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 2017  gennaio 30 Lunedì calendario

Pirandello che trasforma una soluzione in un enigma

Anche mia nonna, come faceva Pirandello e fanno tutti i Siciliani, teneva le punte delle delle dita delle mani unite e all’insù “come pigne rovesciate”, durante le sue letture. Nonna Carmela lo aveva conosciuto da ragazzina, il “grande – diceva – nostro poeta”. E dicendo nostro mia nonna intendeva siciliano. Credo che il seme del mio amore per Pirandello sia stato gettato allora, in una Catania tutta bombardata per la Guerra, senza luce e telefono (tutto era stato bombardato!) da mia nonna Carmela Costanzo Martinez De La Rosa… e guai a dimenticarsene un pezzetto!
Intanto, il prossimo 28 giugno, saranno passati 150 anni dal giorno della nascita di Luigi Pirandello, un poeta a cui non solo il Teatro Italiano deve molto. Infatti, in una “stramba” villa di campagna chiamata “Caos”, vicino a Girgenti (che nel 1927 sarebbe diventata Agrigento) il 28 giugno 1867 nasce, “per caso” o per “necessità del caso”, Luigi Pirandello. Perché “per caso”? Per via di un’epidemia di colera che spinge la madre, Caterina Ricci-Gramitto, incinta, a rifugiarsi al “Caos”. E il “padre”? Il padre non ci va al “Caos”: Stefano Pirandello è rimasto nel caos della città colpita dal colera! La famiglia della madre aveva lottato contro i Borbone per l’Unità d’Italia e il padre aveva combattuto da garibaldino ed era un ateo dichiarato. Allora, il piccolo Luigi, per caso al Kaos, viene alla luce… “alla madre sola…”. Luigi Pirandello è appena nato e il Destino ha già attorcigliato attorno alla sua esistenza Kaos, Caso e Madre. Kaos è una parola greca che vuol dire “spalancato, disordinato…” e il suo contrario è Kosmos che vuol dire “ordinato, abbellito…”. Infatti i “cosmetici” servono ad abbellire il viso mettendo ordine alle proporzioni: naso più sottile, occhi più grandi, pelle più uniforme ecc. Kosmos vuol dire anche Mondo che dunque è l’ordinamento del Kaos, la messa in ordine del disordine. Tra Kaos e Kosmos la differenza è un Punto di Vista (Dio non è un occhio?). Kosmos, dunque è una “posizione” del pensiero. Il contrario del Caso è la Regola. E il contrario di Madre?… Puttana. Ma Kosmos e Kaos non sono, poi, l’Uomo e la Bestia? E la Madre non è, per essenza, la Virtù? E non è il Caso che fa scontrare l’uomo, la bestia, il caso, la necessità, il vizio, la virtù?
Come per i Grandi Predestinati, il “tema di fondo” di quel genio assoluto che fu Luigi Pirandello appare, appunto per necessità del caso, fin dalla sua nascita. Per Caso viene al mondo (Kosmos) al Kaos e alla Madre sola.
Il mio insegnante di Storia del teatro all’Accademia nazionale d’arte drammatica era Giorgio Bassani. Le sue lezioni (indimenticabili!) consistevano soltanto nella lettura dei classici greci. Leggeva lui stesso e leggeva benissimo. Era, appena un po’, balbuziente. Questo difetto o, diciamo meglio, questo piccolo kaos nel kosmos della sua lettura rendeva magnifica e commovente la sua lezione. Ognuno di noi allievi si rendeva conto che quelle due ore giornaliere erano di una intensità intellettuale e umana irripetibile. Grandissimo Giorgio Bassani! Ma Giorgio Bassani non amava Pirandello. Non lo amava da par suo. Lo trovava borghese e provinciale. E poi non ne amava la Lingua. Credo che il suo giudizio fosse condizionato dalle Messinscena di allora, che erano tutte verso la direzione dell’eleganza estrema e algida, come una fotografia di “Vogue”. E anche il parlare degli attori di allora voleva essere estremamente elegante e algido e così anche i loro gesti che erano freddi, rigorosi e ordinatissimi. Ora possiamo dirlo, erano spettacoli Kosmetici in senso rigoroso. Peccato che Pirandello sia Kaotico.
