Il Messaggero, 28 gennaio 2017
Pil a rischio tracollo, al Messico non conviene rompere sul muro
NEW YORK Prima di tutto i numeri dell’economia del muro. La linea di confine tra gli Usa e il Messico è lunga 3200 chilometri, ma una buona metà del percorso è già reso inaccessibile dall’estensione del Rio Grande e da altri ostacoli naturali. La superficie che resta da coprire è di 1600 km, poco meno di un quinto della Grande Muraglia cinese, ma l’imperativo sarà di ultimare la costruzione in una frazione di tempo rispetto ai 200 anni che occorsero alla dinastia Ming per ultimare il tronco principale.
I COSTI
L’edificazione del muro richiederà 711 milioni di dollari in solo cemento, più 240 milioni in calcestruzzo. Uniti al costo della manodopera, il totale oscillerà tra i 15 e i 25 miliardi, contro i 10 che Donald Trump continua a citare. Dieci miliardi di dollari in ogni caso sono il contributo che il presidente chiede al Messico. Per spingere Pena Nieto a pagare, Trump punta alla vulnerabilità messicana in campo commerciale. Il presidente americano ripete che il Messico ha approfittato per anni della benevolenza e della inettitudine delle precedenti amministrazioni americane, e che è ora di rifare i conti. L’instaurazione del regime Nafta 23 anni fa ha abolito ogni tariffa commerciale tra Canada, Usa e Messico. Quest’ultimo da allora ha quadruplicato le esportazioni, che oggi valgono il 37,5% del pil nazionale, e che per l’80% sono destinate agli Usa. Anche gli Stati Uniti esportano a sud del Rio Grande (211,8 miliardi nel 2016), ma ricevono merci per 270,6 miliardi, e quindi hanno un saldo passivo di 58,8 miliardi. Le merci scambiate sono però sempre più prodotti integrati tra i due paesi, sui quali sarebbe difficile applicare le tariffe punitive di cui parla Trump. Le molle delle sospensioni prodotte a Silao nello stato di Guanajuato integrano un gruppo di ammortizzatori assemblato a Santa Fè, che poi torna in Messico per essere installato su un pickup della General Motors. Altre volte il gruppo può essere destinato al mercato brasiliano, o quello argentino.
LA TASSA DEL 20%
Una cosa è minacciare una tassa del 20% su mango e avocado, ben altra è estenderla al settore automobilistico, con il risultato poi di punire i consumatori americani, che sarebbero costretti a pagare il maggior prezzo. C’è poi un aspetto di strategie industriali delle maggiori aziende internazionali da considerare. Il Nafta ha fatto del Messico un area privilegiata per il FDI (Investimenti Diretti dall’Estero). Nel 2015 sono piovuti 32 miliardi per la costruzione di nuove fabbriche (17 miliardi dagli Usa). Le tasse di importazione sono un deterrente formidabile, e infatti le previsioni del FDI messicano per il 2017 sono già cadute di 10 miliardi di dollari dal giorno dell’elezione di Trump. La perdita netta è per il pil messicano (il Fondo monetario lo vede già in calo dal 3,18 all’1,6% per quest’anno), ma anche per le multinazionali che dovrebbero reinventare i piani di produzione su larga scala, con costi ingenti. Anche Trump si troverà a dover negoziare con le ditte americane gli effetti negativi del braccio di ferro sul muro. Gli svantaggi maggiori pesano comunque sul piatto messicano della bilancia. Dal 9 di novembre il peso ha perso il 14,1% di valore sul dollaro e l’inflazione è salita al 4,13%.
IL NEGOZIATO
Le rimesse dei sei milioni di immigrati a nord del confine hanno avuto un’impennata a novembre (+24,7%), in anticipo su una temuta chiusura dei rubinetti. Tutto questo in un paese che soffre di un tasso di povertà del 52,3% che 23 anni di Nafta non hanno minimamente modificato, e il cui presidente gode di un tasso di popolarità ad una sola cifra. Pena Nieto e Trump hanno entrambi più buone ragioni per negoziare sul muro, di quante ne hanno a continuare ad insultarsi dai due lati del confine.