29 gennaio 2017
APPUNTI PER GAZZETTA - IL MONDO CONTRO TRUMPREPUBBLICA.ITDa Theresa May, premier del Regno Unito, alla cancelliera tedesca Angela Merkel e Justin Trudeau, primo ministro canadese; dai conservatori scozzesi, guidati da Ruth Davidson, ai "guru" dell’hi-tech americano, come Zuckerberg e Tim Cook, fino a scrittori, intellettuali e docenti universitari: tutti, sia pure con diverse sfumature, contestano il blocco per 4 mesi dell’immigrazione in Usa deciso dal presidente Donald Trump e contro la black list di 7 paesi islamici
APPUNTI PER GAZZETTA - IL MONDO CONTRO TRUMP
REPUBBLICA.IT
Da Theresa May, premier del Regno Unito, alla cancelliera tedesca Angela Merkel e Justin Trudeau, primo ministro canadese; dai conservatori scozzesi, guidati da Ruth Davidson, ai "guru" dell’hi-tech americano, come Zuckerberg e Tim Cook, fino a scrittori, intellettuali e docenti universitari: tutti, sia pure con diverse sfumature, contestano il blocco per 4 mesi dell’immigrazione in Usa deciso dal presidente Donald Trump e contro la black list di 7 paesi islamici. Ma il presidente americano tira dritto ed anzi attacca il modello Europa.
E mentre negli aeroporti statunitensi monta la protesta contro gli abusi nei confronti degli immigrati provenienti dai paesi islamici "messi al bando" dalla Casa Bianca, migliaia di persone manifestano all’interno e all’esterno degli scali aerei e decine e decine di avvocati si mobilitano per offrire assistenza legale alle persone bloccate e detenute nei terminal di New York, Chicago, Los Angeles, Boston, Atlanta e negli altri aeroporti. Dalle nazioni "colpite" dall’ordine esecutivo di Trump, invece, arrivano le prime contromisure: l’Iran ha già deciso di impedire l’ingresso nel proprio territorio dei cittadini americani, l’Iraq sembra vicino a varare analoghe misure.
Anne Donnolly, la giudice federale di Brooklyn che ha bloccato il rimpatrio dei rifugiati
CondividiGiudice federale di Brooklyn blocca i rimpatri coatti. Una prima breccia legale nell’ordine di Trump è arrivato nella notte dalla giudice Ann M. Donnelly, del tribunale del distretto federale di Brooklyn, che ha stabilito che i rifugiati o altre persone interessate dalla misura e che sono arrivati negli aeroporti statunitensi non possano essere espulsi. Si calcola che l’ordinanza di emergenza della magistrata interessi tra le 100 e le 200 persone, fermate negli aeroporti Usa o in transito e interviene solo su una parte dell’ordine esecutivo. La giudice non ha però stabilito che queste stesse persone debbano essere ammesse negli Stati Uniti né si è espressa sulla costituzionalità dell’ordine esecutivo del presidente. Per loro si prospetta quasi la situazione del protagonista del film "The terminal", di Steven Spielberg, con l’impossibilità di uscire dall’aeroporto. Per la Homeland Security, il numero totale delle persone fermate negli aeroporti sarebbe al momento di 109.
Ecco alcuni dei momenti più significativi della notte di proteste, condivisi su Twitter.
Gran Bretagna. Theresa May si è dichiarata "non d’accordo" con la decisione di Trump di bloccare l’immigrazione negli Stati Uniti. Una breve dichiarazione, resa nota dal suo portavoce, per ribadire il "non gradimento del Regno Unito" a questa politica anti-rifugiati varata dal presidente americano. Theresa May era stata pressata dai deputati e lord britannici affinché si smarcasse dalla linea dura presa da Trump, linea dura che in un primo momento la premier del Regno Unito aveva in qualche modo avallato. Il cambio di fronte sembra sia dovuto anche al fatto che i provvedimenti del presidente americano possano colpire cittadini britannici con doppia nazionalità. May ha ordinato ai suoi ministri degli Esteri e dell’Interno, Boris Johnson e Amber Rudd, di parlare al telefono con i loro omologhi statunitensi in merito alle restrizioni imposte dagli Usa.
Germania - Angela Merkel ha atteso più a lungo, ma il suo commento è giunto stamattina attraverso il suo portavoce: la cancelliera, ha detto Steffen Seibert, "ritiene che persino nella battaglia necessariamente risoluta contro il terrorismo non sia giustificato sospettare di persone di determinate origini o fedi religiose". La cancelliera, fa sapere Berlino, ha espresso il proprio rammarico per la decisione di Trump direttamente al presidente americano nel corso della telefonata avuta ieri con lo studio ovale.
