La Lettura, 29 gennaio 2017
Siamo gli ultimi operai. Abbiamo in ostaggio il rotore di una centrale
Diego Tartari lo incontro all’uscita della metropolitana di Sesto Marelli: è uno piccolo di statura dal fare determinato, barba scura da scrittore russo, il berretto di lana e un anello d’argento infilato su uno zigomo. Con lui c’è Stefano Pavan, un ragazzone alto e spiritoso dal viso roseo, berretto scuro e giubbetto nero in pelle da rocker.
Quando Diego parla, si sente che la cadenza marchigiana è impastata con quella lombarda, anche se il gergo d’origine ancora prevale, perché da Appignano è partito una quindicina d’anni fa per raggiungere qui al Nord la sua compagna, e da dieci è entrato in fabbrica in reparto qualità: «Faccio controlli dimensionali ma anche distruttivi e non distruttivi», mi spiega criptico mentre c’incamminiamo su via Edison, che nella fattispecie significa fare analisi con metodi che cercano il difetto nel generatore a turbine. Ai lati dello stradone un’architettura complessa e stratificata, palazzi ultramoderni e case operaie di Sesto San Giovanni dagli intonaci ocra, le grandi vetrate dell’NH hotel e il palazzone della Wind aggredito al pianterreno dalle erbacce, ciò che resta di quella che era soprannominata la Stalingrado italiana. Diego è uno dei 140 operai licenziati dalla General Electric, la multinazionale americana leader nel settore delle centrali che ha acquisito la francese Alstom Power (e dopo due mesi ha annunciato 6.500 esuberi in Europa e la chiusura di questo sito motivandoli con il calo della domanda di turbine a gas), quella che una volta, ai tempi dell’età dell’oro dell’industria nella piccola Manchester lombarda si chiamava Ercole Marelli. Qui le imprese nel loro momento di massimo splendore occupavano duecentomila lavoratori negli stabilimenti Ansaldo, Falck, Breda e Pirelli.
Diego è arrivato alle sei per il cambio del turno. «Teniamo tutti fuori, non facciamo entrare nessuno, presidiamo impianti e macchinari e abbiamo preso in ostaggio un rotore, perché è l’ultimo lavoro che stavamo facendo, doveva finire a Zouk, in Libano», dice orgoglioso (il rotore è un organo rotante, componente fondamentale – insieme allo statore che è fisso – di un generatore). «La sorpresa più grande è stata il 27 settembre, il giorno dell’occupazione, per tre notti siamo stati dentro tutti, perché avevamo paura che ci sgomberavano». Dice che alcuni si erano portati il letto da casa, c’era chi era arrivato con le coperte, il cuscino e le lenzuola. Sul lato ovest ognuno s’era preso l’ufficio di un dirigente, aveva piazzato il materasso sulla scrivania.
Davanti ai cancelli le bandiere del sindacato e uno striscione azzurro, di lato la postazione del custode, che segna sospettoso su una cartellina i nomi di chi entra. «Se noi occupavamo anche la guardiola, i sorveglianti li avrebbero licenziati, ma non ha senso mettersi lavoratori contro lavoratori che non c’entrano niente».
Dopo ci incamminiamo lungo un viale, al centro le rotaie, che porta dritto ai padiglioni della fabbrica: in fondo svetta quello che chiama «il fungo», la torre che raccoglie e convoglia le acque piovane – più in alto nel cielo volano gli aerei che decollano dall’aeroporto di Linate.
All’ingresso di uno degli stabilimenti c’è il manichino impagliato di una tuta blu, altri due sono caduti in terra sul piccolo rettangolo di verde adiacente, abbattuti dal vento. Sono stati creati dall’operaio-artista Francesco Bisceglia. «Li hanno chiamati “spaventa guardie”, messi qui provocatoriamente, perché la prima settimana di assemblea permanente i vigilantes mandati dall’azienda sorvegliavano notte e giorno – racconta Diego – gente che adesso lavora nei locali notturni di Milano». Erano una decina e stavano lungo tutto il perimetro. «Poi quando abbiamo occupato, li abbiamo messi fuori».
