la Repubblica, 28 gennaio 2017
Venti di guerra a Pechino. «Un conflitto con gli Usa? Non è solo uno slogan»
PECHINO Il cielo sopra Pechino brucia di festa e di gioia eppure c’è molto poco da stare allegri. Saranno pure i fuochi del Capodanno ma un ufficiale dell’Esercito popolare di liberazione l’ha messo nero su bianco nel rapporto dell’altro giorno alla Commissione militare centrale: le probabilità di un conflitto con l’America di Donald Trump adesso sono «più concrete». Di più: «La guerra non è soltanto uno slogan». La dichiarazione da brivido infiamma il sito web e rimbalza per tutta la Cina: comincia l’anno del Gallo e in questo Paese dove tutto è buona o cattiva fortuna i giornali di partito scrivono che il segno vuol dire anche «combattimento». Il presidente Xi Jinping occupa ogni canale tv per gli auguri ma prima delle vacanze si è nominato alla guida di una nuovissima commissione incaricata di spingere per la fusione di tecnologie e imprese civili e militari. L’allarme a Pechino è scattato dopo l’annuncio del nuovo segretario di Stato Usa Rex Tillerson: gli Stati Uniti sono pronti a organizzare anche un blocco navale per impedire l’accesso alle isole artificiali che la Cina sta costruendo nel Mare Meridionale delle isole contese. Gli americani «devono fare attenzione a quello che dicono e fanno», minaccia la portavoce del ministero degli Esteri Hua Chunyng: certe dichiarazioni mettono a rischio «la pace e la stabilità di tutta la regione». Solo la regione? Non c’è tempo da perdere. La Cina «accelera i preparativi per un possibile confronto con gli Stati Uniti» titola il South China Morning Post. Non è la propaganda che pure qui è uno sport nazionale: «È così che si precipita in una crisi», avverte l’americanissimo Foreign Policy. Non sarà che qualcuno esagera?
«Certo che ci sarà frizione tra Cina e America», dice a Repubblica Bonnie S. Glaser, direttrice del China Power Project, il think thank del Center for Strategic & International Studies che è il più importante osservatorio militare su Pechino. «L’amministrazione Trump sta mostrando certamente durezza», spiega, «ma non c’è ancora una politica chiara». Il che rischia, in realtà, di complicare ancora di più le cose. Tra l’America e la Cina ci sono al momento almeno tre motivi di scontro. Le isole contese del Mare del Sud, reclamate da un pugno di paesi ma che Pechino considera parte del Mare Suo. L’indipendenza di Taiwan e il principio di una sola Cina, messo in dubbio da Trump. E l’incognita nucleare della Corea del Nord che ha spinto il Sud ad accettare lo scudo antimissile Usa. Il mese prossimo il nuovo segretario alla Difesa americano, James detto “Cane Matto” Mattis, vola a Seul e a Tokyo per elaborare con gli alleati la strategia asiatica dell’America di Trump: e non sarà anche questa un’altra minaccia per Pechino? «Se i cinesi hanno l’impressione che Xi Jinping viene messo in difficoltà da Trump si aspetteranno una risposta forte», dice a Bloomberg Paul Haenle, l’ex consigliere di George W. Bush. Perché non è una questione di comunismo contro capitalismo: si chiama, semplicemente, nazionalismo. Aggiungeteci che il nuovo Mao a novembre si gioca tutto nel 19esimo congresso che deve confermare la sua definitiva presa del potere, e il quadro è completo. Ecco perché qui tutti si affrettano a “stare pronti”. L’ultrasettantenne capo della Marina viene pensionato: e al suo posto ecco il vice-ammiraglio Shen Jinlong che era il capo della Flotta del Mare del Sud. Al Comando Meridionale, quello responsabile delle isole contese, arriva Yuan Yubai, anche lui finora vice-ammiraglio. «E promuovere in queste zone di comando ufficiali che erano già operativi vuol dire», dice al giornale di Hong Kong l’esperto Song Zhonping, «prepararsi a vincere una guerra».
Nessuno può sapere che cosa sta succedendo nei cinquemila chilometri della Grande muraglia sotterranea: il labirinto supersegreto che nasconde le 3mila testate nucleari. Ma le esercitazioni con un centinaio di aerei agli ordini dei due comandi principali sono state sbandierate a più non posso: come la notizia del possibile test di un nuovissimo missile da 400 chilometri di gittata. Le immagini del Dongfegn- 41 che viene schierato al confine russo riportano poi ai tempi della guerra fredda. E del resto: il “Bollettino degli scienziati atomici” che dal 1947 veglia sul nostro futuro non ha spostato le lancette dell’orologio dell’Apocalisse più vicino ancora alla mezzanotte? Da tre minuti a due minuti e mezzo: trenta secondi rubati all’umanità dall’elezione di Donald Trump.
«Finora abbiamo assistito soltanto a confuse, contradditorie dichiarazioni», insiste Glaser: «Ma io non credo che alla fine gli Usa negheranno davvero l’accesso alle isole». Anche perché quello sì che sarebbe davvero il punto di non ritorno. O no? «Il confronto sarà duro, soprattutto nel campo economico, ma le condizioni per parlare di guerra non ci sono». Non ci sono? Pausa. «Non ci sono ancora».