Canada. "A chi fugge dalle persecuzioni dal terrore e dalla guerra, sappiate che i canadesi vi daranno il benvenuto, non importa quale sia la vostra fede. La diversità è la nostra forza #welcome to Canada". Questo il tweet con cui il primo ministro canadese Justin Trudeau ha indirettamente risposto oggi alla sospensione degli ingressi negli Stati Uniti dei rifugiati decisa dal presidente americano Donald Condividi Scozia. Sulla scia del Canada, anche la Scozia - attraverso la premier Nicola Sturgeon - si dichiara terra d’accoglienza per chi viene respinto da Trump. "Profondamente rammaricato" dalla stretta sui controlli sui passeggeri provenienti da Paesi islamici si è detto anche il governo dell’Indonesia, nazione non inclusa nel bando di Trump, ma pur sempre la più grande comunità musulmana del mondo. Parole dure anche da parte di Hillary Clinton, la candidata democratica alla presidenza statunitense che è stata sconfitta da Trump: "Io sto con tutte quelle persone che stasera manifestano per difendere i nostri valori e la nostra Costituzione. Noi siamo così", scrive su Twitter. Alle voci dei leader dei paesi alleati degli Stati Uniti contrarie alla politica anti-immigrazione di Trump si uniscono quelle di intellettuali, capi di grandi aziende multinazionali, i "guru" dell’hi-tech americano, premi Nobel come Malala.
Lo scrittore Stephen King esorta i cittadini statunitensi a chiamare i propri deputati e senatori per convincerli a contrastare la linea anti-immigrati decisa da Trump. Mark Zuckerberg, presidente di Facebook, si è già duramente espresso contro il presidente americano: "Se non ci fossero stati gli immigrati in Usa non ci sarebbe stata questa grande nazione con la sua forza economica, politica e sociale", ha scritto in un post pubblicato nella sua pagina sul social network. Alle parole di Zuckerberg ha subito fatto eco Tim Cook, Ceo di Apple: "La nostra azienda non esisterebbe senza l’immigrazione. Senza l’apporto di tutte le intelligenze, senza discriminazioni religiose, la nostra nazione non potrà prosperare e portare avanti l’innovazione", scrive in un tweet, citando successivamente anche Abram Lincoln. Anche dal punto di vista legale si profila una battaglia fino ai più alti livelli della giustizia americana. Un ricorso alla Corte Suprema Usa sembra sia imminente ed è basato sulla violazione proprio della Costituzione statunitense che stabilisce il diritto ad esprimere la propria appartenenza religiosa senza dover subire persecuzioni.
La risposta di Trump. A fronte di tante prese di posizione e critiche, Donald Trump va avanti e su Twitter attacca il modello europeo dell’apertura e dell’accoglienza: "Il nostro Paese - twitta Trump - ha bisogno di confini forti e di controlli rigidi, ADESSO. Guardate a quello che sta succedendo in Europa e, anzi, in tutto il mondo - un caos orribile!".
Controllo sui contatti. Trump potrebbe andare anche oltre. Secondo quanto rivelato da alcune fonti alla Cnn, il direttore per gli affari politici della Casa Bianca, Stephen Miller starebbe discutendo con i funzionari del dipartimento alla Sicurezza interna la possibilità di chiedere ai visitatori stranieri sono i siti web ed i social media sui quali sono soliti navigare e di condividere i loro contatti sul cellulare. In caso di un loro rifiuto, potrebbe essere negato loro di entrare negli Stati Uniti. Le stesse fonti hanno precisato alla Cnn le discussioni sarebbero ancora ad una fase iniziale.
Viaggiatori bloccati. Le misure di Trump hanno avuto conseguenze già ieri. E’ già attivo nei fatti il divieto di ingresso negli Stati Uniti per quanti provengano da 7 paesi a maggioranza islamica: Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen. Al Cairo a una famiglia di iracheni è stato impedito di salire a bordo di un volo EgyptAir per New York. Marito, moglie e due figli, già in possesso del visto, sono stati informati che le nuove regole non potevano consentire l’imbarco. Situazione analoga ai banchi delle compagnie internazionali a Teheran, dove la carta d’imbarco non viene rilasciata ai cittadini iraniani da compagnie come Etihad Airways, Emirates e Turkish Airlines. Da parte sua la Iran Aviation Organisation ha affermato di non aver rilasciato nuove direttive in merito alle compagnie del paese, che comunque non hanno voli diretti con gli Usa.
Aeroporti Usa assediati: la protesta contro la stretta di Trump sull’immigrazione Navigazione per la galleria fotografica 1 di 30 Immagine Precedente Immagine Successiva Slideshow
Sul decreto di Trump avvocati e gruppi per la difesa dei diritti umani stanno attivando azioni legali, le prime in conseguenza di quanto accaduto a due cittadini iracheni fermati all’aeroporto J.F. Kennedy di New York. Secondo quanto riportato dal New York Times, uno dei due iracheni fermati lavorava da dieci anni per il governo statunitense, mentre il secondo intendeva raggiungere la moglie, impiegata da un’azienda statunitense. I loro legali sostengono che entrambi erano in possesso di un visto di ingresso valido e stanno chiedendo il loro rilascio per arresto illegale. Inoltre le organizzazioni per la difesa dei diritti umani hanno chiesto che la loro causa venga classificata come class action, in modo da poter rappresentare tutti i rifugiati fermati dopo la firma dell’ordine esecutivo. Nella tarda serata italiana, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Reuters, a uno dei due iracheni è stato consentito di entrare negli Stati Uniti. Poco dopo, anche il secondo iracheno bloccato ha potuto lasciare l’aeroporto.
