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 2017  gennaio 29 Domenica calendario

Tutti i colori dei pittori

1) Il rosa di Annie Besant«Potrebbe sembrare banale – sostiene Christov-Bakargiev, direttrice della Gam di Torino – dire che il rosa di Annie Besant (1847-1933) sia unico perché è un’esplosione di vitalità». Il rosa dell’illustrazione realizzata da Besant per il suo libro Thought Forms, The Theosophical Society (1905) non è dunque «semplice», ma «complesso» perché, come spiegava la stessa Besant (gran madre dell’astrazione teosofica), il colore deve sempre trasmettere emozioni. E perché «dipingere le forme vestite dalla luce di altri mondi con i colori ottusi della Terra è pur sempre un compito arduo. Esprimiamo gratitudine a chi ha tentato di farlo. Avrebbero bisogno di fuoco colorato, ma hanno solo pigmenti e terre a disposizione». È proprio per superare i confini della superficie colorata che il rosa di Besant è anche forma, una forma (stavolta) con tante punte. 
2) Il nero di Anish KapoorSi chiama Vantablack: è il nero assoluto brevettato (con tanto di polemica) da Sir Anish Kapoor (1954). Un nero capace di assorbire il 99,96% della luce. Untitled (2002) è la versione di questo nero assoluto in mostra a Torino. Unico perché, come ha spiegato Kapoor, «ha il potere di ingoiarti e farti scomparire. È il nero che ci portiamo dentro, il buio di quando chiudi gli occhi». Ma forse il maggior fascino di questo nero sta «nel suo significato psicologico», spiega Marcella Beccaria, una delle curatrici della mostra: «Davanti a ogni lavoro di Kapoor, che spesso associa al nero un altro colore pieno di significati nascosti come il rosso, siamo tentati di toccarlo e addirittura di entrarci dentro». Contro l’«appropriazione impropria» del Vantablack, l’artista Stuart Semple ha appena prodotto Pink, una varietà di rosa a disposizione di tutti tranne che di Kapoor. 
3) Il grigio di Hito Steyerl Da sempre il grigio è il colore del modernismo, del cemento e degli abiti da ufficio. Nell’opera-video Adorno’s Grey, (2012), Hito Steyerl (1966) si interroga sul ruolo tradizionale del grigio partendo dalle teorie di Adorno che si dice avesse personalmente scelto una tinta di grigio con cui dipingere le pareti della sua aula alla Goethe-Universität di Francoforte per tenere viva sulle sue parole, per via di contrasto, l’attenzione degli studenti. «Non è un caso – spiega un’altra delle curatrici della mostra torinese, Elena Volpato – che la storia sia legata a un’università intitolata a Goethe, padre della lettura emozionale e psicologica del colore, cioè di quella radice affettiva che il modernismo ha cercato di cancellare dal discorso dell’arte producendo opere in buona misura cromofobiche: bianche, nere o, per l’appunto, grigie».
4) Il viola di Hilma af KlintNo. 3a, Series V (1920): questo il viola di Hilma af Klint (1862-1944), l’artista svedese (pioniera dell’astrattismo pittorico) da poco riscoperta grazie a una grande mostra alla Serpentine Gallery di Londra (2016). Anche per lei il colore viola «è investito di simbologie spirituali, come elemento di unione ed elevazione di due tensioni contrarie che trovano un nuovo equilibrio in una realtà superiore». Non è un caso che Hilma af Klint, tra le figure più interessanti dell’arte di derivazione teosofica, «usi – per Volpato – il viola per definire la figura del triangolo centrale, a sua volta simbolo di ascensione e immagine della conquista di una sapienza che trascende il sapere umano e va verso la conoscenza divina». Altri artisti come Polke hanno proseguito questa tradizione «identificando nel viola il colore alchemico per eccellenza, indice dell’avvenuto ingresso nella dimensione metafisica».
5) L’arcobaleno di Edvard MunchQuello dipinto da Edvard Munch (1863-1944) nel suo Ritratto di Ingeborg con le braccia dietro la schiena (1912) o da Luigi Russolo (1885-1947) nel suo Profumo (1910) non è una sola tinta, ma una miscela chiamata arcobaleno. La loro non è una scelta anomala perché varrà anche per altri (da Balla a Pellizza da Volpedo). Il motivo? Perché in un arcobaleno si ritrovano in fondo tutti i colori del mondo. Munch (un Munch diverso, meno noto di quello dell’Urlo) sembra addirittura aver trasformato l’arcobaleno in una sorta di aureola intorno alla figura di Ingeborg, qualcosa che vibra oltre i confini della figura. O, piuttosto, che vanno ben oltre il confine di un semplice colore. E forse non è un caso che l’Ottocento di Munch sia anche il secolo del grande sviluppo della chimica e della scoperta di «altri» colori, quelli sintetici. 
6) Il bianco di Wolfgang Laib Pietra di latte (1983) è il titolo del lavoro di Wolfgang Laib (1950). Una delle caratteristiche di Laib è l’utilizzo di materiali naturali, come la cera d’api, il polline, il riso: queste sue Pietre di latte ( Milchsteine ) sono grandi blocchi concavi di marmo bianco riempiti di latte. Dunque, bianco su bianco, una sovrapposizione di materiali naturali che servono a Laib per dimostrare ancora una volta come il colore non possa essere solo uno strato steso su una superficie. Con questo suo bianco profondissimo Laib dimostra come l’arte possa (e debba) essere un’esperienza di vita che va oltre il valore di un materiale. Anche se essenziale come il bianco.
