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 2017  gennaio 29 Domenica calendario

L’ipnosi da gol di Gignac e la curva negata a Weisz

Esultanza collettiva, video di successo. Il francese André-Pierre Gignac, da circa un anno in Messico al Tigres, segna al Leon e corre verso la panchina. I panchinari stanno in piedi a un paio di metri da lui. Lui fa un gesto con la mano, alla Giucas Casella, e tutti gli altri crollano a terra. Potrebbe essere un infarto, invece è una parodia dell’ipnosi. L’ultima novità del calcio arriva dal Messico, dove André-Pierre Gignac è molto amato. Mentre negli ultimi tempi al Marsiglia i tifosi avevano da ridire sul suo peso e cantavano in coro “Un Big Mac/ pour Gignac”. Una volta in Messico, al Tigres, ha cercato di attirare l’attenzione facendo cose che il calcio ha digerito da un pezzo: s’è ossigenato, s’è tuffato in una piscina dal tetto della casa. Robetta, tutto déjà vu. E segnava poco: nelle prime 15 partite dell’Apertura solo 5 reti, poi due mesi totalmente all’asciutto. A questo punto l’attaccante s’è deciso a recarsi a Monterrey nello studio di John Milton, ipnotista molto noto che ama parlare di sé in terza persona. Appena tornato in campo, una tripletta, poi altri gol, con regolarità. Titolo al Tigres. L’ipnosi nello sport non è una novità, anzi. Secondo repubblica. it vi hanno fatto ricorso Rocca, Idem, Campriani. Tre sport diversi: sci, canoa, tiro. Obiettivo: ottimizzare la prestazione. Stesso obiettivo del doping, ma per strade lecite.
L’ipnosi si aggiunge ad altre strade lecite, come il lavoro del motivatore, o mental coach.
Nessuna ironia, prego. Un povero calciatore ha pure il supporto, a livello di squadra o personale, di uno psicologo, di un dietologo, di un esperto di comunicazioni. Ogni tanto ripenso a quella vecchia trovata di Benigni, il dialogo tra un faraone e un terzino della Sampdoria, e mi diverto a immaginare un dialogo tra Gigi Riva e unmental coach. È il mental coach che suona a casa Riva verso mezzogiorno, un giorno qualunque del 1968 o 1969, non di domenica, e Riva s’affaccia in pigiama e con una sigaretta in bocca. Il mental coach si morde le labbra e non gli dice che dovrebbe alzarsi alle 7.30 e smettere di fumare, sa che Riva non la prenderebbe bene. Allora gli dice che potrebbe caricarsi per affrontare con più determinazione i difensori avversari. Riva forse gli dice qualcosa di abbastanza pepato, chiude le imposte e torna a dormire. Oppure non gli dice nulla, chiude le imposte e torna a dormire. Il giochino si può fare anche con Piola e un dietologo. Ma per puro divertimento. Nessuna ironia. Nel caso di Gignac, l’ipnosi ha funzionato. Uno slancio di modernizzazione l’aveva avuto Pippo Marchioro quando allenava il Cesena: yoga per i calciatori, alternato a sedute di musica classica. Stando al racconto di Cera, dopo 10’ cinque titolari s’erano già addormentati.
Nel calcio qualcosa si muove, sempre. A Marassi, dalla partita con il Sassuolo del 5 febbraio, sotto la gradinata Nord sarà attivo il Nido del Grifone, cioè un asilo nido per bambini dai 3 ai 6 anni. I genitori interessati alla partita potranno lasciare lì i figli, affidandoli a personale qualificato (ci sarà anche uno psicomotricista). In altri stadi, ad esempio quello di Bologna, sono irrisolte questioni più difficili da risolvere. Venerdì, nel corso della Giornata della Memoria, l’assessore allo Sport, Matteo Lepore, annuncia che la Curva San Luca sarà intitolata ad Arpad Weisz, l’allenatore ungherese che vinse due scudetti con il Bologna (e uno prima con l’Inter). Ebreo, fu obbligato dalle leggi razziali a lasciare l’Italia nel 1938. Morì ad Auschwitz nel 1944, com’erano morti in precedenza la moglie e i due figli. Era un annuncio, posa della lapide prevista in maggio. Ma c’è un ma. Il giorno dei funerali di Ezio Pascutti il vescovo, monsignor Ernesto Vecchi, aveva ammonito: «Nessuno tocchi il nome della curva San Luca». Ecco perché l’uscita dell’assessore è parsa un tentativo di far saltare il banco. E il vescovo (fonte: Stadio inteso come giornale) ha ribadito: «Sono convinto che una figura come quella di Weisz vada ricordata, ma non c’è bisogno di contrapporgli la Madonna di San Luca, che è la storia della città ma pure dello stadio. Ci possono essere tante modalità e magari si poteva avere una sensibilità diversa». Lui compreso, aggiungo. Mentre il Bologna società tentenna, io tra un allenatore morto e San Luca sto col morto. E dico al vescovo: stia sereno, a Milano abbiamo l’esempio di San Siro, intitolato in toto a Giuseppe Meazza senza che la Curia (incuria?) avesse da eccepire. Ma «stadio Meazza» lo dicono solo radio e telecronisti, il resto del mondo va a San Siro, dice San Siro, il nuovo nome non ha scalzato il vecchio. Così, la curva San Luca,con o senza lapide per Weisz, continuerà ad essere la curva San Luca. Perché è vero che nel calcio qualcosa si muove, ma non troppo.