Casa Bianca: solo 109 fermati. La Casa Bianca difende l’ordine esecutivo del presidente. "Non è caos", ha detto alla Nbc il capo dello staff Reince Priebus, aggiungendo che ieri 325 mila viaggiatori sono entrati negli Usa e solo 109 sono stati fermati. "Gran parte di loro sono usciti. Abbiamo ancora una ventina di persone che restano detenute", ha sostenuto, prevedendo che saranno presto rilasciate se sono in regola.
Al JFK protesta, paura, speranze e tante storie di immigrati dalla nostra inviata ANNA LOMBARDI
Il caso degli equipaggi degli aerei. C’è un ulteriore caso provocato dal blocco dell’immigrazione in Usa. Molti equipaggi di aerei provenienti dal Medio Oriente sono composti da personale nato nei paesi inseriti nella "black list" di Trump. Per questo non possono entrare negli Stati Uniti. C’è quindi il rischio che molti voli possano venire cancellati proprio per questo e che non sia assicurato il rientro dagli Usa dei passeggeri che hanno prenotato un posto su questi. La Iata, l’organizzazione internazionale del trasporto aereo, ha diramato un "alert" alle compagnie affinché verifichino preventivamente la possibilità degli equipaggi designati per i voli negli Usa di poter entrare liberamente sul territorio americano.
I paesi islamici dove Trump ha interessi economici esclusi dalla "black list". E sale anche la protesta per l’esclusione di alcuni paesi islamici, da cui sono provenuti molti dei terroristi responsabili di attentati gravissimi contro cittadini americani, dalla black list decisa da Trump. Sono proprio quei paesi dove il tycoon ha importanti interessi economici. In un tweet, James Melville ad esempio fa il confronto con gli altri Stati messi al bando dal presidente degli Stati Uniti in relazione alle azioni violente contro gli Usa. Dal confronto emerge un dato sconcertante: le nazioni escluse dalla lista nera sono proprio quelle che hanno dato i natali agli autori delle più efferate stragi contro cittadini americani, mentre dai paesi inseriti nella lista non ci sono persone che hanno compiuto azioni violente negli Usa.
Primo monito dai vertici repubblicani. Mitch McConnell, leader della maggioranza al Senato, ha detto alla Abc che è una buona idea rafforzare i controlli sull’immigrazione ma, ha precisato, "penso anche che sia importante ricordare che alcune delle nostre fonti migliori contro il terrorismo islamico sono i musulmani, sia in questo Paese che all’estero. Dobbiamo stare attenti mentre lo facciamo".
Iran convoca ambasciata svizzera. L’Iran ha convocato l’ambasciatore svizzero a Teheran (che rappresenta gli interessi americani nel Paese) e gli ha consegnato una lettera di protesta contro lo stop agli ingressi, diretta a Trump. Nella missiva si sottolinea "l’approccio discriminatorio nei confronti dei cittadini iraniani", spiegando che la decisione si basa su "pretesti infondati e discriminatori, inaccettabili, in contrasto con le convenzioni sui diritti umani" e "con l’accordo" tra i due Paesi del 1955. Lo ha reso noto il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Bahram Qasemi.
GAGGI SUL CORRIERE DI STAMATTINA
È bastata una settimana a Trump per demolire l’eredità di Obama, con i provvedimenti su sanità e immigrazione. Quando la polvere si depositerà dovremo prendere atto che d’ora in poi avremo a che fare con uno stile di governo e con un’America molto diversi da quelli che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni.