Timidamente penso che Giorgio Bassani non avesse compreso l’invenzione di un “espressionismo Linguistico” di Pirandello che mette in “stile” il “dialetto borghese siciliano”. D’altra parte, e non è irrilevante, nel 1891 Pirandello si laurea a Bonn con una tesi sugli sviluppi fonetici dei dialetti greco-siculi di Girgenti. Non è poco. Forse, per comprendere a fondo e “fisicamente” la lingua pirandelliana, bisogna essere siciliani “nella carne”. Una volta Strehler mi disse che nessuno recitava Pirandello meglio di Turi Ferro, perché Turi era siciliano… Chissà… Nessuno mi toglie dalla testa che lo studente universitario “ateo” (così si dichiara Pirandello sul modulo dell’Università che domanda quale sia la religione professata dall’iscritto) si fosse accorto che i personaggi “sbiechi”, disegnati o dipinti dall’Espressionismo Tedesco erano le stesse strambe, sbilenche, contorte, allucinate figure di uomini e donne che aveva visto, vive e non dipinte, nelle strade di Girgenti, Porto Empedocle e Palermo.
E quando, nelle sue specialissime didascalie, vestirà quelle “figure” di viola, o turchino, o magari di color “cece” e il personaggio, poi, avrà la faccia “verdolina” o “gialla”, come non pensare che Pirandello voglia fare un suo “proprio” espressionismo che, appunto, trasformi ogni certezza in un enigma angoscioso.
Riflettiamo alle parole di Marinetti ne “Il Teatro Futurista Sintetico” che, nell’auspicare un nuovo rapporto tra spettatori e palcoscenico, ribadisce l’urgenza di “eliminare il preconcetto della ribalta lanciando delle reti di sensazioni tra palcoscenico e pubblico; l’azione scenica invaderà platea e spettatori…” ecc…
E ora rileggiamo la didascalia dei “Sei personaggi in cerca d’autore”, l’opera più importante di Pirandello: “Troveranno gli spettatori, entrando nella sala del teatro, alzato il sipario, e il palcoscenico com’è di giorno, senza quinte né scena, quasi al buio e vuoto, perché abbiano fin da principio l’impressione d’uno spettacolo non preparato”. È andato ben oltre Pirandello. Sul palcoscenico, dove sempre, lo si sappia o no, accade la rappresentazione del mondo (bella o brutta, riuscita o meno, accorta o maldestra…), non vi sono né quinte, né scena. Ci troviamo di fronte a un mondo divenuto palcoscenico vuoto, dove non si vivono più i drammi della vita, ma si “prova” a viverli, in attesa d’uno spettacolo che non si farà mai… e gli attori-uomini sono incapaci di incarnare quei drammi e riescono soltanto a trasformarli in “farsa”. Faranno ridere. Tutto è divenuto, al mondo-kosmos, finzione, recita. Una “Grande Pupazzata”. Solo la morte è reale. “Realtà, signori, realtà” griderà il padre dopo il suicidio del bambino che “gli attori” crederanno, anche quella, una finzione spettacolare un po’ eccessiva. Che poeta!
Perché ogni forma di poesia, di musica, di teatro, ogni plasmare, ogni costruire, ogni operare, ogni lottare, ogni soffrire e, anche, ogni recitare (che, voglio ricordarlo, vuol dire “citare nel già citato qualcosa che non era ancora stato citato”), si smarriscono in un grottesco, farsesco atto caotico, impreciso, casuale ma prevedibile, quando viene a mancare la luce del “pensiero2.
Infatti, nelle opere di Pirandello c’è un personaggio che pensa e una società che si è sottratta all’appello del pensiero, eludendolo, ed è andata a finire su un terreno che diventa privo di difese e protezione. Un Kaos. Per questa società non c’è salvezza perché non c’è più Kosmos e il suo destino è la follia.
Forse c’è posto ancora per una riflessione dopo 150 anni dalla nascita del “nostro grande poeta”, come diceva mia nonna Carmela Costanzo Martinez De La Rosa.