7) L’arancione di Andy WarholIn mostra, di Andy Warhol (1928-1987), ci sarà l’ Orange Car Crash (1963). L’arancione non è certo il colore della morte e del disastro. Nella nostra cultura occidentale rappresenta il calore e la vivacità della vita. È un colore di gioia e non di lutto, ma proprio per questo Warhol se ne appropria per farne uno dei suoi meccanismi di distacco e di raffreddamento del reale. È come se il dolore, rappresentato sull’incongruo colore arancio, andasse fuori sincrono con la sua stessa immagine: il lutto cozza contro la vivacità dell’arancione e nello scontro risuona ancora più cupo, ancora più straniante. Così come la ripetizione dell’immagine serigrafata sulla tela abbassa la drammaticità e insieme la rilancia, anche l’arancione «derealizza» l’incidente stradale e, allo stesso tempo, ce lo restituisce più tragico ancora.
8) L’azzurro di Wassily KandinskyImpression Sonntag (1911) è l’azzurro di Kandinsky (1866-1944). Un azzurro che, ancora una volta in questa mostra piemontese, si rivela molto più di un semplice colore. Un colore che è una percezione mista, un insieme di sensazioni mescolate. Kandinsky, universalmente conosciuto come il fondatore dell’arte astratta, è stato anche colui che ebbe la capacità più penetrante di capire la sinestesia, sia come fusione sensoriale, sia come idea artistica. Esplorando le relazioni tra suono e colore tanto da usare termini musicali per descrivere le sue opere, definendole «composizioni e improvvisazioni». Per Kandinsky i colori divenivano addirittura suoni da fissare sulla tela. Egli sperava, infatti, che i suoi dipinti potessero essere «ascoltati», che i fruitori della sua arte potessero avere «la possibilità di entrare nell’opera, diventare attivi in essa e vivere il suo pulsare con tutti i sensi».
9) Il rosso di Lucio FontanaL ’uso espressivo del colore in Lucio Fontana (1899-1968) ha avuto una funzione rivoluzionaria per l’intera storia dell’arte contemporanea, in quanto costituiscono i primi monocromi del secondo dopoguerra. Come queste Attese del 1961. Fontana (come anche Carla Accardi) ha spesso lavorato con questo colore capace di destare l’attenzione, un colore profondo, un colore ancora una volta ricco di significati psicologici. E così quando un anno dopo la realizzazione di questo lavoro, uscì Deserto Rosso di Michelangelo Antonioni, Fontana che lo vide alla mostra di Venezia ne rimase così tanto colpito da realizzare un’ altra versione di Attese, ancora più esasperata, ancora più ross a.
10) Il blu di Yves KleinYves Klein (1928-1963) è universalmente noto, tra l’altro, per aver brevettato il suo International Klein Blue, un blu intenso e profondo che gli consentiva, per Elena Volpato, «di avvolgere superfici pittoriche e sculture in una vibrazione cromatica smaterializzante». A Torino sarà presente con questo Portrait relief of Claude Pascal (1962). Un’opera che ancora una volta dimostra quanto (e perché) sia unico il blu di Klein: per il suo legame simbolico con l’aria e il cielo, «che lo fa gravitare quasi naturalmente nella dimensione del divino e dell’eterno, a differenza delle tonalità del rosso che parlano di azione e divenire». Perciò Klein, dopo aver lavorato a lungo sul monocromo, identificò la propria tensione verso lo spirituale e l’eternità con il colore blu e con la particolare sfumatura dell’Ikb (l’International Klein Blue brevettato dall’artista ). 
11) Il verde di Nicola De MariaUna grande tela di oltre sei metri «che supera i confini del nostro campo visivo»: questo è Amore (1980-1981) di Nicola De Maria (1954), uno dei grandi maestri della Transavanguardia. Il verde che riempie (con qualche sprazzo di rosso) la grande tela rappresenta un altro tassello dell’universo fantastico dell’artista, un universo di colori che stavolta racconta la terra perché (al pari del blu del mare e del cielo) dietro questo colore si ritrovano i principi della nostra stessa esistenza: l’amore, la vitalità delle cose, l’universo che ci circonda e che forse non riusciamo sempre a capire e a vedere.
12) Il giallo di Édouard ManetArriva da Parigi, dal Musée d’Orsay, il giallo di Édouard Manet (1832-1883): è il giallo limone de Le citron (1880). «Altri artisti hanno creato un loro giallo – racconta Christov-Bakargiev —, basterebbe pensare in epoca più recente alla Room for one colour di Olafur Eliasson che sfruttava, in particolare, la capacità di quel colore di rendere più nitidi i contorni delle cose». Ma Manet va oltre: la scelta di un giallo limone è quella di un colore ordinario e in qualche modo «democratico». Per un quadro piccolo, senza stoviglie ricchissime come si usava all’epoca, ravvivato dalla nitidezza di quel giallo limone.