D onald Trump a passo di carica e America sull’ottovolante nella prima settimana della nuova presidenza. Alle raffiche di tweet sparati a tutte le ore che non sono cessati né sono diventati meno aggressivi col trasloco dell’imprenditore miliardario alla Casa Bianca, si è sommata l’onda degli ordini esecutivi presidenziali coi quali è stata avviata la sistematica demolizione di quanto fatto da Obama negli ultimi otto anni, dalla sanità all’immigrazione. Una settimana avvolta in un gran polverone sollevato dagli scontri quotidiani con la stampa, dall’estrema suscettibilità di un presidente ossessionato dalla sua immagine, dall’improvvisazione di alcune misure apparse subito di difficile applicazione o con un impatto negativo: dal conflitto col Messico, un partner e alleato essenziale, agli iracheni che hanno servito gli Stati Uniti bloccati ieri al loro arrivo in America per effetto dei nuovi ordini di Trump sull’immigrazione dai Paesi islamici. Quando la polvere si depositerà dovremo, però, prendere atto che d’ora in poi avremo a che fare con uno stile di governo e con un’America molto diversi da quelli che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni perché Trump, dopo averci sorpreso vincendo le primarie e poi le elezioni, ci sta sorprendendo per la terza volta dando attuazione (o almeno provandoci) alle promesse fatte al suo elettorato durante la campagna per le presidenziali, comprese quelle più estreme. Difficile dire dove tutto questo porterà a livello di relazioni internazionali: dipenderà dalla velocità e profondità dell’alterazione, già iniziata, degli equilibri mondiali attuali, costruiti proprio con la regia americana. E bisognerà vedere quali saranno le reazioni dei Paesi che Trump mostra di voler contrastare con una contrapposizione muscolare, Cina in testa. Ma una cosa è chiara: Trump, capo di un Paese che rimane molto potente militarmente e anche commercialmente per la vastità del suo mercato, ma con gran parte della popolazione che si è impoverita negli ultimi decenni, è convinto che il mondo sta beneficiando di una generosità — import senza limiti e «ombrello» difensivo per gli alleati — che gli Stati Uniti non sono più in grado di finanziare. Ed è deciso a cambiare questa situazione a partire dalla sostituzione del libero scambio dell’era della globalizzazione, con accordi bilaterali nei quali far pesare di più la forza del mercato Usa. Le incognite sono, ovviamente, molte: dal rischio che tutto questo inneschi una nuova ondata di antiamericanismo, ai dubbi sull’efficacia delle mosse di Trump che non ha esperienza di governo e ha firmato ordini esecutivi senza consultare le agenzie federali competenti per verificarne la praticabilità. Sullo sfondo, poi, la questione del rapporto col Congresso repubblicano: Trump lo ha già messo sotto pressione e lui per ora applaude anche misure che non condivide. «Il presidente — dice il repubblicano Jason Chaffetz, presidente della Commissione Riforme della Camera — è un imprenditore che vuole tutto e subito, come in azienda. La politica non funziona così: si renderà conto che è capo di un’azienda con 535 consiglieri d’amministrazione».
GUIDO OLIMPIO
WASHINGTON È il secondo muro di Trump. Dopo quello al confine con il Messico, è scattata la disposizione per tenere lontani dagli Usa potenziali terroristi islamici. L’ordine esecutivo prevede una serie di misure restrittive. Blocco di 120 giorni per l’accettazione di rifugiati. Stop indefinito all’arrivo di profughi siriani. Sospensione di 90 giorni all’arrivo di cittadini da Iran, Iraq, Sudan, Libia, Siria, Somalia, Yemen. Gli Usa accetteranno quest’anno solo 50 mila profughi, la metà rispetto al 2016. Particolare importante: le sanzioni non riguardano i cristiani, ma solo i musulmani, con test negli aeroporti.
Il pacchetto è scattato su scala globale, innescando caos e dimostrazioni in alcuni scali, a New York e San Francisco. Avvocati sono accorsi per assistere le persone bloccate, alcune rimaste in un limbo. Associazioni per i diritti civili hanno promosso passi in quanto ritengono i provvedimenti incostituzionali. In sciopero i tassisti della Grande Mela, molti dei quali sono musulmani. Diversi passeggeri che erano già su un volo Il Cairo-New York non sono potuti partire. Stessa situazione in Canada e Olanda. Un setaccio dove sono finiti studenti, traduttori iracheni che avevano aiutato le truppe americane, detentori di carta verde e viaggiatori con la doppia nazionalità (europea e di un Paese arabo). Persone comuni e una figura famosa come il regista iraniano Asghar Farhadi, che non potrà andare alla cerimonia degli Awards. Furibonde le polemiche. Francia e Germania hanno già espresso «preoccupazione» e l’intenzione di fare «fronte comune» contro i provvedimenti. Londra appare più cauta, la premier May è rimasta muta. L’Iran ha definito la mossa un insulto e vieterà l’ingresso agli americani.
Il piano è legato al timore di attentati. Il problema: è un nemico con molte sfumature. Dunque serve un filtro, ma non è la soluzione magica. 1) L’Isis ha sfruttato l’esodo dei civili per mandare i suoi seguaci all’estero. Gli Usa devono contrastare i «nomadi della Jihad». 2) Alcuni dei criminali responsabili di stragi in Europa sono giunti da fuori, ma non pochi erano cittadini europei. 3) La maggioranza degli attacchi avvenuti negli Usa dopo l’11 settembre sono stati compiuti da americani (d’origine straniera) o comunque da persone che vivevano nel Paese. Poche le eccezioni.
