il Fatto Quotidiano, 29 gennaio 2017
Teo Teocoli: «Dissi no a Berlusconi e divenni l’appestato. Poi fu lui a richiamarmi»
A Milano, il cesso era in fondo al ballatoio: “E in Calabria invece, pensi al paradosso, il bagno ce l’avevamo in casa. ‘Le ha tirate su Mussolini – diceva la nonna toccando energicamente le mura – e le ha costruite bene’. Era cresciuta nel ventennio, aveva il mito dei treni in orario, ammirava il duce e nei pomeriggi d’estate mi mandava a prendere l’acqua razionata in fila alla fontana con gli altri bambini. Una volta sulla via del ritorno ruppi due bomboli, due giare di terracotta e l’incombenza mi venne tolta con mio grande dispiacere. Mi piaceva dare una mano, andare a fare commissioni in posti sperduti, camminare da solo su strade sterrate che ricordavano l’Africa da vicino”.
Nato a Taranto per caso nel 1945 e poi accolto dalla Reggio affacciata sullo Stretto di Messina, Teo Teocoli si trovò in un altro continente anche a Milano: “Terùn, terrone, terrunciello, baluba, i primi tempi mi chiamavano così. Venivo dai campi, dalla terra, dalla periferia della periferia. Arrivavo a scuola e sentivo i discorsi su di me: ‘Che ci vuoi fare? Abita in Africa, pretendi anche che sia pulito?’”. Ora che camicia e capelli brillano di bianco, tra meno di un mese, Teocoli e il suo irrequieto talento a colori compiranno 72 anni: “Tra ergastolani e aristocratici, in una bettola o in una casa di Cortina, ho frequentato chiunque e ho visto di tutto. A modo mio, magari senza un titolo o senza un perché, ci sono sempre stato”.
Non sembra aver stancato. In 300 metri l’hanno fermata cinque volte.
‘Signor Teo’ mi chiamano. ‘Ma quand’è che torna in televisione?’ mi chiedono.
E lei cosa risponde?
Sto pensando a un progetto, a un programma, a un contenitore che tenga insieme gli ultimi 15 anni di teatro, il repertorio di una vita e mi dia la possibilità di fare quello che mi piace di più.
Sarebbe a dire?
Divertire la gente. Forse dentro sono un malinconico, ma faccio il buffone sin da ragazzo e lo so fare bene.
Ieri c’era il Derby.
Mondo irripetibile, scuola magnifica, prova severa. Su quel palco, penso a Pippo Franco, non andò bene a tutti. I romani, tranne Funari, non funzionavano. Erano politicizzati. Gianfranco no. Raccontava storie improbabili e ricamava autobiografie ancor più sospette, ma teneva la scena. Quando mettevamo in dubbio genesi e curriculum, tagliava corto: ‘Non mi rompete il cazzo’.
Amici di quell’epoca?
Un’amicizia forte – me l’aveva presentato Nino Manfredi – ce l’avevo con Guido Nicheli. La casa in cui vivo adesso la vedemmo per la prima volta insieme, cinquanta anni fa.
Era il cumenda del cinema per eccellenza.
Il vate del ‘sole, whisky e sei in pole position’. All’epoca un tremendo whisky da tabarin, prodotto a Sesto San Giovanni, a dire il vero provava a venderlo con scarsi risultati a noi.
Era più grande di lei.
Aveva 11 anni in più. Mi portò per la prima volta a Cadaqués e lì in Spagna facemmo cose assurde. Davanti a mille persone, mentre era in corso uno spettacolo di Flamenco, rischiai il linciaggio irrompendo sul palco per cantare Strangers in the night. ‘Cabron’ urlavano dalle prime file. Guido si era innamorato di una mia certa animalità, del mio buttarmi in piscina nel mezzo di una festa al solo scopo di far casino, della mia totale assenza di freni nello spettacolo, nel ballo, nella conquista.
Vi facevate domande sul futuro?
La profondità dice? Ora le spiego: la scala di valori, in rigoroso ordine, recitava al primo posto la mamma e a seguire il sole, la figa, la pizza e un buon rapporto con le funzioni essenziali.