Su un lato del padiglione 4B, i lavoratori licenziati si sono ritagliati una piccola isola protetta dal cellophane, dove la notte dormono in letti a castello costruiti con strutture di tubi innocenti, o su divani che hanno portato da fuori in segno di solidarietà. Dentro hanno piazzato due termoconvettori e una piccola stufa per riscaldarsi, il tavolo lungo, e dietro il banco della cucina, con un fornelletto elettrico, gli scaffali con i pacchi di pasta e lo scatolame. Nella parte opposta, invece, il grande schermo tv e due quadri di nature morte appesi alla parete; in alto un ritratto di Marilyn Monroe.
Quando arrivo – giovedì 19 gennaio – è il centoquindicesimo giorno che stanno qui, notte e giorno, e la stanchezza comincia a sentirsi. Molti di loro hanno disturbi del sonno, lo stato di tensione e d’attesa è snervante, e più il tempo passa senza risposte, più l’ansia divora. Sono parte di un ceto operaio senza partito e senza ideologia, quello che resiste quasi per coazione a ripetere della civiltà industriale spazzata via dalle delocalizzazioni globali, a difendere in nome della dignità la qualità del proprio lavoro in uno stabilimento molto tecnologico, dove si trova una delle tre camere blindate presenti in Italia per bilanciare i rotori (qui si lavorava principalmente per generatori di centrali a ciclo combinato, che bruciano gas e olii, e generatori di centrali nucleari. Fino al 2010 anche per generatori di centrali idroelettriche). Alcuni operai sono stranieri, marocchini, moldavi, croati, lavoratori egiziani, della Mauritania e Costa d’Avorio, c’è persino un cinese, Aiguang Zhang, monoreddito con quattro figli a carico tutti quanti studenti e nati in Italia.
Diego ha caricato la moka mettendola a scaldare sul fornelletto, mentre Stefano mi spiega che il loro obiettivo – ultimo stipendio percepito a novembre, stipendio medio di 1.500 euro – è trovare una nuova proprietà, «a General Electric non interessa più continuare questo tipo di produzione, vuole tenere aperte solo le fabbriche in Polonia, Romania e Inghilterra». Qui si producono generatori di alta qualità per le centrali, pezzi unici con un’attività quasi esclusivamente manuale, il vecchio e sapiente lavoro metalmeccanico, un patrimonio del lavoro italiano che stanno difendendo prima ancora che il posto. Secondo Diego invece la multinazionale statunitense vuole togliere di mezzo i brevetti, fare un prodotto di serie abbattendo i costi e monopolizzando il mercato. «Dopo, tutti saranno costretti a comprare da loro, e faranno anche il prezzo».
Appena è scattata l’occupazione, hanno trovato appeso alla bacheca un avviso con le posizioni disponibili con inquadramento operaio a Rivalta, Pomigliano d’Arco, Brindisi, Massa, Firenze e Bari. L’azienda americana ha offerto agli operai in esubero una nuova assunzione, comunque lontano da casa, ma solo tre hanno accettato.
Quando il caffè comincia a gorgogliare, da un letto a castello dove ha appeso la sciarpa rossonera del Milan a una barra metallica, emerge la sagoma di un ragazzo dai capelli rossicci che chiede l’ora. È uno dei più giovani, qui dove l’età media è di 39 anni, addetto all’impaccatura degli statori. «Le porto il caffè in camera signor Arosio?», lo sfotte Diego.