Molti hanno evidenziato come siano rimasti fuori Stati dove gli islamisti hanno peso: Arabia Saudita, Pakistan, Afghanistan, solo per citarne alcuni. O la Tunisia, con il più alto contingente di mujaheddin in lotta per il Califfo. Ma anche chi arriva dalla Russia e dalle ex Repubbliche dell’Urss. C’è chi ha insinuato che il presidente-imprenditore abbia dimenticato quei Paesi dove le sue imprese hanno interessi commerciali. Ma non sarebbe una sorpresa se la Casa Bianca allargherà la rete. Lo stesso Trump ha evocato la possibilità di un cambio di regole anche per gli europei. L’Isis, intanto, osserva. Userà lo scontro come elemento di propaganda e farà di tutto per colpire.
Guido OlimpioVIVIANA MAZZA INTERVISTA MILLIBAND SUL CORRIERE DI STAMATTINA
«La forza dell’America è costruita sul fatto che questo è un porto della libertà, una terra di opportunità. La Statua della Libertà dà il benvenuto alle “masse povere e infreddolite”. In realtà, l’afflusso di rifugiati negli Stati Uniti è limitato — il limite fissato per il 2017 era di 100.000 persone — ma i programmi di reinsediamento sono di grande successo: la gente ottiene un alloggio, l’accesso all’istruzione e al mercato del lavoro in modo veloce ed efficiente. È un giorno triste quello in cui i miti e la paura prendono il posto dei fatti e della Storia. Questa decisione è un regalo per i propagandisti che odiano l’Occidente, e va contro le tradizioni dell’America come comunità multi-religiosa».
David Miliband, ex ministro degli Esteri britannico, oggi presidente dell’organizzazione umanitaria International Rescue Committee, dice al Corriere da New York che l’ordine esecutivo appena approvato dal presidente Donald Trump è «anti-americano».
Trump ha detto che questa sua politica servirà a combattere il terrorismo islamico radicale. Invece lei sostiene che aiuta proprio gli estremisti e la loro propaganda. In che modo?
«L’America possiede già un forte sistema di controlli. La geografia stessa fa sì che chiunque provenga dai Paesi interessati venga esaminato a grande distanza dagli Stati Uniti. L’America non confina con il Medio Oriente. È più difficile arrivare negli Stati Uniti come rifugiato che in qualsiasi altro modo. Questa decisione colpirà le vittime innocenti del terrorismo che hanno perso ogni cosa. I terroristi stessi potranno dire alle comunità musulmane che l’America sta sbarrando le porte. Questo è controproducente».
Sospendere temporaneamente sia l’ingresso dei rifugiati che dei cittadini provenienti da sette specifici Paesi a maggioranza musulmana è legale? È mai successo prima?
«Gli Stati Uniti hanno sospeso dei programmi dopo l’11 settembre 2001. Ma questo approccio selettivo è diverso. L’International Rescue Committee ha ricollocato rifugiati in America per sessant’anni, oltre a lavorare in tutto il mondo. Non sono un avvocato e non posso fornire un’opinione legale in proposito, ma so che ci saranno ricorsi. Ora è importante che l’Europa dimostri di essere pronta a difendere i suoi valori».
Trump afferma che, mentre la sospensione temporanea agli ingressi è in vigore, le agenzie federali dovranno istituire controlli di sicurezza più efficaci per evitare l’ingresso di terroristi. Lei pensa che il sistema debba e possa essere più sicuro?
«Le procedure di controllo dovrebbero essere sempre aggiornate. Anche l’Europa ne ha bisogno: Matteo Renzi l’ha chiesto per anni. Questo è un buon esempio di come si debba cooperare di più con l’Europa. Io dirigo una organizzazione umanitaria e non ho paura di dire che sono favorevole a un sistema valido di controlli. Ma deve essere efficiente, umano e strategico».
RIFUGIATI ACCOLTI NEL 20015: 36.278 (1)
VISTI TURISTICI DEL 2015: 84.000 (2)
DALLA LIBIA: 1 (1), 2.500 (2)
DAL SUDAN: 1.458 (1), 4.200 (2)
DALLA SOMALIA: 9.026 (1), 1.500 (2)
DALLO YEMEN: 26 (1), 5.000
DALL’IRAN: 3.750 (1), 37.000 (2)
DALL’IRAQ: 9.880 (1), 20.200 (2)
DALLA SIRIA: 12.587 (1), 16.000 (2)
INTERVISTA A ROUBINI
N ouriel Roubini capisce da dove vengano le convinzioni, ma non come possano sfociare su un nuovo equilibrio positivo per gli Stati Uniti e l’ordine internazionale. Crede a Donald Trump l’economista della New York University di origini iraniane diventato celebre per aver indicato fra i primi gli squilibri che avrebbero portato alla Grande Recessione, e da poco nominato consigliere speciale della fondazione italo-britannica MacroGeo. Ma proprio perché inizia a pensare che il presidente degli Stati Uniti farà ciò che dice, Roubini è profondamente preoccupato.
Alcuni dei suoi alleati ricordano che bisogna prendere Trump sul serio, ma non alla lettera. Perché lei lo prende alla lettera?
