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 2017  gennaio 29 Domenica calendario

Quando le black girls si presero la luna

«Katherine iniziò a lavorare al centro Nasa di Langley nel 1953, si occupò di molte cose, ma il punto più alto fu quando, grazie ai suoi calcoli, John Glenn divenne il primo astronauta americano a fare un’orbita completa della Terra.
Senza di lei e senza le altre “ragazze nere” del centro spaziale l’uomo non sarebbe mai arrivato sulla Luna». Margot Lee Shetterly è l’autrice di Il diritto di contare (HarperCollins), storia di un pugno di donne “afroamericane” di grande talento che hanno dato un contributo fondamentale al programma spaziale americano. Di questa incredibile e sconosciuta vicenda (dal libro è stato tratto anche un film di successo, candidato a tre Oscar) ne parla nell’intervista per Robinson.
Come è nato questo libro?
«Ho iniziato a lavorarci sei anni fa, io sono nata e cresciuta a Hampton, Virginia, vicino al centro spaziale dove questa storia ha avuto luogo. Mio padre lavorava lì, mia madre era amica delle protagoniste, nel nostro piccolo mondo era una storia che più o meno tutti sapevano, conoscevamo le protagoniste, ci sembrava una cosa assolutamente normale. Nel 2010 ho parlato a lungo con Katherine Johnson, da quei colloqui è nato il libro».
Nessuno ne aveva mai scritto?
«Negli anni Sessanta ci fu qualche articolo sulla vicenda, qualche riferimento c’è anche in un paio di libri sulla Nasa, nessuno però era mai andato a fondo. Quanto accaduto sembra incredibile, ci sono dettagli che oggi appaiono inverosimili, era un mondo molto diverso».
Un esempio?
«Quando le prime cinque donne nere entrarono alla Nasa nel 1943 stavano in un ufficio “segregato” e dovevano usare un bagno per colored girls. Queste erano le “leggi” dell’epoca, ma loro erano matematiche, fisiche, scienziate come tutti gli altri, iniziarono lavorando con matita, regolo e addizionatrice, poi arrivarono i primi computer».
Il dettaglio su John Glenn?
«I russi erano avanti nella corsa allo spazio, uno smacco per gli Stati Uniti negli anni della Guerra Fredda. Nei primi anni Sessanta i computer stavano sostituendo gli esseri umani nei calcoli, ma Glenn voleva essere certo su quelli relativi all’orbita terrestre. Così disse: chiedete alla ragazza – le scienziate nere venivano chiamate semplicemente girls – voglio che sia lei, il nostro computer umano, a decidere. Se lei dice che va bene, va bene anche per me».
Katherine, Mary, Dorothy, Christine. Le protagoniste le conosceva bene?
«Le ricordo tutte, le ho conosciute da bambina, frequentavano la mia famiglia quando ero una ragazza. Erano parte del vicinato, donne assolutamente normali. Quando ho avuto l’idea del libro ho iniziato a trascorrere molto tempo con loro, due sono morte alcuni anni fa, Katherine è ancora viva, ha novantotto anni. È stata una fonte inesauribile di racconti e dettagli. Poi c’è Christine, più giovane, ha settantaquattro anni ed è ancora molto attiva. Nel film non compare, ma nel libro è una delle protagoniste».
Libro e film sono usciti insieme. Come è stato possibile?
«È successo questo. Il produttore ha letto il book proposal, una quindicina di cartelle scritte per l’editore HarperCollins, decidendo senza esitazione di opzionarlo per farne un film. Un fatto insolito, libro e film sono andati avanti di pari passo ed è stato deciso di farli uscire insieme. Visto il successo, sia del libro che del film, direi che è stata una scelta giusta».
È un libro che parla di donne, di razza e di scienza. Quale tema è il più importante?
«Sono tre temi che si intrecciano, in qualche modo imprescindibili l’uno dall’altro. È una storia di donne, ma anche una storia del conflitto razziale e una storia della corsa allo Spazio. Le protagoniste hanno nella loro personalità tutti e tre questi aspetti. Se vogliamo sintetizzare possiamo dire che è una straordinaria American Story. Credo sia questo il motivo per cui la gente, lettori e spettatori, si sono così appassionati».
È finita la Casa Bianca del primo presidente afro-americano. Ora c’è un uomo accusato di sessismo e che nutre dubbi sulla scienza (vedi clima). Ha qualche timore per il futuro?
«Credo che il futuro dipenda da ognuno di noi preso singolarmente e anche da tutti noi come insieme. Dobbiamo restare, ognuno nel suo campo, attenti e vigili, perché un ritorno al passato, anche alle cose più brutte, è sempre possibile. È la storia che ce lo insegna, la nostra e quella di ogni parte del mondo, Europa compresa: i diritti civili, i diritti dell’uomo possono sempre essere rimessi in discussione».
Il suo libro può essere utile per capire e ricordare?
«Credo di sì. La storia di queste donne non è quella di un gruppo di “attiviste”, di persone impegnate politicamente, ma insegna come facendo bene il proprio lavoro, impegnandosi come individui e all’interno della propria comunità, possano essere superate anche grandi difficoltà. Penso che Katherine e le altre possano essere prese a modello, essere fonte di ispirazione e di ottimismo per molti di noi».
Un libro di successo, un film candidato all’Oscar. Cosa significa per lei?
«Significa che la vicenda umana di queste straordinarie donne normali è entrata a far parte ufficialmente della storia d’America».