Poco dopo Roberto Cazzaniga, stretto nel giaccone, sguscia tra le due tende di cellophane: è uno spilungone biondo con l’aria seria che hanno certi lombardi, capelli corti a spazzola, una calvizie al centro. È uno dei pochi impiegati che ha deciso di occupare, e sta qui dai tempi della Marelli. Il Cazzaniga, poco più che cinquantenne di poche parole, una volta che siamo al centro del padiglione monumentale dice malinconico: «È surreale». Più tardi aggiungerà: «Ricordo anni in cui qui eravamo in mille, c’era solo una corsia per camminare per quanto lavoro avevamo». Adesso gli sembra di vederla la fabbrica febbricitante che c’era in quei tempi gloriosi. «Questo capannone era stato costruito per il nucleare, quando sono stato assunto nel 1986 c’erano ancora le ruspe con i muratori». Altri alcuni passi e dice anche: «Entri e non vedi più le persone, quelli con i quali hai lavorato tanti anni». Perché lui, il Cazzaniga, quando è entrato ne aveva 22 e di giovani ce n’erano pochi, allora. «Poi c’è stato un buco generazionale, vedevi ancora le lotte operaie e la carpenteria, saldavano – dice raccontando un altro mondo – picchiavano, costruivano tutti i pezzi», dopo hanno cominciato ad arrivare i terzisti, a delocalizzare, è finito il lavoro.
Poi è cambiato il mondo.
«Prima arrivavi in viale Italia, dico tra il 1986 e il 1990, e vedevi ancora capannelli di operai alle fermate degli autobus, tanta gente, adesso non c’è in giro un cane». Sostiene che situazioni come queste le vivevano in strada, non tappati come topi qua dentro, sui viali «potevi incontrare tute sporche e bidoni picchiati come tamburi».
Mentre mi accompagna a vedere il rotore «ostaggio» che sta dentro il gabbiotto della camera grigia, con tanto di controllo di temperatura e d’umidità, mi racconta sconsolato che nella sua storia lavorativa ha vissuto diverse ristrutturazioni, tutte con cassa integrazione e cambi societari. «Questi hanno detto proprio basta, per te non c’è più niente, e fuori di lavoro ne trovi zero, non hai la mentalità dei giovani precari, è tutto difficile».
Sono orgogliosi di questo rotore, dentro c’è tutta la loro conoscenza, le capacità manuali, l’intelligenza creativa. «Non pensavo che arrivassero alle lettere di licenziamento», dice Roberto: «Ho avuto sempre una speranza, si era sempre trovata una soluzione». Quando ha deciso di occupare insieme con gli altri, lui che è stato sempre uno fuori dal coro, ne ha parlato anche con la moglie. «Ci siamo guardati negli occhi, poi le ho detto: proviamo a fare questa lotta. Lei non mi ha ostacolato». Almeno loro sono senza figli, altri hanno dovuto mollare, «non è facile reggere». Adesso la fabbrica inanimata sembra l’ala attrezzata e gelida di un museo di una civiltà sepolta, e noi due visitatori pigri-soli-sconsolati tra i reparti e le macchine. «Certo, arrivare la mattina e non avere niente da fare...», sussurra immalinconito il Cazzaniga, stringendosi nelle spalle. «È un luogo morto, non c’è più un rumore, hanno chiuso non perché non c’era lavoro, ma perché hanno deciso di farlo da un’altra parte», commenta senza rabbia, a bassa voce. Ormai ognuno viene qua nel proprio turno, scambiano quattro chiacchiere, ma l’argomento è sempre lo stesso: «Ci raccontiamo del licenziamento, le problematiche burocratiche, la chiamata dell’ufficio di collocamento, la pratica all’Inps, e poi cerchiamo di tenere in ordine e pulito».
Ma una cosa buona c’è stata, vivere fianco a fianco qua dentro il padiglione tutti questi giorni, mangiare insieme, giocare a bigliardino o a ping pong, davanti ai bagni dove hanno riposto le batterie di pentole, gli scolapasta, la grattugia metallica. «Impari a conoscere molto di più i tuoi colleghi, gente che magari vedevi poco, senti situazioni familiari e umane tutte diverse». Anche se «venire qua tutti i giorni a non fare niente è snervante – sostiene il Cazzaniga – ma spero che questa maledetta lotta porti a qualcosa di buono. Non è che stai chiedendo chissà cosa», insiste: «Stai chiedendo di poter continuare a lavorare».