Ai tempi del Derby lei tornava stravolto a notte fonda.
Per 17 anni. Mi piace la notte. Mia madre mi preparava sempre gli spaghetti e a volte, di mattina, ritrovavo la cofana ai piedi del letto. Il Derby l’avevo voluto a tutti i costi, proprio al culmine dei miei anni in pista, quando ballavo come un dio e passavo da una partita a dadi con Brigitte Bardot a una cena con Odile Rodin, la quinta moglie di Porfirio Rubirosa, il mitico playboy che morì come muore un playboy: all’alba, dopo una festa, schiantandosi a Parigi con una Ferrari. ‘È fondamentale che un Playboy abbia la Ferrari?’, si chiedevano oziosamente i giornali. Tra me e me pensavo di no: non avrei mai potuto permettermela.
Le notti di Saint Tropez di fine anni 60 erano animate da “Les Italiens”.
I playboy italiani non erano soltanto belli come il sole. Erano ricchi. Figli di proprietari di cliniche e industrie, possedevano barche di 40 metri ancorate in rada.
Lei non aveva una lira.
Circondato dai Piroddi, dai Gigi Rizzi, dai Parisi e dai Trapetti, ero il Playboy senza portafogli. Le scopavo tutte comunque, ma non davo peso a niente. Vivevo alla giornata, mi divertivo e ogni tanto schivavo un complimento infastidito: ‘Ma tu piaci un po’ troppo’ mi dicevano i ragazzi. Ero l’outsider.
Poi quell’epoca finì.
Le cose cambiano. Cambiarono anche nel quartiere. Da ragazzi avevamo stretto un patto di sangue: non lasciarlo mai, restare sempre uniti, giurarsi eterna fedeltà. Ci sentivamo un po’ quelli della Via Pal.
E invece?
A un certo punto la vita cambiò e ci fu il fuggi-fuggi. Le fidanzate, le prime mogli, i bambini. Ognuno se ne andò per conto suo.
Il cinema italiano non l’ha mai capita.
Dal ’75 in poi i buoni copioni che mi hanno offerto si contano sulle dita di una mano. Un paio di lavori con Steno, un altro paio con Samperi, molti altri filmetti inutili, modesti, deludenti.
Come mai?
Era finita la manna degli Age, degli Scarpelli e di tutto quel cinema che servì attori come Sordi, Gassman o Tognazzi e che a noi, neobarbari del grande schermo, non avrebbe mai prestato una sola riga. Il ruolo che i reduci del Derby, da Pozzetto ad Abatantuono, si trovarono a interpretare, era un ibrido a metà tra il cabaret, la satira e la finzione. La trama dei film claudicava, qui e là si percepiva un po’ di dilettantismo e tutto il peso dell’operazione, senza un vero copione, era lasciato sulle spalle del singolo attore. Sulla sua inclinazione momentanea, sul suo umorismo del momento. Un progetto di respiro troppo corto.
Tornando a Salvatore Samperi. Montesano sostiene che fosse pigrissimo.
Su Liquirizia e sul primo Sturmtruppen, niente da dire. I problemi arrivarono con il secondo episodio della saga: un totale disastro. Nella troupe regnava l’anarchia assoluta. Bonvi litigava con Andreasi e noi attori, alla deriva, inventavamo cose assurde. Un giorno è tutto pronto per girare una certa scena e quando Samperi grida ‘azione’ io e Boldi usciamo dalla trincea cantando Cicale di Heather Parisi. Si sente un latrato: ‘Stop, stop, che cazzo fate?’, ‘Ma non faceva ridere?’. Il regista sbraitava, i produttori si arrabbiavano, ma insomma, quelli erano set in cui potevano ancora accadere cose simili.
E cos’altro poteva accadere?
