La Gazzzetta dello Sport, 28 gennaio 2017
Lorenzo Buffon: «Io, il Milan e le bionde. Gigio è Zoff, non fa scena»
Ricordi. Splendidi ricordi. Lorenzo Buffon ne ha tanti da raccontare. Quelli materiali, preziosi, glieli hanno portati via. Accanto ai quadri che «Tenaglia» (il suo soprannome) tuttora dipinge, sono rimaste le maglie (i maglioni) della Nazionale, tante foto, cartoline, attestati, compresa la maglia del Milan «Buffon 80», omaggio del Milan Club per il compleanno. Ora l’ex portiere di Milan, Inter e Nazionale, ex marito di Edy Campagnoli, mitica valletta di Lascia o Raddoppia, di anni ne ha 87. La sua vita la racconterà nel libro al quale lavora con Umberto Sarcinelli e Maurizio Masai. Le sue prodezze le spiegherà stasera a Gigio Donnarumma che vedrà a Udine.
Cosa gli dirà?
«Di lavorare duro per mantenersi. Gli auguro tante soddisfazioni».
Cosa le piace di lui?
«Non fa scena, come Zoff. Il migliore con Jascin, che ho avuto la fortuna di conoscere».
E poi?
«Poi c’è un certo Gigi Buffon. Il migliore di oggi. Mio parente, sì. Lo portai al Milan, quando ero osservatore, non lo presero» («Non lo trattarono bene» aggiunge Loredana, dal 1979 seconda moglie di Lorenzo)».
Lei scoprì Pessotto, a Lignano?
«Lo portai al Milan a 13 anni, era un mediano, la mamma non voleva. Non ci credettero».
Il Milan è stata la sua vita: lei porta l’orologio a tema, è presidente onorario dei Milan Club e le hanno intitolato il club di Pieris, il paese di Fabio Capello.
«Me lo ha concesso lui. Perché io andai a inaugurarlo. Nei club sono sempre andato, pure in Canada. Il Milan è la mia vita, anche se tengo alla mia friulanità: vorrei vincessero tutte e due, Milan e Udinese».
Al Milan ci andò giovanissimo.
«Dal Portogruaro dove Miro Gremese mi insegnò a fare bene il portiere. Cominciai all’oratorio di Latisana perché il prete, vedendomi dipingere, mi disse “mettiti in porta, con quelle mani così prendiamo meno gol”. Fu la mia fortuna. A 20 anni esordii al Milan con la Samp (5-1). Fu Liedholm a dirmi: “Domenica tu iocare”. Ci sono rimasto 10 anni, vincendo 4 scudetti. Bloccavo la palla, non respingevo con i pugni, mi allenavo tenendo in mano i tappi delle bottiglie. Paravo con i guanti in cuoio».
Come vede il calcio di oggi?
«Ne vedo tanto, sono abbonato a Premium. Ma la colpa è del distacco tra giocatori e tifosi. Io stavo a parlare con loro, firmavo autografi per ore».
Lei ha vinto col Milan e con l’Inter: come erano i derby?
«Le tifoserie scommettevano: chi perdeva scopava la strada da San Siro al centro, 7 km».
Lei come viveva Milano?
«Abitavo in porta Genova. Andavo in centro a vedere un uomo dipingere e a imparare la tecnica, mi insegnò tutto. Era il papà di Mario Monti. Che una volta portai allo stadio. Andavo a mangiare con Burini alle Colline Pistoiesi, poi venne l’Assassino».
Ma venne anche Edy Campagnoli che lei sposò nel 1958. Era il bello e famoso di allora. Come la conquistò?
«Quando aveva 14 anni si metteva dietro la porta e io le dicevo vai a scuola. Una volta si girava a San Siro Gli eroi della domenica e io venivo ripreso come portiere. C’erano tanti attori famosi, ma lei mi disse che guardava me. La ritrovai anni dopo in Milan-Fiorentina. Era già in tv e diede i fiori ai capitani, il mio era Liedholm, io le diedi l’appuntamento».
Come le corteggiava?
«Non corteggiavo, sceglievo. Amavo le bionde. E Loredana l’ho conquistata nella sua pizzeria di Lignano, è bionda».
Torniamo al calcio: il Milan migliore?
«Quello degli olandesi, ma il trio più forte è stato il nostro Gre-No-Li».
Il miglior rossonero?
«Gianni Rivera».
Il miglior calciatore?
«Ho avuto la fortuna di giocare con i campioni: Sivori, Altafini, Boniperti. Poi ho ammirato Baggio».
Gli amici?
«Tanti. Ma cito Liedholm e Facchetti, compagno di camera straordinario. Quando ebbi un intervento, Giacinto mi telefonava sempre».
Il suo cruccio?
«Non aver vinto un Mondiale con l’Italia di cui ero capitano. Ma con il Milan ho vinto due coppe Latine. E uno scudetto con l’Inter».
In nerazzurro ci arrivò, via Genoa, dopo aver litigato con Viani
«Tanti anni dopo mi disse “Con te ho sbagliato” e io: “No, mi hai fatto un favore, ho vinto un altro scudetto”. Nella finale di Coppa Campioni col Real, nel ‘58, mi lasciò fuori per Soldan, perdemmo 3-2. Che rabbia».
E lei non aveva un carattere facile.
«Friulano. Mi facevo valere. La carica al portiere? La facevo io la carica».