Il tempo sembra non passare mai, molti operai si spostano dalla guardiola al padiglione, camminano lungo il viale, oppure escono, vanno a bere un caffè al baretto del dopolavoro su via Edison. Dopo cinque mesi non ci sono più l’entusiasmo e la rabbia dell’inizio. Ritornano col passo pigro, la sigaretta in mano, gli occhi stanchi. È il tempo che è cambiato, il tempo da ingannare qui durante il turno da disoccupati, quello del sonno, il tempo sempre più incerto della vita privata, il tempo dei cupi ragionamenti, delle improvvise speranze deluse, i minuti che mancano alla fine di un’altra giornata.
Diego che è anche Rsu della Fiom-Cgil, rappresentante eletto dai lavoratori, è il più agguerrito e inquieto di tutti i 52 irriducibili che si battono contro la chiusura, uno dei pochi con una vera coscienza politica. Cammina svelto mentre lo seguo all’aperto sulla strada asfaltata che porta al reparto barre, sotto ci sono gli spogliatoi, con gli armadietti azzurri degli operai, tutti in fila, con sopra gli scarponi antinfortunistici. Ognuno di loro è una storia. Se una volta ci trovavi scritti sopra a pennarello gli slogan o i simboli delle organizzazioni politiche, adesso sono i campioni sportivi o i gruppi musicali a farla da padroni, foto di attrici avvenenti, band musicali. Alcuni hanno le ante spalancate, li occupavano lavoratori che sono andati via, dentro ci sono ancora le tute da lavoro sciupate, gli accappatoi, i flaconi del bagnoschiuma. Alcuni sono stati sventrati, staccati gli sportelli che penzolano obliqui. «Mentre noi eravamo in cassa integrazione, questi andavano a lavorare in trasferta nelle altre fabbriche del gruppo raddoppiando lo stipendio, qualche dispetto è stato fatto», dice allargando le braccia. «A casa mia l’hanno presa male»: adesso abbassa il tono della voce; la sua compagna gli ha detto che deve cercarsi presto un nuovo lavoro, deve fare in fretta perché hanno due figli di sei e otto anni ai quali dare un futuro. «È finita la serenità, i rapporti si sono raffreddati». Quando la smettete? – gli chiede la moglie; quando finisce questa maledetta occupazione? Più di ottanta lavoratori non hanno retto, «ti chiamavano in direzione facendoti l’offerta di un anno e mezzo di stipendio», così hanno firmato quella che in gergo chiamano la «tombale», «una carta dove non puoi rivalerti più giuridicamente con l’azienda», 12 o 18 mesi per quelli che hanno più di cinquant’anni. Come ha detto un suo compagno, Marco Tabarro, citando il cartone South Park : «Cosa scegli, panino alla merda o peretta gigante?». Invece i suoi genitori lo sostengono. Sua madre è stata sindacalista di base alla Toma, un’azienda che fa abiti da lavoro nelle Marche e negli anni Ottanta licenziò metà del personale. Lui era un bambino, però ricorda le assemblee che si tenevano in casa sua. «Allora gli operai erano molti di più, prima una crisi la potevano percepire in tanti; adesso sono pochi quelli che la possono comprendere davvero. Ti hanno abituato a essere passivo, c’è stato un impigrimento della coscienza», dice rabbioso, aggrottando le sopracciglia.
All’una tutti gli operai si radunano nel budello di cellophane. Cominciano ad allestire la tavola. Paolo Labarbera, detto calabrisella, ha preso il comando dei fornelli, sta preparando il condimento per una pasta aglio, olio e peperoncino su una padella grande, alla tv le scene terribili delle zone terremotate del Centro Italia, tempeste di neve e mezzi pesanti che si spostano, l’hotel di Rigopiano travolto dalla slavina.
Stefano racconta delle sue gite nei luoghi abbandonati insieme ai compagni di lavoro Mirko e Francesco, stivali ai piedi, all’ex ospedale psichiatrico di Mombello di Limbiate, dove vanno i ghost hunter, cacciatori degli spiriti delle persone decedute per morte violenta. Prima mi ha portato a vedere dove lavora come avvolgitore al reparto montaggio. «È desolante – ha detto – vedere tutto questo vuoto, questo silenzio». Già nell’ultimo periodo il lavoro era diminuito, tante commesse erano ordinate qui e convogliate all’estero. «Dicevo sempre a mia moglie che il lavoro futuro sarebbe stato quello del trasfertista. Abituati, partirò spesso, andrò nei cantieri. Invece neanche quello. Sono nato elettricista, l’unica cosa che posso pensare è rimettermi in gioco, lavoretti ci sarebbero, ma vai a fare il precario a mille euro al mese», stava dicendo in tono quasi rinunciatario, ma poi all’improvviso si è contraddetto: «Secondo me ripartiremo, abbiamo tutte le istituzioni dalla nostra parte, tanti sono venuti da fuori a portarci alimenti e bevande, quello che si costruisce qui è strategico da un punto di vista industriale. E poi le sconfitte sono meno eleganti». Sorride un po’.