Sul set di Ringraziamo la Regione Puglia per averci fornito i milanesi di Mariano Laurenti, un giorno si presentarono regista e produttore e chiusero bottega da un istante all’altro: ‘Facciamo un bell’applauso – dissero – il film finisce qui, liberi tutti’. Io, Boldi, Oppini, Porcaro e gli altri ci guardammo increduli. Da contratto avremmo avuto ancora 5 giorni di riprese. Invece era venuto giù tutto e non c’erano più neanche i soldi per la benzina. Eravamo in una villetta in aperta campagna. Camminammo per chilometri.
Di Eccezziunale veramente che ricordi ha?
C’era molto Derby dentro e c’era Diego. In un solo anno divenne il Checco Zalone degli anni 80. Con il personaggio del terrunciello, diretta filiazione di uno sketch ideato da Jannacci tra un tranviere e un operaio, aveva conquistato l’Italia. Enzo gli aveva affidato un carattere. Tutti gli chiedevano a gran voce di interpretarlo e lui che aveva il perfetto physique du rôle per l’impresa modellò una maschera, se la mise e non si tirò indietro.
Di Eccezziunale veramente, Abatantuono Diego era l’assoluto protagonista.
Ed era giusto così. Io e Boldi forse ci sentimmo un po’ sprecati perché eravamo in un momento di splendore. Su Antenna 3 Lombardia registravamo Non lo sapessi, ma lo so, un programma seguitissimo. Al Nord eravamo un vero e proprio fenomeno. A Castellanza, dove ci esibivamo, la Polizia era costretta a transennare le strade.
Entraste presto nell’orbita berlusconiana?
Berlusconi mi cercò, ma purtroppo non ci fu un solo aspetto sul quale fossimo d’accordo. Sognavo che a me e a Boldi venisse dato un programma autonomo sulla scia di quello che già facevamo e lui ci proponeva soltanto finestre in trasmissioni condotte da altri. ‘Potreste andare da Costanzo’, mi disse e io risposi a brutto muso.
Come rispose?
Che a me di Costanzo non fregava un cazzo. Non per Maurizio ovviamente, ma l’idea di essere ospite a casa d’altri non mi piaceva per niente. ‘O mi fai fare lo show o me ne vado’. Venni allontanato da Villa San Martino a calci in culo e naturalmente la pagai. Persi almeno 4 o 5 anni, anni interminabili cui i colleghi sciamavano felici tra cinema e tv e a me toccavano le seratine in provincia.
Fu un editto minore di Berlusconi?
Non credo proprio. Lui non fece niente e non proferì mezza parola, il meccanismo fu ancora più sottile. Qui però va fatta una premessa.
Dica pure.
Canale 5 nacque come un lampo. E si riempì di persone che occupavano diversi ruoli. Gli artisti che un qualche tipo di esperienza ce l’avevano e dirigenti che al contrario non avevano nessun precedente. Furono loro, funzionari e direttori, terrorizzati e più realisti del re a dirsi: ‘Teocoli è pericoloso, con lui non ci lavoro più’.
Era arrabbiato?
Posso dirle la verità? Ero arrabbiato ma soffrivo in silenzio. Non amo carriera e denaro. Guadagno perché ho una famiglia, ma come ero felice di mangiare un panino in autogrill alle 3 di mattina ieri, sono felice di farlo oggi.
All’epoca era felice?
Non molto. Da Berlusconi avevo preso un anticipo e lavoravo come ospite in qualche trasmissione. Accadevano cose strane, cose che mi avvilivano. A Drive In c’era un gruppo molto unito. Ricci, Greggio, D’Angelo e Beruschi si spartivano la torta e io avevo sempre la sensazione di essere un sopportato comprimario. La goccia che fece traboccare il vaso fu un servizio per Tv Sorrisi e Canzoni. In copertina avrebbero dovuto esserci due coppie comiche: Gigi e Andrea, e io e Boldi vestiti da marocchini. Il capo progetto di Sorrisi però si spaventò per i miei precedenti con il capo e decise di eliminarmi dalla copertina. Mi incazzai come una belva.
I rapporti con Ricci oggi come sono?