«A un certo punto si è costretti a farlo. Durante la campagna fra i repubblicani ci spiegavano che si sarebbe moderato dopo aver vinto la nomination. Durante la campagna per la Casa Bianca ci dicevano che lo avrebbe fatto dopo le elezioni. Dopo le elezioni che avrebbe aggiustato il tiro una volta entrato in carica. Ora Trump è in carica, e non si è moderato per niente. Il suo discorso inaugurale è stato bellicoso. Chi temeva di avere a che fare con un nazionalista, sciovinista e protezionista non ne è stato rassicurato».
Come giudica il blocco a tutti i rifugiati e ai visti da sette Paesi a maggioranza musulmana?
«Gli Stati Uniti sono responsabili di buona parte del caos che ora regna in Medio Oriente, a partire dalle guerre finite male in Iraq e in Afghanistan. Anche in Libia hanno giocato un ruolo nell’intervento che poi non è riuscito a stabilizzare il Paese. Questi eventi hanno destabilizzato la regione e creato milioni di rifugiati che si rovesciano sulla Turchia, sulla Giordania, sul Libano e sull’Europa. Che l’America non ne accetti nemmeno pochi sul proprio territorio è, a dire poco, tragico».
Ma anche Barack Obama, con una popolazione dieci volte più vasta di quella del Canada, ha accolto dieci volte meno rifugiati siriani. C’è continuità?
«È vero, erano stati imposti dei limiti significativi anche con Obama. Ma questa è una misura molto più estrema. Tra l’altro il divieto di visto su sette Paesi musulmani motivato per ragioni di sicurezza esclude proprio i Paesi dai quali venivano i terroristi dell’ 11 settembre, come l’Arabia Saudita. Nel complesso una decisione del genere creerà sentimenti negativi nel miliardo di musulmani presenti in tutto il mondo. Diventerà una leva su cui si appoggerà l’Isis per fare reclutamento».
Che tipo di alleanze internazionali pensa possa perseguire un presidente degli Stati Uniti di questo tipo?
«L’ordine economico e di sicurezza internazionale costruito dagli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale ha prodotto prosperità e ha evitato guerre mondiali per più di 70 anni. Ci sono modi costruttivi per affrontare i problemi attuali e per esempio gli Stati Uniti chiedono da tempo ai loro alleati europei nella Nato di spendere almeno il 2% del loro reddito nazionale per la difesa, come concordato. L’idea di fondo è di rinnovare l’alleanza e tenere sotto controllo la Russia, che resta una potenza imperiale anche nel suo stato di declino economico di questi anni».
Ha l’impressione che Trump continuerà su questa linea?
«No. Si direbbe che voglia altro, ma non è esattamente chiaro cos’altro potrebbe garantire un ordine internazionale stabile. Anche negli anni 20 e 30 del secolo scorso gli Stati Uniti erano diventati più isolazionisti, più unilaterali, più “America first”, l’America prima di tutto. Allora questa svolta portò alla crescita di due potenze aggressive, la Germania e il Giappone, che finirono con il minacciare direttamente l’interesse nazionale americano».
Prevede il delinearsi di un’intesa di Trump con Mosca, magari ai danni dell’Unione europea?
«Ci sono tre potenze revisioniste che non accettano l’ordine costruito dagli Stati Uniti dopo la guerra: la Russia, l’Iran e la Cina. È ingenuo pensare di poter concludere un’alleanza proprio con la Russia, i cui interessi alla fine sono in conflitto con quelli americani. Difficile capire quale vantaggio avrebbero gli Stati Uniti nel lasciare che la Ue si disgreghi. Né mi è chiaro cosa potrebbe ottenere Trump mostrandosi gentile con i russi: Vladimir Putin non cederà su nulla. Stiamo giocando con il fuoco. Obama difese il posto della Grecia nell’euro, perché capiva il rischio di avere Stati falliti o privi di ancoraggio alla periferia d’Europa».
Non può esserci un calcolo razionale nel pensare che gli Stati Uniti, indipendenti energeticamente e nelle tecnologie, oggi non hanno bisogno del resto del mondo?
«La lezione degli anni 30 è che il protezionismo è distruttivo per tutti. Pensi di difendere posti di lavoro limitando le importazioni, ma altri Paesi faranno lo stesso con il tuo export e il commercio mondiale collassa. Gli Stati Uniti sono una superpotenza con un’enorme quantità di attivi commerciali, industriali e finanziari in Asia, Europa, Medio Oriente, America Latina. L’idea che una nazione così ricca di aziende globali possa ritirarsi dal resto del mondo non ha senso».
Prevede una relazione davvero speciale con la Gran Bretagna in uscita dalla Ue?
«No. La Gran Bretagna diventerà Little England, una piccola potenza. Qualunque Paese europeo è un nano geopolitico, se l’Europa non parla con una voce sola. Anche la Germania» .
