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 2017  gennaio 29 Domenica calendario

Lezioni Gapponesi

Oggi il Giappone è la terza potenza economica mondiale. Un fattore importante è l’alto livello di investimenti in ricerca e sviluppo per promuovere l’innovazione. In termini assoluti, il Giappone è al terzo posto nel mondo per investimenti annuali in ricerca e sviluppo, superato soltanto da Cina e Stati Uniti, che però hanno una popolazione molto più numerosa. In termini relativi, il Giappone destina il 3,5 per cento del suo prodotto interno lordo alla ricerca, quasi il doppio degli Stati Uniti (solo l’1,8 per cento), e ancora largamente al di sopra di altri due paesi che notoriamente puntano molto su questo fattore, come la Germania (2,9 per cento) e la Cina (2 per cento).
Tra i motivi di questa performance, due saltano agli occhi anche del visitatore comune: infrastrutture e reti di trasporto di altissima qualità (le ferrovie giapponesi sono le migliori al mondo) e una forza lavoro ben istruita, particolarmente ferrata nelle materie matematiche e scientifiche. La lista è lunga e ci sono altri motivi che sono meno evidenti agli occhi dei turisti ma ben noti agli stranieri che intrattengono rapporti d’affari con questo Paese. In ordine alfabetico, senza cercare di classificarli per importanza, possiamo citare: disoccupazione bassa; inflazione sotto controllo; istituti di ricerca di alta qualità che sfornano vagonate di scienziati e ingegneri; consumatori e uomini d’affari sofisticati; mercati locali altamente competitivi; un numero di brevetti depositati pro capite superiore a qualsiasi altro paese; quadri aziendali ben addestrati; rapido assorbimento delle tecnologie; rapporti collaborativi fra dipendenti e datori di lavoro; tutela dei diritti di proprietà e della proprietà intellettuale; vasto mercato interno. Non pretendo che mandiate a memoria questo elenco lungo e indigeribile, ma il succo è evidente: ci sono tantissime ragioni che spiegano la competitività delle imprese giapponesi sui mercati internazionali (dai videogiochi alla tecnologia, n. d. r).
Un altro dei punti di forza del Giappone riguarda il “capitale umano”. Il Giappone ha più di 120 milioni di abitanti, che godono di buona salute, senza disuguaglianze economiche particolarmente accentuate, e altamente istruiti. L’aspettativa di vita è la più alta del mondo: ottant’anni per gli uomini, ottantasei per le donne. La disuguaglianza socioeconomica, che negli Stati Uniti limita le opportunità di una grossa fetta della popolazione, è un problema molto meno sentito in Giappone, che per distribuzione del reddito è la terza nazione più egualitaria al mondo, superata solo dalla Danimarca e dalla Svezia. Il merito è in parte delle politiche scolastiche: nelle aree più svantaggiate ci sono classi più piccole (cioè un rapporto insegnanti- studenti meno squilibrato) rispetto alle scuole delle zone più ricche, così è più semplice per i figli delle famiglie più povere recuperare terreno. Al contrario, il sistema scolastico americano tende a perpetuare la disuguaglianza ammassando un maggior numero di studenti per classe nei quartieri poveri. In Giappone lo status sociale dipende dall’istruzione più che dall’eredità e dai legami familiari: anche in questo caso, è il contrario degli Stati Uniti. Per farla breve breve, il Giappone investe su tutti i suoi cittadini, invece di investire in modo sproporzionato soltanto su una parte di loro.
I livelli di alfabetizzazione e istruzione sono fra i più alti del mondo. Quasi tutti i bambini vengono iscritti sia alla scuola materna che a quella secondaria, anche se nessuna delle due è obbligatoria. A livello mondiale, nei test sulla preparazione degli studenti, i giapponesi si piazzano al quarto posto in matematica e scienze, davanti a tutti i paesi europei e agli Stati Uniti. Il Giappone è secondo solo al Canada nella percentuale di adulti – quasi il 50 per cento – che continuano a studiare dopo il diploma di scuola superiore. La controindicazione di questo sistema, un aspetto che viene criticato spesso dagli stessi giapponesi, è che gli studenti sono spinti a focalizzarsi sui risultati degli esami. Così non viene dato abbastanza rilievo all’automotivazione e al pensiero indipendente. Una delle conseguenze è che non appena gli studenti giapponesi sfuggono all’atmosfera da “pentola a pressione” della scuola superiore e raggiungono l’università, la loro dedizione allo studio cala inevitabilmente.
