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 2017  gennaio 29 Domenica calendario

Serena, il lungo viaggio. Ancora un altro Slam per essere la più grande

Continuano, a Melbourne, le proiezioni di Amarcord.
Giovedì quella con il Principe Marcello di Folco nei panni di Federer, venerdì di un Nadal travestito da tennista, e non meno commovente di Titta Biondi, ieri infine Serena Williams addobbata alla Magali Noël, la Gradisca. Non vorrei peccare di sentimentalismo, nel confessare che mi sono a tratti commosso, ma a tratti anche annoiato, nel rivedere le proiezioni di vicende alle quali, spettatore professionista, avevo tante volte assistito. E stamani, per chi non ha già smesso di leggermi, avremo l’ultima, quella tra Federer e Nadal, già vista 34 volte (Rafa 23 a 11), che dovrebbe terminare con la vittoria del Roger.
Oggi, dunque, ho assistito alla ventottesima partita tra Serena e Venus. Conosciute quasi trent’anni addietro, il giorno in cui il loro regista, il Padre Padrone Richard, le aveva mostrate al mio amico scriba Bud Collins, chiedendo, per l’intervista, 1000 dollari che Bud aveva rifiutate, non immaginandosi quale sarebbe stato il futuro. Ma torniamo alla proiezione odierna, con una Serena imbattibile, se non in una giornata inimmaginabile come quella contro Roberta Vinci, l’anno scorso, a Flushing Meadows. Una Serena che aveva percorso gli incontri quasi si trattasse di una passeggiata sulla spiaggia di Melbourne, Santa Kilda, senza ostacoli, come dettata da un copione banalissimo.
Per far sì che la finale fosse le copia delle ultime partite, ad apparire sua avversaria era addirittura sua sorella Venus, felicemente scampata al morbo di Sjögren che ne aveva addirittura messo in forse la vita, non le partite di tennis. Venus, come sempre, dominava quella che è ormai la sua vecchia sorellina per l’aspetto da palcoscenico. Longitipo, gambe lunghissime fuoruscenti da una gonnellina multicolore, petto mirabile seminascosto da una canottierina bianca, bocca da baci, capelli raccolti in una crocchia affascinante. Quanto a Serena, i suoi muscolacci non riuscivano a essere celati da una mezza tuta nera, mentre la sottana a zebra iniziava addirittura sotto le ghiandole mammarie non meno muscolose dei bicipiti.
Il match, iniziato con quattro break, presunto effetto emotivo, è poi continuata con la prevalenza di Serena, che nell’ultimo game, quello del 6-4, chiudeva con due aces, come doveva averle suggerito il suo coach Mouratoglou, mentre un un fidanzatino, tale Alexis Ohanian, che pareva suo figlio, batteva le mani estasiato. Il secondo set seguiva la vicenda del primo, con un pareggio sino al 3 pari, e un decisivo sprint muscolare di Serena, che chiudeva il previsto copione con un nuovo 6-4, e con una lieve superiorità sottolineata dai suoi 27 colpi vincenti contro 21, e due errori in meno di Venus, 23 a 25.
Attorniate dai dirigenti australiani, le due pronunciavano discorsi che non mi sembravano preparati, ma autenticamente sentiti, nell’ascoltare Serena affermare di trovarsi viva e felice, grazie alla indispensabile presenza di Venus, «mia ispiratrice». In tribuna applaudiva, non certo per l’inquadratura televisiva, Margaret Smith sposata Court, l’australiana che ancora detiene il record degli Slam vinti (24) e che Serena insegue da vicino, e penso supererà come ha superato la Graf (23 Slam a 22) a meno di nuove circostanze, quali l’affermazione tennistica di una simil Henin, o un matrimonio che la spinga verso un una nuova vita, priva di racchette, se non di un neonato.
Quel che abbiamo ammirato è stato insomma un felice déjà vu, ma non pertanto una vicenda della quale non si è felicitato Trump, mentre avrebbe certo suscitato il pubblico interesse di Obama. Un uomo che avrebbe forse sottolineato una frase di Serena in conferenza stampa: «Penso che sia l’amore, a permettere conquiste, non la guerra». Io che sono vissuto nel tennis ricordo la sorpresa della prima nera vincitrice di Wimbledon, Althea Gibson, quando, insieme al mio partner Orlando Sirola la invitammo a cena, e non certo per fini erotici, ma perché gli altri tennisti bianchi non la frequentavano. Come la volta che tutte le giocatrici, al suo apparire negli spogliatoi di Forest Hills, ne uscirono indignate. Le Williams non hanno dovuto subire simile apartheid, e tuttavia ci sono state volte, come a Indian Wells, in cui il pubblico di casa è stato far from perfect nei loro riguardi, preferendo il razzismo all’identificazione. Ma quasi tutto è bene quel che finisce bene. Questa sera Venus e Serena non saranno certo sole in un gran ristorante di Melbourne, il Melba o il Box Seafood. Mi spiace solo esser tanto lontano.
Finale: S.Williams b. V.Williams 6-4 6-4