistente dell’industria alimentare per fortuna non tutta ha potuto sfruttare i brand storici del made in Italy a tavola, prodotti servendosi però del latte acquistato in Francia, Germania, Polonia e Olanda. 
Purtroppo l’obbligo di indicare l’origine della materia prima vale soltanto per i nostri produttori. Né potrebbe essere diversamente: una legge italiana non può avere effetto in uno qualunque degli altri Paesi europei. Dunque un formaggio o uno yogurt fatto all’estero e venduto in Italia può non riportare praticamente nulla in etichetta. Siccome non è escluso che gli stranieri si servano di nomi e loghi italianeggianti, massima attenzione a quel che compare ma anche a quel che manca. Se il prodotto è reticente, di sicuro utilizza materie prime non italiane. I consumatori devono abituarsi a leggere anche fra le righe di quel che compare sulla confezione. 
Il cuore del decreto sta nella forma con la quale l’industria lattiero casearia è tenuta ad assolvere all’obbligo introdotto. Per l’alimento bianco a lunga conservazione venduto tal quale è obbligatorio indicare il Paese di mungitura e il Paese di condizionamento, ad esempio dove è stato sterilizzato. Per yogurt, formaggi e creme varie si dovrà scrivere chiaramente il Paese di mungitura del latte e quello in cui è stato trasformato. 
La vera sfida sarà convincere i consumatori a leggere con attenzione i cartellini. Spiegando loro cosa possono trovarci scritto e quanto invece potrebbe mancare. Dalla loro propensione a informarsi su quel che mettono nel carrello dipende il successo o l’insuccesso di tutta l’operazione trasparenza a tavola.