L’ASSE CON MOSCA
FEDERICO RAMPINI SU REPUBBLICA
FEDERICO RAMPINI DAL NOSTRO CORRISPONDENTE NEW YORK. È la fine della “seconda guerra fredda”. È subito luna di miele fra Donald Trump e Vladimir Putin. Noncurante dei sospetti sulla sua “Russian Connection”, il presidente americano corona la prima settimana di governo con il più atteso di tutti i suoi colloqui internazionali. È il leader russo a svelare a gran velocità il contenuto della prima telefonata di lavoro col suo omologo americano. È un rilancio delle relazioni bilaterali tra le due superpotenze rivali, ma stavolta “da pari a pari”, un rapporto fra eguali, all’insegna della dignità reciproca: proprio quello che Putin rimproverava a Barack Obama- Hillary Clinton di avergli negato. Subito i due si mettono al lavoro insieme, per sconfiggere l’Isis in Siria. Non c’è l’annuncio ufficiale sulla levata delle sanzioni contro Mosca, però appare nel resoconto sintetico della telefonata fatto da Putin una frase molto allusiva: i due sono «nello spirito favorevole a restaurare e migliorare la cooperazione Usa-Russia, anche nel campo dell’economia e degli scambi». Se è così, le sanzioni hanno i mesi contati. I due del resto hanno l’intenzione di far seguire a questa telefonata un vero e proprio summit, il primo vertice bilaterale in cui s’incontreranno di persona: resta solo da definire la data e il luogo. C’è intesa anche sulla priorità comune: «Unire gli sforzi per combattere il terrorismo internazionale ». Questo prelude a un accordo operativo in Siria nelle operazioni militari contro l’Isis. Inoltre è anche un implicito endorsement che Putin regala a Trump 24 ore dopo il controverso decreto anti-islamici che chiude le frontiere degli Stati Uniti ai profughi siriani e a tutti i visitatori o perfino immigrati legalmente residenti originari da sette paesi a maggioranza musulmana. Si torna così all’asse Usa-Russia contro il terrorismo islamico così come c’era stato brevemente dopo l’11 settembre 2001 (quando Mosca diede un appoggio logistico agli americani in Afghanistan). Putin si è sempre offerto agli americani come un modello da imitare in questo campo, per la sua esperienza nella guerra in Cecenia. Trump ha una partenza favorevole là dove fallì Obama quando tentò un “reset” a tutto campo nelle relazioni con la Russia, ma sbagliò interlocutore puntando su Dmitri Medvedev anziché Putin. Ora resta da vedere se questo spettacolare disgelo verrà digerito dai falchi repubblicani al Congresso, dove notabili come i senatori John McCain e Lindsay Graham hanno ribadito la totale ostilità a Putin, in particolare dopo le rivelazioni sulle interferenze russe nella campagna elettorale. Il Congresso potrebbe mettersi di traverso quando verrà il momento di levare le sanzioni. Quelle sanzioni economiche hanno contribuito a stremare un’economia russa già indebolita dal calo del petrolio, oltre che dalla cronica corruzione e dalla fuga dei cervelli. Ma furono decise da Stati Uniti ed Unione europea come reazione alla violazione della legalità internazionale in Crimea- Ucraina. Per toglierle, ci vorrebbe qualche ravvedimento operoso di Putin sul terreno ucraino. È quello che venerdì la premier inglese Theresa May si è permessa di ricordare sommessamente a Trump nell’incontro alla Casa Bianca. Equivoci e timori di varia natura continueranno ad aleggiare attorno a questo idillio Trump-Putin. In America l’opinione pubblica liberal e buona parte dei media ci vedono la conferma delle pulsioni autoritarie di Trump, una pericolosa “affinità elettiva” con l’Uomo Forte di Mosca, aggravata dai sospetti che Putin si sia dato un gran daffare per impedire l’elezione della Clinton. I conservatori tradizionali temono che Trump si faccia raggirare da un leader ben più astuto di lui e finisca per regalare alla Russia nuovi spazi d’influenza. Quest’ultima preoccupazione si salda con quella degli europei, che rischiano di essere doppiamente destabilizzati, fra la ritirata protezionista di Trump e le mire espansioniste di Putin. Per questo la cancelliera Angela Merkel, anche lei a telefono con Trump ieri, si è premurata di strappargli una garanzia sul ruolo insostituibile della Nato: ma l’ha dovuta “pagare” con la promessa che gli europei dedicheranno maggiori risorse alla propria difesa. E quest’ultima, da decenni, è una prospettiva del tutto indigesta alle opinioni pubbliche del Vecchio continente, tedeschi in testa. Chi ne esce con un bottino ragguardevole naturalmente è Putin. Può rilanciare la sua narrazione preferita sugli eventi degli ultimi anni: una ricostruzione in base alla quale la Russia sarebbe stata umiliata dagli americani che ne sfruttarono le debolezze all’epoca di Gorbaciov e poi di Eltsin. Adesso finalmente lui sancisce grazie a Trump un ritorno di centralità e prestigio globale della Grande Russia.EDITORIALE DI MOLINARI
La telefonata con Vladimir Putin, l’intesa con Theresa May e l’ordine al Pentagono di progettare una più energica offensiva contro lo Stato Islamico (Isis) sono le mosse che il presidente americano, Donald Trump, ha compiuto dopo aver promesso ai cittadini di «sradicare il terrorismo islamico dalla faccia della Terra».