La forza culturale, l’identità nazionale e la qualità di vita non sono fattori facilmente misurabili, ma in Giappone ci sono molte prove aneddotiche di queste caratteristiche. Come notano i turisti, la capitale, Tokyo, è la città più pulita dell’Asia e una delle più pulite del mondo. Questo perché i bambini giapponesi imparano presto che essere puliti e pulire rientra fra i loro doveri per preservare il Giappone e consegnarlo alla generazione successiva. A volte persino i pannelli esplicativi presenti nei siti archeologici giapponesi sottolineano con orgoglio le prove che i giapponesi tenevano alla pulizia sin dai tempi antichi! I turisti notano anche che le città giapponesi sono sicure e hanno un basso tasso di criminalità. La popolazione carceraria del Giappone è di gran lunga inferiore a quella degli Stati Uniti: ottantamila detenuti circa contro quasi due milioni e mezzo. Disordini e saccheggi sono eventi molto rari. Le tensioni etniche sono basse rispetto agli Stati Uniti e all’Europa, perché in Giappone c’è una forte omogeneità etnica e le minoranze sono molto esigue. (…) Il Giappone ha anche criticità e contraddizioni. I problemi più sentiti dai giapponesi sono quattro, legati fra loro: il ruolo della donna, il tasso di natalità, che è basso e continua a scendere, il calo demografico e l’invecchiamento della popolazione. Parliamo del ruolo della donna. In teoria in Giappone uomini e donne hanno gli stessi diritti. La Costituzione del 1947, redatta dal governo di occupazione americano e tuttora in vigore, contiene una clausola (scritta da una donna americana) che proclama l’uguaglianza di genere. Venne adottata nonostante la fiera opposizione giapponese, e oggi alcuni parlamentari vogliono cambiarla.
In realtà, le donne giapponesi nella strada verso l’uguaglianza devono fare i conti con molte barriere sociali. Naturalmente si tratta di barriere che esistono anche altrove ma in Giappone sono più forti che in qualsiasi altro paese industrializzato. La mia ipotesi è che questo dipenda dal fatto che fra i paesi ricchi, il Giappone è quello in cui, fino a poco tempo fa, il ruolo della donna era più subordinato e stereotipato. Per esempio, una donna giapponese tradizionale quando camminava in un luogo pubblico doveva rimanere qualche passo indietro rispetto al marito. Nelle coppie prevale una divisione del lavoro poco produttiva, con il marito che lavora per due fuori casa, sacrificando il tempo che potrebbe passare con i figli, mentre la moglie resta a casa e, a sua volta, sacrifica la possibilità di avere una carriera soddisfacente. I datori di lavoro si aspettano che i dipendenti (per la maggior parte uomini) rimangano fino a tardi ed escano a bere qualcosa con i colleghi a fine giornata. Questo rende difficile per i mariti giapponesi condividere le responsabilità domestiche con le mogli, anche se lo volessero: per esempio, in una settimana, dedicano alle faccende domestiche appena due terzi delle ore che vi dedicano i mariti americani. I mariti giapponesi con una moglie che lavora non fanno niente di più in casa rispetto a quelli che hanno una moglie casalinga. È la moglie che segue i figli e la loro istruzione, che si occupa del marito, che accudisce i enitori anziani (anche quelli del marito) e che gestisce i conti di casa. Molte mogli giapponesi di oggi giurano che saranno l’ultima generazione a farsi carico di queste responsabilità.
Nel mondo del lavoro, è bassa sia la percentuale di partecipazione femminile sia la retribuzione delle donne. La partecipazione cala vertiginosamente via via che cresce il livello di responsabilità. In Giappone le donne costituiscono il 49 per cento degli studenti universitari e il 45 per cento degli impiegati di basso livello, ma occupano solo il 14 per cento delle cattedre universitarie (contro il 33-44 per cento di Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania e Francia), l’11 per cento dei posti dirigenziali, sia di medio che di alto livello, il 2 per cento delle posizioni nei consigli di amministrazione, l’1 per cento nei comitati esecutivi delle imprese e meno dell’1 per cento dei posti di amministratore delegato. Ci sono poche donne in politica; il Giappone non ha mai avuto un primo ministro o un leader di partito donna. Il differenziale di genere nella retribuzione per un impiego a tempo pieno è il terzo più alto (superato solo dalla Corea del Sud e dall’Estonia) fra itrentacinque paesi ricchi industrializzati. In Giappone una dipendente donna, a parità di livello, percepisce in media il 73 per cento del salario di un uomo, rispetto all’85 per cento di media dei paesi industrializzati, che in Nuova Zelanda arriva fino al 94 per cento. Fra gli ostacoli incontrati dalle donne sul lavoro ci sono l’orario lungo e l’idea che a fine giornata i dipendenti debbano socializzare fra loro: ma chi si prende cura dei figli se una madre che lavora deve anche socializzare, e il marito è impegnato anche lui oppure non è disponibile?
