Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  gennaio 28 Sabato calendario

Le 57 partite inutili che ci aspettano. L’Aic: «È ora di play-out e play-off»

ROMA TORINO può vantare il singolare primato di aver due squadre in testa. La Juve comanda la classifica di chi insegue lo scudetto, la Champions o anche solo l’Europa League. Il Torino è capolista di un campionato a parte, con 12 concorrenti e nemmeno lo straccio di un obiettivo. Dentro c’è chi come i granata vede già l’Europa come un miraggio. Ma pure chi si è già arreso alla retrocessione. La lotta salvezza in fondo è in archivio, con il più ampio distacco tra terzultima e quartultima che la storia dei campionati a 20 squadre ricordi: l’Empoli a 21 punti ha doppiato Crotone e Palermo. Ma pure tra ultima e quartultima, senza i tre punti a tavolino del Pescara, la forbice sarebbe senza precedenti.
E allora via al campionato delle partite inutili: 57 quelle in calendario nelle prossime 17 giornate. Esattamente una gara ogni tre sarà superflua ai fini della classifica. Il paradosso è che già oggi è chiaro che nei weekend del 30 aprile e del 14 maggio almeno 5 partite su 10 non sposteranno nulla: inevitabile se non basta nemmeno aver subito 45 gol (Cagliari) o averne fatti la miseria di 12 (Empoli) per trovarsi invischiati nei bassi fondi: peggior difesa e peggior attacco oggi sono ampiamente salvi. Certo, chiudere noni o decimi consente di incassare 2,5 milioni in più di chi si piazza tra 11esimo e 17esimo posto, ma non è esattamente un obiettivo per cui lottare. Chissà cosa ne pensano le tv. A pochi mesi dall’asta per i diritti audiovisivi del triennio di serie A 2018-’21, si ritrovano a vendere un prodotto che non garantisce competizione: un prodotto meno appetibile, svalutato dalla sua stessa formula. E permeabile, se non alle combine, almeno al “volemose bene”, ossia meglio due feriti che un morto. In un calcio caratterizzato da contratti a prestazione – i cosiddetti bonus, per gol o assist – la scarsa competitività offrirà ai calciatori occasioni per maturarne più facilmente. O all’opposto proprio l’assenza di stimoli può rendere più faticoso raggiungere i premi.
Il presidente del Coni Malagò chiede «una riforma dei campionati una volta per tutte». Ma la riduzione della serie A, da 20 a 18 squadre che per Tavecchio era “una necessità”, ora è “un’utopia”, viste le difficoltà per la Lega di accettare un taglio: i 7-8 club a rischio, si sentirebbero condannati all’eutanasia della serie B. Meglio intanto alzare gli standard qualitativi per giocare in serie A (lo ha annunciato ieri il dg Federale Uva) come stadi e settori giovanili, in attesa della riforma: un progetto di riduzione in tre anni, magari alzando il paracadute economico per chi scende. Restano contrari i calciatori (ridurre i professionisti vuol dire ridurre i posti di lavoro): Tommasi, n.1 Aic, propone piuttosto «l’introduzione di playoff e playout». Ma Malagò frena: «Non sono nella storia culturale del nostro sport». Il presidente dell’Empoli Corsi punta invece sulla redistribuzione dei diritti tv: «La Bundesliga ha 18 club perché si ferma due mesi per il freddo. Qui il problema è la divisione dei soldi: in Inghilterra il rapporto tra serie B e A è di un euro a due, in Italia di uno a dieci».