Quando la stanza si svuota, resto a discorrere con Mirko Kentera, un ragazzo croato dalla fisiognomica asiatica, capelli lisci e occhiali scuri da vista. Fa molto caldo adesso, così quando alza su le maniche della camicia scopre anche i molti tatuaggi sulle braccia. Un veliero colorato su quello sinistro, sull’altro il simbolo del Jolly Roger, la bandiera dei pirati con le due tibie sovrastate da un cranio. «Colpa di quando ho letto Moby-Dick, il romanzo di Melville – dice sorridendo – sai, ho vissuto in una città di mare, vedevo sempre i marinai». Si considera jugoslavo ma è nato in Serbia, a Belgrado. Poi i genitori si sono separati, e lui ha seguito la madre prima a Pola e poi in Italia. Mi mostra la ragnatela tatuata sul gomito. «Era il simbolo degli scioperanti inglesi sotto la Thatcher, quello dei minatori che si ritrovavano al pub a bere forte e ad aspettare il lavoro. Dicevano che a forza di aspettare venivano le ragnatele». Oppure si tatuavano sotto le ascelle, dove ne crescevano altre per via dello stare con le braccia incrociate. Vuole portarmi a vedere il suo reparto, un altro padiglione che adesso è chiuso e si trova all’estremità della fabbrica, il reparto barre, dove si sagomano le barre di rame che vanno infilate nello statore, sempre lì sono forgiate, isolate e impregnate. «Vedi, qui abbiamo fatto tutte quelle delle centrali nucleari francesi», dice fiero mentre spio dal vetro della porta gli spazi arredati dei settori. «Non mi diverte per niente venire qui, ma il silenzio si sentiva già da parecchio, appena ho saputo che la General Electric comprava ho capito che lo faceva per eliminare un concorrente, l’avevo messo in conto». Comunque lui non molla. Dice che loro sono l’ultimo pezzo di cultura metalmeccanica qui a Sesto, «sarà pure poco di moda, però sento un senso di appartenenza a una classe, e poi sono fiducioso», dice mentre torniamo all’entrata dello stabilimento: «Credo che riusciremo a tenere aperta la fabbrica, è una questione di orgoglio, è rimasta in piedi anche durante la Resistenza, molti operai erano partigiani, c’è anche il memoriale che li ricorda all’entrata».
Quando rientriamo troviamo Francesco Bisceglie, l’artista, seduto sul divanetto. Tiene un piccolo teschio di terracotta bianco che rigira tra le mani. Sembra un tipo docile, ma in passato è stato un boxeur, dicono che è uno che picchia duro. Mi racconta che è nato e cresciuto a Sesto da padre calabrese venuto qui «con le valigie di cartone» per lavorare. «Adesso i colleghi sono diventati più importanti degli amici», confessa. Lui è un rotorista avvolgitore, entrato qui nel 2008 come interinale quando c’era ancora molto lavoro. La sua idea era quella di riempire una intera parete dello stabilimento con dei manichini macchiati di sangue. Le sue opere le definisce di «decomposizione operaia», in una c’è un teschio bianco al centro e intorno «ossa di gatto vero» trovate nei dintorni della fabbrica. Le conserva chiuse a chiave in un armadietto. «Uso carta igienica e stuzzicadenti, mi arrangio con quello che trovo», sostiene mentre le dispone su una scrivania. Hanno tutte colori molto forti, c’è il teschio Munch e quello Klimt, e un cranio imbevuto nella vernice rossa, una mano scheletrica che gocciola sangue. Su uno c’è la scritta che sta anche sul berretto grigio che ha in testa, quella del gruppo musicale hard & heavy inglese Motörhead.