Inizia così la sua sfida alla Jihad, destinata ad aver ripercussioni sullo scacchiere del Mediterraneo.
Quelle prime, scarne, parole pronunciate nel giorno dell’insediamento a Washington hanno indicato la volontà di combattere i jihadisti in maniera diversa rispetto al predecessore: se Barack Obama lo faceva celando decisioni ed armi, preferendo operazioni segrete ed evitando di nominare apertamente il nemico ora invece il duello con il più pericoloso avversario dell’America diventa aperto, dichiarato, evidente. Parlando di «terrorismo islamico» Trump fa propria la terminologia adoperata da Putin, May, Valls, Merkel, Netanyahu e Modi così come promettendo di «stroncarlo» si allinea all’approccio di sovrani e leader di Marocco, Giordania, Egitto, Turchia, Arabia Saudita, Bahrein, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti.
Sulla base di questa svolta, Trump ha iniziato a muoversi in tre direzioni, tese a porre rimedio ad altrettante debolezze strategiche ereditate da Obama: sul fronte delle alleanze, delle operazioni militari all’estero e della prevenzione in patria. Innanzitutto le alleanze: l’America oggi sullo scacchiere del Medio Oriente e del Nordafrica ha ben pochi alleati veri perché Obama ha irritato i vecchi senza guadagnarne di nuovi e dunque Trump incomincia a ricostruire partendo da quelli più cruciali ovvero Londra, perno da sempre delle operazioni congiunte, e Mosca, vero regista regionale a cui lo accomuna la volontà di sconfiggere il Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi. Se con May a Washington si è discusso delle «nuove disposizioni» da assegnare ai comandi che guidano le operazioni contro Isis in Iraq, Siria e Libia, la telefonata con Putin apre uno scenario assai più vasto. Basta guardare a quanto avvenuto negli ultimi dieci giorni per capirlo: la Russia ha guidato ad Astana, in Kazakhstan, un’intesa con Turchia e Iran per il cessate il fuoco in Siria, ha iniziato sui cieli del Califfato missioni congiunte con i jet di Ankara, ha ospitato sulla portaerei Kuznetsov il generale libico Khalifa Haftar ipotecando il futuro accesso privilegiato al porto di Bengasi ed ha accolto al Cremlino i colloqui di riconciliazione inter-palestinese fra Al Fatah e Hamas. Ovvero, tanto sui fronti armati che su quelli diplomatici ad essere protagonista è Mosca. Putin punta a consolidare il ritorno nei mari caldi - dal Mediterraneo al Golfo - e Trump ha interesse a verificare se ciò può portare ad un coordinamento di interventi contro il Califfato e per la risoluzione delle crisi armate. Poiché il conflitto con i jihadisti è di lungo termine, Trump parte dall’ipotesi - frutto dell’approccio del consigliere nazionale Michael Flynn - di una convergenza di interessi con Mosca capace di generare una formidabile alleanza contro il nemico comune, attorno a cui aggregare i rispettivi partner regionali. Sul fronte militare, la possibilità è che Mattis porti il Pentagono ad aggredire il Califfato in maniera più energica ed efficace di quanto avvenuto dalla formazione, nell’estate del 2014, della coalizione internazionale anti-Isis. «Rimettere in moto il Pentagono» significa per Trump risvegliare una dimensione dell’America che Obama aveva ridimensionato a vantaggio dell’intelligence, senza tuttavia immaginare operazioni convenzionali di terra «perché l’errore più grande è stato invadere l’Iraq». Infine, ma non per importanza, il fronte interno: la drastica revisione delle procedure di immigrazione da Libia, Iraq, Siria, Iran, Yemen, Somalia e Sudan - che ha sollevato aspre polemiche in America e nel resto del mondo - potrebbe essere accompagnata presto da provvedimenti restrittivi nei confronti delle associazioni Usa riconducibili ai Fratelli Musulmani, facendo presagire una stretta nei confronti di qualsiasi gruppo sospettato di fondamentalismo al fine di prevenire o scongiurare nuovi attentati di «lupi solitari» come quelli avvenuti a Ford Hood, San Bernardino e Orlando. Sebbene siamo solo all’inizio della sfida di Trump alla Jihad è già possibile trarre alcune considerazioni: sta tentando di rimediare agli errori di Obama, vuole destinare più risorse ad attacco e prevenzione e cerca alleati di alto profilo. Saranno le prossime settimane a dire se ne ha trovato uno in Vladimir Putin.
VARI CASI DESCRITTI DA SARCINA