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 2017  gennaio 29 Domenica calendario

Lasciare l’euro ora conviene a tutti

Una sola cosa è certa: il tabù è stato infranto. Fino all’estate scorsa era solo una pattuglia di euroscettici, anzi in pratica solo Libero sosteneva, nell’isolamento quasi generale, la soluzione dell’uscita dall’euro per spezzare la spirale negativa che soffoca l’economia italiana. Poi, con una forte accelerazione nelle ultime settimane, si è cominciato a parlare sempre più seriamente di un’eventuale Italexit dalla moneta unica. 
Il segnale più clamoroso è arrivato da Mediobanca. Grazie ad uno scoop di Nicola Porro del Giornale è venuto alla luce un report della banca in cui, conti alla mano, emerge che il divorzio non solo è possibile, ma potrebbe garantire un risparmio di 8 miliardi di euro. Intanto lo stesso Mario Draghi, nella risposta ad un’interrogazione di due parlamentari italiani, ha lasciato cadere, per la prima volta, una cifra: per azzerare il debito verso l’eurosistema (in buona parte frutto degli acquisti di titoli italiani da parte della Bce), sarebbe necessario saldare il conto del Target 2, ovvero 357 miliardi. Una cifra all’apparenza insostenibile. 
MILIARDI DA TROVARE 
Ma è altrettanto insostenibile la frana dei debiti vecchi e nuovi che incombono sul Bel Paese nonostante il saldo positivo del fabbisogno primario: dall’inizio del millennio lo Stato italiano spende meno di quanto incassa dai contribuenti. Eppure, anche nel 2017, si dovranno trovare 260 miliardi, tra interessi che scadono (per 214 miliardi) e nuovi debiti. Quattrini sottratti agli investimenti ed al consumo, a tutto danno della crescita. Un circolo vizioso che sta letteralmente soffocando le speranze italiane di uscire, finalmente, dal tunnel della crisi. Al contrario, in questo clima plumbeo, la nostra navicella continua a perdere pezzi, compreso il controllo delle centrali del risparmio (vedi Pioneer e le attenzioni sul gruppo Generali). 
Infine, a favorire l’emersione della voglia di Italexit è stato senz’altro l’esempio inglese, che pure non riguarda la moneta unica, e l’evoluzione del quadro globale: Donald Trump non ama le istituzioni sovranazionali a partire dalla Ue. E il prossimo ambasciatore americano a Bruxelles, Ted Malloch, si è spinto a prevedere, sotto la pressione dei dazi e del dumping fiscale Usa, il fallimento della moneta unica entro 18 mesi. 
Ma, al di là della congiuntura internazionale, c’è un dato di fatto: l’Italia non sembra in grado di sostenere i costi dell’appartenenza all’area euro, che impone un costo sia economico che politico sempre più alto per rispettare i parametri previsti dall’Unione Monetaria. Regole volute dalla Germania che a suo tempo accettò l’unione monetaria solo a patto che la Bce seguisse la stessa stratta politica monetaria della Bundesbank. Come ha scritto l’economista Luigi Zingales in “Europa o no”, «l’unica via d’uscita indolore sarebbe che il Sud Europa guadagnasse in competitività rispetto al Nord, aumentando la propria produttività. Ma questo richiede riforme, tempo e investimenti... La crisi del Sud Europa ha ridotto drammaticamente il tempo a disposizione e gli incentivi ad investire. Non rimane che riconoscere le differenze insanabili e spezzare l’area euro. Ma come?». 
Già, come. Tante cose sono cambiate da quando Zingales, nel 2014 anticipava il tragitto negativo dell’Eurozona. In peggio. A sostenere l’euro ci hanno pensato gli acquisti massicci della Bce che oggi controlla più del 20% del debito pubblico italiano. Ma già da aprile le compere si ridurranno da 80 a 60 miliardi al mese per poi avviarsi a scendere verso le zero come chiede Berlino. Che succederà allora? Per evitare il collasso, Draghi e Bruxelles stanno pensando al progetto “bond sicuri”. In sostanza, un ente autonomo, (forse la Bei, forse l’Esm, ovvero istituti finanziati dagli Stati europei) dovrebbe comprare una bella fetta di Btp e di altri titoli di Stato, impacchettarli dento nuovi prodotti da cedere poi sul mercato senza garanzia pubblica. In questo modo si potrebbe aggirare il nein tedesco a garantire qualsiasi cosa che provenga dall’Italia che sia un debito pubblico o un titolo bancario. Ma Berlino ha già fatto sapere che non ci pensa nemmeno. Inoltre, ci stiamo avviando verso una stagione di rialzo dei tassi sotto la spinta delle scelte di Trump. E così, facile previsione, aumenteranno le spese per interessi, oggi a 69 miliardi al mese. 
E allora non resta che pensare alla grande frattura. Mediobanca, con invidiabile understatement parla di allungamento delle scadenze del debito e/o di riduzione delle cedole, una sorta di maxi bail-in dalle conseguenze imprevedibili. Anzi, fin troppo facilmente prevedibili. 
LE VECCHIE MONETE 
È molto difficile che, di fronte alla rabbia generale, l’Eurozona possa reggere al fallimento della sua terza economia. Di qui la possibilità della rinascita della lira, agevolata dagli altri Paesi della Comunità, a partire dalla Germania che avrebbe molto da perdere dallo sfascio generale e che, per giunta, ormai ha ben poco da guadagnare dall’esistenza del sistema attuale: per Berlino conta assai di più l’asse con Pechino, l’altra potenza esportatrice, che l’unità con l’Europa del Mediterraneo, visti i rischi potenziali del contagio finanziario. 
Il risultato? Mediobanca parte da tre regole: 1) viene distinto il debito vecchio (acceso prima dell’euro) dai debiti in valuta unica. Quelli vecchi sarebbero rimborsati in lire, gli altri in euro. I costi? Dipendono dai tempi. Prima si fa, più si risparmia. Un anno fa, quando c’erano più debiti vecchi, il risparmio sarebbe stato di 285 miliardi, oggi solo di 8. 2) La “nuova” lira dovrà svalutare del 30 per cento, una misura che potrebbe dare ossigeno alle imprese, vuoi per la maggior competitività assicurata dal cambio debole (pur scontando un maggior onere dell’import) vuoi per la minor pressione dei debiti in lire. 
Non è il caso di farsi illusioni. L’uscita dall’euro sarà comunque complicata e dolorosa. L’esempio inglese, al proposito, rischia di esser fuorviante. La credibilità del Regno Unito resta molto alta, l’Italia potrebbe pagare un alto prezzo sui mercati, nel caso l’uscita dall’euro non sia accompagnata da quelle riforme e quel taglio dei costi che finora nessun governo è stato in grado di fare. Sarà essenziale il recupero di produttività dell’economia e della competitività dell’export, cose che richiedono un forte impegno. Così come sarà necessario infondere fiducia al mondo del risparmio. Non sarà una passeggiata, insomma. Ma è meglio che annegare.