Stefano Sfregola invece è arrivato nel capannone nucleare con la moglie Nicoletta, che non era riuscita mai a vedere dove ha lavorato per quattordici anni, prima di essere esiliato al reparto confino per la sua attività di sindacalista, quando ancora c’era la Alstom. «Vedi – le dice – qui fa un freddo micidiale d’inverno ed è rovente d’estate. Stavo all’impregnazione, dove vengono lavorate le resine, un inferno dantesco, te l’avevo detto no?». Esalta tutte le macchine monumentali, come il grande tornio orizzontale, «ne avevamo anche uno verticale che chiamavamo Duomo».
Adesso invece è una tristezza, dice, «fa un effetto triste, pensa che quando la fabbrica era ancora in attività sembrava un’orchestra, la tecnologia prodotta qui è stata istallata in tutto il mondo». Le mostra la camera blindata, «qui si fa una simulazione come se lavorasse in una centrale, 69 mila euro al giorno per bilanciare un rotore». Lui non ci pensa nemmeno che possa chiudere, «sarebbe una perdita di patrimonio industriale assurda, capisci?». La donna si guarda intorno curiosa, adesso ha gli occhi dappertutto. «Immagina 15 tonnellate che fanno 4.800 giri al minuto, un rumore assordante come quello di un aereo».
La sera scende il buio fuori dalla fabbrica.
Intorno, palazzi di vetro illuminati e uffici semivuoti, silhouette di scrivanie e impiegati solerti, immagino segretarie che stanno abbandonando le stanze, come se il mondo intorno modernissimo stridesse con questo vialone segnato dalla rotaie che una volta portavano qui vagoni di merci in quella che era una delle zone industriali più grandi d’Europa, come mi ricorda Micham Naji, venuto qui da Casablanca. È preoccupato per i suoi tre figli. «Quando sono arrivato nell’ottobre 2007 l’Italia era ancora viva, dopo soli tre giorni ho trovato due posti di lavoro». Lui è veramente arrabbiato, aveva trovato un posto di lavoro stabile e adesso si ritrova disoccupato. «L’azienda viene qui, manda tutti via, e lo Stato deve anche pagare la mobilità» afferma. «Mia moglie è molto preoccupata, è casalinga, senza il mio stipendio…», non riesce neanche a finire la frase.
Fuori, sulla via Edison nebbiosa, c’è il camminamento verso la metropolitana Sesto Marelli, le auto sfrecciano. Il freddo entra nelle ossa mentre dalla guardiola che sta di lato ai cancelli d’ingresso faccio ritorno con lui verso il padiglione del montaggio, nella piccola isola protetta dal cellophane.
Il «Brambilla», alias Aziz, marocchino anche lui, è alle prese con una pasta alla puttanesca, cappellino bianco in testa mescola il condimento in padella con la stessa grazia e determinazione compulsiva di un batterista jazz. Manuel, appena arrivato, reclama un risotto con i funghi o con gli asparagi, Mario sta snocciolando olive taggiasche. Viene da Salerno, era capo di una piccola squadra. «Adesso sono disoccupato, mi hanno tolto tutti i galloni. Deve avvenire un miracolo», dice con gli occhi lucidi. «Ci hanno fatto credere che il lavoro andava fatto fuori, direttamente nelle centrali, invece ce lo stavano portando via, questa attesa mi sta mentalmente distruggendo». La sua fidanzata qualche giorno fa gli ha detto: «Speriamo che stai facendo la cosa giusta».
Si mangia tutti insieme intorno al tavolo. Dopo cena arrivano quelli del turno di notte, ci sono anche Marco Contu e Francesco Isgrò, di origini sarde e siciliane, rimaniamo in pochi. Dentro, nella zona protetta dal cellophane, un operaio sta isolato con le cuffie a guardare un videoclip sul pc, altri un filmetto sul grande schermo tv, altri stanno inviando sms rassicuranti alla moglie, alla compagna o a un parente lontano. Beviamo ancora un bicchiere di rosso mentre Marco mi racconta del suo stato d’animo. «Ci siamo divisi nei turni, ma il resto della giornata non sono felice e spensierato, la testa è sempre qua. È il pensiero dominante, perché non sai come andrà a finire».
