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 2017  gennaio 28 Sabato calendario

Inter, addio lingue straniere. Con Pioli si parla in italiano

MILANO «DAVÌDE! Davìde!». Nessuna risposta. «Davìììììdeeee». Niente, Davìde non si gira. Proprio non capisce che il suo allenatore ce l’ha con lui, in quel Pescara-Inter di settembre, giusto un girone fa. Davide Santon è abituato a sentirsi chiamare Davide, o Santon, ma ascolta “Davìde” e nella trance agonistica non realizza che a richiamarlo è Frank De Boer, anche se sembra che a parlare sia Stanlio, e intanto salta la marcatura sullo scivolamento a sinistra di Caprari. Era ancora l’epoca della Babele interista. Molte lingue mescolate, a cominciare dal tecnico che coi giocatori si esprimeva in inglese o in spagnolo, e solo verso la fine della sua parentesi in un italiano piuttosto scolastico. Ma intanto in campo i giocatori continuavano come sempre: i brasiliani a parlarsi in portoghese, gli altri sudamericani in spagnolo, gli slavi nei loro misteriosi idiomi, i pochissimi italiani nella lingua di Dante o in quello che è diventata ora, mentre per comunicare interlingua si ricorreva a ciò che il momento suggeriva. L’Inter dei tanti stranieri era abituata a questo esperanto tutto suo: facciamo a capirci in qualche modo, le cose verranno da sé. Mica tanto. Forse anche per questo, nel tempo, uscivano fuori strane slabbrature nelle coperture difensive o black out inconcepibili nel bel mezzo delle gare, insomma tutto il campionario di bizzarrie che hanno reso le ultime stagioni interiste la folle avventura che conosciamo, anche se è ovvio che i problemi fossero anche altri e più gravi.
Poi a volte ci sono soluzioni nitide, semplici, come l’uovo di Colombo. Un bel giorno alla Pinetina arriva Stefano Pioli e fin dall’inizio stabilisce una regoletta semplice: «Da oggi in poi in campo si parla italiano. In allenamento e in partita. So che nel massimo sforzo agonistico viene spontaneo parlare la propria lingua, ma dobbiamo abituarci a parlare italiano. Anche perché siamo l’Inter, una squadra italianissima e con tifosi italiani». Ed è andata proprio così, in ossequio alla logica e al senso di appartenenza. Del resto tutti i giocatori stranieri dell’Inter capiscono e parlano l’italiano (eccetto Brozovic, che è un po’ un caso a parte). Lentamente la Babele si è sbriciolata, e la sua nuova italianità è uno dei piccoli segreti dell’Inter delle sei vittorie consecutive in campionato: stasera potrebbero diventare sette contro un Pescara ultimo in classifica e senza sette elementi, prima della settimana che porta a Inter-Lazio (martedì 31) e Juve- Inter (domenica 5 febbraio). È un’Inter sempre più italiana anche nei giocatori, che con gli arrivi di Candreva e Gagliardini sono diventati otto, cui si aggiungerà il baby Pinamonti e gli acquisti della prossima estate, che si annunciano italianissimi e di valore (Bernardeschi e Verratti gli obiettivi). Perché il bello è che il suggerimento di rendere più italiana la squadra e di regalarle un senso di appartenenza viene proprio da Suning, la proprietà cinese. Insomma ci volevano i cinesi per avvicinare l’Inter all’Italia. Imporre la nostra lingua non era venuto in mente neppure a Roberto Mancini, che però in allenamento e in partita parlava italiano. Poi lui stesso a volte passava all’inglese con alcuni, e c’è chi ricorda quel suo battibecco con Vidic in un Sassuolo-Inter, chiuso dall’allenatore con un tonante e assai inglese «fuck off» al difensore. Stasera invece, se Pioli si arrabbierà con uno dei suoi, lo manderà a quel paese italianissimamente parlando. E nessuno avrà dubbi esegetici.