Corriere della Sera, 29 gennaio 2017
In morte di Emanuelle Riva
Aveva voluto lavorare fino all’ultimo: il suo ultimo film (Paris pieds nus) la quasi novantenne Emmanuelle Riva non potrà vederlo finito, portata via nel pomeriggio di venerdì 27 gennaio, dal tumore con cui stava lottando testardamente da quattro anni.
Una tenacia e una determinazione che si mescolavano all’esperienza del dolore, come spesso è stato anche nei personaggi per il cinema, a cominciare dai due ruoli che ne hanno segnato la carriera, Hiroshima mon amour (1959) di Alain Resnais dove è un’attrice che nella struggente storia d’amore che vive a Hiroshima con un giapponese rivive quella tragica con un soldato tedesco nella Francia occupata e, cinquantatré anni dopo, Amour di Michael Haneke, dove è un’insegnante di musica che si vede negata dalla malattia il diritto a una vecchiaia serena, tanto da spingere il marito (Jean-Louis Trintignant) a una decisione definitiva.
E in questi due ruoli, dove la tragedia non è mai disgiunta dalla carica di un’umanità struggente e appassionata, ha finito per identificarsi la lunga carriera di questa attrice, nata in una famiglia di origini italiane il 27 aprile 1927 a Cheniménil, nei Vosges. Le sue povere condizioni l’avrebbero destinata a una carriera da sartina se la passione per il teatro non l’avesse spinta a Parigi dove iniziò a recitare nel 1954 e dove Resnais l’avrebbe notata proprio sul manifesto di uno spettacolo. Dopo Hiroshima mon amour (recentissimamente restaurato e pubblicato dalla Cineteca di Bologna), Emmanuelle Riva interpreta Teresa in Kapò (1960) di Gillo Pontecorvo, protagonista di un suicidio che scatenò un’interminabile querelle sulla spettacolarizzazione della morte, poi la prostituta Marilina in Adua e le compagne (sempre ’60) di Antonio Pietrangeli, la vedova marxista che ritrova fiducia nell’esistenza grazie al sacerdote Belmondo in Léon Morin, prete (1961) di Jean-Pierre Melville e l’infelice sposa in Il delitto di Thérèse Desqueyroux (1962) di George Franjou, in un ruolo che le valse la Coppa Volpi a Venezia e che fu forse il più popolare della sua carriera.
Intanto non dimenticava il teatro (recitando tra gli altri Shakespeare, Pirandello, Molière, Pinter e l’amata Duras) e forse per questo, oltre che per un’innata modestia, la sua carriera cinematografica non ne fece mai una star, nonostante più di una cinquantina di ruoli, tra cui ricordiamo ancora almeno Gli occhi, la bocca (1982) di Marco Bellocchio, Liberté, la nuit (1983) di Philippe Garrel, Tre colori – Film blu (1993) di Krzysztof Kieslowski e Alibi e sospetti (2008) di Pascal Bonitzer.