I due ragazzi che dormono sui letti in alto si sono già sistemati, le cuffiette alle orecchie e i cappellini in testa. «Sono certo che stiamo facendo la cosa giusta», continua a dirmi: «Qua c’era una passione nel lavoro, fabbricavamo un prodotto di qualità». Fa un ultimo sorso di vino, dice ancora «tra la Falck e qui c’era un mondo», poi mi racconta che quando sono andati a manifestare a Milano uno per deriderlo gli ha detto che erano un centesimo dei vecchi cortei di una volta. «Le attrezzature sono inventate da noi, studiate da operai, capisci?». Interviene Isgrò: «Come conoscenze tecniche eravamo i primi, gli unici in Europa. In Francia, in Inghilterra, in Romania non erano in grado di fare certi lavori, a Belfort, a Stafford portavamo la sapienza operaia. Allora non capisco perché dobbiamo chiudere».
La notte la passo in una specie di perenne dormiveglia disteso sull’amaca che mi ha lasciato Marco, che se ne è andato a riposare nella sua singola nel reparto impiegati. C’è luce metallica ovunque, quella tenue e un po’ spettrale del padiglione, che si rispecchia nelle plastiche che ci sovrastano, quella diretta delle lampade, anche la tv accesa vive nei suoi sfarfallii e rumori minimi. I ragazzi ai piani alti sono scomparsi sotto le coperte, Francesco Isgrò se ne sta rannicchiato nel divanetto di fronte a me, chissà quali sogni farà stanotte. Cala una stanchezza noiosa, quando anche Vitalie, il giovane moldavo biondo, lascia la stanza alzandosi dal divano. Anche lui non si dà pace. Prima mi ha detto: «Sono un giovane volenteroso, lo stipendio era buono, per me era un buon stipendio. Ci hanno comprato a novembre, dicevano: siamo alla grande, siamo fortunati; poi ci hanno fottuto in tutti i modi».
Quando mi sveglio, destandomi dall’amaca appesa sulla struttura di tubi, capto appena l’audio basso del grande schermo tv, vedo le inquadrature dell’hotel Rigopiano di Farindola sepolto dalla slavina. Li stanno cercando, sentono ancora delle voci. Adesso il padiglione è illuminato dai neon, solo le luci elettriche si accendono automaticamente quando entri nei bagni, quello che era uno stabilimento attivo che anche di notte vedeva operai alle prese con il loro turno, adesso è un luogo vuoto e silenzioso. Dorme la sala grigia e il lungo rotore incompiuto che sembra un razzo, mentre vago tra le macchine, e tutto ha un colore diverso e più smorto. Dorme il carroponte giallo, dormono i torni gialli e quello gigante lungo venti metri, la gru che alza 400 tonnellate così come l’alesatrice, riposano le maschere protettive appese alle griglie, persino le chiavi inglesi se ne stanno agganciate al loro posto in uno di quegli «asettici inferni» di cui parlava il poeta Vittorio Sereni. Quando spalanco la porta per uscire all’aperto mi accorgo che l’alba è già arrivata, i ragazzi del nuovo turno avanzano nella semioscurità come fantasmi dal lungo viale deserto. Non c’è più neanche la nebbia adesso, quella che non piaceva allo scrittore Luciano Bianciardi. «La chiamano nebbia, se la coccolano, te la mostrano, se ne gloriano come di un prodotto locale. E prodotto locale è. Solo, non è nebbia». Scriveva furioso. «È semmai una fumigazione rabbiosa, una flatulenza di uomini, di motori, di camini, è sudore, polverone sollevato dal taccheggiare delle segretarie, delle puttane, dei rappresentanti, dei grafici, delle steno dattilo; è fiato di denti guasti, di stomaci ulcerati…».
Adesso è scomparsa anche quella.