Ricci chi? Non so chi sia… Avrebbe potuto dire qualcosa e non disse niente. Comunque non voglio parlarne male, ma solo dire che i suoi autori sono bruttissimi. Non cattivi, solo brutti. Perché oggi gli autori sono incapaci di qualsiasi cattiveria. Autori di che poi?
Per risolvere i problemi forse sarebbe bastato chiarirsi con Berlusconi. L’abbiamo vista recentemente allo stadio con lui.
Appena mi ha visto ha iniziato a gridare: ‘Foto, foto, foto’. C’eravamo io, Baresi, Maldini e Massaro. Ci vogliamo bene, c’è stima. Alla fine in tv, nelle sue tv, mi richiamò lui.
Allora perché non chiarirvi prima?
Perché i natali calabresi qualcosa significano e orgoglio non è una parola vuota. Forse avrei dovuto scrivere una poesia come fece Boldi. La titolò sobriamente A Silvio. All’epoca in cui ruppe il contratto con Berlusconi per partecipare a Fantastico con Celentano, si trovò contro i legali di Fininvest e una richiesta danni di un miliardo. Piangeva tutti i giorni e al povero Cipollino la distrazione venne perdonata. A me no. Sanno che sono forte. Se cado, si deve alzare almeno un bel polverone. Ma se fai il mio mestiere con gli alti e con i bassi devi imparare a convivere.
Anche con i litigi?
Non ho mai litigato con i deboli, ma sempre con chi incarnava un potere. Certe volte avrei dovuto forse essere più riflessivo, ma piegarmi non mi piace anche se so che non chinarsi ha un costo. Ai tempi di Scherzi a parte, la zarina, la signora Fatma Ruffini, tagliava a suo piacimento il materiale girato e decideva ogni cosa. Un giorno mentre stavo verniciando una scarpa di Gene Gnocchi di rosso fermò tutto dicendo: ‘Non è elegante’. Le arrivò un vaffanculo che fece tremare le pareti. Io che avevo ascoltato nei suoi confronti insulti sanguinosi e irripetibili, fino ad allora non ero mai trasceso. Arrivò Freccero, il direttore di rete: ‘Ma che succede?’. ‘Sai che c’è Freccero? Vaffanculo pure a te’. Ruffini diceva: ‘Teocoli era il numero uno, ma gli mancava la testa’. Non so di quale testa parlasse, probabilmente della sua. Come le dicevo mi sono tolto le mie soddisfazioni, ma il costo è globalmente alto. In un’altra maniera però non so fare.
Lei ha avuto una vita molto felliniana.
Me lo fece incontrare un suo aiuto regista a Cinecittà. Preparava La città delle donne e disegnava maiali e angeli appoggiato a una scrivania. ‘Se vuoi fare l’attore – disse con i miei scatti in mano – è meglio che queste foto le fai sparire il prima possibile’, mi disse e poi continuò con ironia: ‘Purtroppo un ruolo per te in questo film non ce l’ho, ce n’era solo uno e l’ho offerto a Mastroianni, ho sbagliato forse?’.
Chi le manca?
Jannacci. Enzo aveva capito tante cose. Un tempo ci si accontentava di poco. Anche solo di respirare. Nei viaggi eterni sulla Freccia del Sud – dove mio padre, per prendere posto, mi alzava di peso dal marciapiede fin dentro al treno – eravamo aggrediti dagli acari delle poltrone color vermiglio. Si cercava aria durante le fermate: a Paola, in Calabria, tutte le teste dei passeggeri uscivano dal treno all’unisono e la felicità era quella. Quella e basta.
Pensi a uno che si è sbagliato su di lei.
Un mio compagno ricco venne a dirmi che i suoi genitori non volevano che mi frequentasse. Sofrii, ma tre anni dopo ero un uomo e quel ragazzo ancora un brufoloso scialbo senza alcuna identità. Un dio se lo cerchi, lo trovi sempre.
Sul suo conto si sbagliava anche BB: “Teò sfigatò” la chiamava.
Si sbagliava eccome, ma forse parlava con sentimento. Non l’ho mai detto, ma ne sono sicuro. Un po’ le piacevo. Garantito.