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 2017  gennaio 28 Sabato calendario

La cordata dei tre fratelli Marra. Così hanno scalato il Comune

ROMA L’irresistibile scalata della famiglia Marra al Campidoglio si infrange sulle pareti di alluminio di uno spoglio prefabbricato a Tor di Quinto. Lì davanti, nella sede dei vigili del XV gruppo, il cordone di sicurezza è fermo e risoluto: «Il comandante Marra non rilascia dichiarazioni». Ma è in ufficio? «Non glielo posso dire», risponde il solerte agente in borghese. In realtà, Renato Marra c’è, seduto dietro la sua nuova scrivania a organizzare il lavoro di 250 caschi bianchi, quei “pizzardoni” che il fratello di Raffaele sperava di aver abbandonato dopo 6 anni di servizio, gli ultimi tre a pianificare blitz contro gli ambulanti abusivi a bordo della sua inseparabile moto.
E invece la sua nomina alla guida del dipartimento Turismo (con aumento di stipendio da 20 mila euro) è durata appena due mesi, revocata «in autotutela» dalla sindaca Virginia Raggi per tentare di alleggerire la sua posizione giudiziaria. «Me lo dovevi dire, così mi metti in difficoltà», scriveva a novembre la prima cittadina al fidato Raffaele, a Regina Coeli dal 16 dicembre.
Da allora, la vita dei Marra in Campidoglio si è fatta decisamente più complicata: l’ex capo del personale, appunto, in manette, Renato, di due anni più grande, retrocesso da un ufficio in pieno centro a uno periferico (e senza aumento di stipendio) e Francesca, la più piccola, a schivare le domande, chiusa nel suo ufficio di funzionaria responsabile dei servizi scolastici del III Municipio. «Quello che è successo a loro due non mi riguarda, sono anni che non li frequento», ha dichiarato nei giorni scorsi, nell’estremo tentativo di prendere le distanze dai suoi parenti/colleghi.
Già, perché di 4 fratelli originari della Campania, tre lavorano in Comune a Roma, tutti approdati nell’amministrazione capitolina tra il 2008 e il 2010, trasferiti da un altro ente pubblico: Raffaele e Renato dopo un passato nella Guardia di Finanza, Francesca da un’altra amministrazione. Il quarto, Catello, anche lui ex ufficiale delle Fiamme gialle, vive da tempo a Malta dove è diventato “governatore” dello Iodr, sigla che sta per “Organizzazione internazionale per le relazioni diplomatiche”. Una settimana dopo l’arresto di suo fratello, spiegava a un quotidiano on line: «Con Raffaele ho solo rapporti sporadici: quando ci si incontra buongiorno o buonasera, ci si prende un caffè, e finisce lì».
Non molto diverso da quanto in questi mesi ha raccontato Renato che con l’ex braccio destro della Raggi ha condiviso la carriera in Finanza, seppure in sedi diverse: mentre Raffaele alla fine degli anni ‘90 guidava la tenenza di Fiumicino, Renato era a capo di quella di Cortina. Poi, a metà degli anni Zero, mentre Raffaele si avvicinava a Gianni Alemanno grazie ai buoni uffici di monsignor Giovanni D’Ercole («Gli chiesi una raccomandazione per entrare nei servizi segreti», rivelò al Fatto), Renato lavorava al coordinamento informativo e analisi del II e III reparto del comando generale. Da lì viene chiamato al nucleo speciale al servizio delle commissioni parlamentari d’inchiesta dove resta fino al 2010 prima di essere collocato per un mese (tra settembre e ottobre) nel gabinetto del ministro dell’Economia Giulio Tremonti.
La divisa della Finanza la abbandona un mese dopo per indossare quella dei vigili urbani di Roma, vincitore di concorso. Su quella stessa divisa farà sfoggio di mostrine e fregi, come raccontano le poche foto che lo immortalano: dietro la sindaca Raggi o, prima, insignito di un’onorificenza dal commissario Francesco Paolo Tronca o davanti al banco di una pescheria, per un controllo in uno dei mercati della capitale. «Per me parla il mio curriculum», ha insistito Renato in questi mesi, raccontando i rapporti «quasi nulli» col fratello Raffaele. «Non ci parliamo e non ci frequentiamo da tempo», diceva.
In realtà il telefonino sequestrato all’ex capo del personale del Campidoglio restituisce un’altra storia fatta di messaggi tra i due fratelli, di consigli che Raffaele dava a Renato su come muoversi con la nuova amministrazione, dagli abboccamenti con l’assessore al Commercio Adriano Meloni a quelli con il presidente dell’Aula, Marcello De Vito. In pubblico, però, l’importante era negare qualsiasi legame: «I parenti non te li scegli», diceva spesso Renato.
È la versione dei Marra che nel 2013, nonostante i «rapporti sporadici», hanno rischiato di ritrovarsi a lavorare tutti negli stessi uffici: Francesca al III Municipio, Renato già alla guida dei vigili di quel gruppo e Raffaele che puntava a diventare direttore della sede. La nomina, alla fine, venne bloccata dal Pd e così saltò anche quella “riunione di famiglia” tra fratelli che, ufficialmente, tra loro non parlano.