La cura dei figli rappresenta un serio problema per le madri giapponesi che lavorano. In teoria la legge garantisce alle donne quattro settimane di congedo maternità prima del parto e otto settimane dopo la nascita del bambino; anche alcuni uomini giapponesi hanno diritto al congedo paternità; e una legge del 1992 concede un intero anno di congedo non retribuito per allevare il figlio. In pratica quasi tutti i padri e la maggioranza delle madri in Giappone non utilizzano il congedo. Invece, il 70 per cento delle giapponesi smette di lavorare alla nascita del primo figlio, e nella maggior parte dei casi rientra nel mondo del lavoro solo dopo anni, o non ci rientra affatto. Se formalmente la legge non consente a un datore di lavoro di fare pressioni su una madre perché lasci l’impiego, di fatto le madri giapponesi si sentono sotto pressione, o subiscono effettivamente pressioni. In Giappone le mamme che lavorano non possono contare su un aiuto esterno, perché mancano le donne straniere che potrebbero fare da babysitter e perché esistono pochissimi servizi per l’infanzia, sia privati (come negli Stati Uniti) sia pubblici (come in Scandinavia). È opinione largamente diffusa che la madre debba stare a casa, prendersi cura in prima persona dei bambini e non lavorare fuori. L’attuale primo ministro giapponese, Shinzo Abe, è un conservatore che non aveva mai mostrato interesse per la questione femminile. Di recente ha invertito rotta e ha annunciato di voler trovare modi per aiutare le madri a tornare al lavoro: ha proposto tre anni di congedo maternità con la certezza di poter riavere il posto alla fine, l’aumento degli asili nido pubblici e incentivi finanziari alle imprese che assumono donne. Ma molte donne giapponesi sono contrarie alla proposta di Abe perché sospettano che sia solo un altro complotto del governo per tenerle a casa!
Il secondo problema del Giappone legato alla popolazione è il basso tasso di natalità, che continua a scendere. Una delle ragioni è che l’età del primo matrimonio è aumentata: ora è intorno ai trent’anni. Significa che una donna ha a disposizione meno anni per fare figli. Un fattore che incide ancora di più sulla caduta del tasso di natalità è che la percentuale stessa dei matrimoni sta calando vertiginosamente. Si potrebbe obiettare che accade nella maggior parte degli altri paesi, senza che questo provochi una caduta vertiginosa del tasso di natalità, perché tantissimi bambini nascono da coppie non sposate. Ma questo discorso non vale per il Giappone, dove i figli nati fuori dal matrimonio costituiscono una percentuale trascurabile, appena il 2 per cento.
Eppure il 70 per cento degli uomini e donne giapponesi non sposati dice comunque di volersi sposare. Perché, allora, non riescono a trovare un compagno adatto? Tradizionalmente, i matrimoni in Giappone erano organizzati da intermediari ( chiamati nakodo) che organizzavano colloqui formali con cui i giovani non sposati potevano incontrare potenziali coniugi. Ancora nel 1960 questa era la forma di matrimonio predominante in Giappone. Da allora, la riduzione del numero dei nakodo e l’ascesa del concetto occidentale del matrimonio romantico hanno fatto precipitare questo tipo di nozze combinate ad appena il 5 per cento del totale. Ma molti giovani giapponesi di oggi sono troppo occupati con il lavoro, troppo maldestri nel corteggiamento o troppo impacciati per dare vita a una relazione romantica.
Mi viene in mente un episodio che mi ha raccontato un amico giapponese: mentre mangiava in un ristorante, era rimasto colpito da una coppia di giovani ben vestiti, seduti in silenzio e imbarazzati uno di fronte all’altra a un tavolo vicino. Tutti e due tenevano la testa bassa e fissavano le proprie gambe, invece di guardarsi fra loro. Il mio amico ha notato che ognuno teneva un cellulare in grembo, e si alternavano a scriverci sopra. Sia il ragazzo che la ragazza erano troppo impacciati per parlarsi direttamente e comunicavano inviandosi sms. Non proprio il modo migliore per sviluppare e definire i criteri di una relazione romantica.
Il testo è tratto dal prossimo libro di Jared Diamond. L’autore ha concesso a “Robinson” di pubblicare questo estratto molto tempo prima dell’uscita. Il libro si intitolerà “Crisi e cambiamen-to”, lo pubblicherà Einaudi che ha anche gli altri suoi titoli tra cui il più noto “Armi, acciaio e malattie”, vincitore del Pulitzer. Diamond sarà in Italia tra marzo e aprile come visiting professor alla Luiss di Roma.