27 gennaio 2017
APPUNTI PER GAZZETTA - TRUMP INCONTRA THERESA MAYREPUBBLICA.ITWASHINGTON - "Grazie per essere qui. Noi vogliamo lavorare strettamente con lei e rafforzare i nostri rapporti commerciali
APPUNTI PER GAZZETTA - TRUMP INCONTRA THERESA MAY
REPUBBLICA.IT
WASHINGTON - "Grazie per essere qui. Noi vogliamo lavorare strettamente con lei e rafforzare i nostri rapporti commerciali. Ci aspettano grandi giorni". Con queste parole, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump saluta la premier britannica Theresa May in conferenza stampa alla Casa Bianca, suggellando l’impegno ad aprire, appena la Brexit sarà compiuta, un canale privilegiato negli scambi commerciali tra i due Paesi.
Come conferma subito dopo la May: "Sono felice di essere qui. Questo invito è un indice degli ottimi rapporti tra i nostri Paesi, che vengono dalla storia e dagli interessi comuni. Nel nostro incontro abbiamo affrontato molti temi su cui concordiamo. La lotta al terrorismo e al Daesh. Come rafforzare l’intelligence nel cyberspace. Abbiamo discusso di Siria, Russia, collaborazione per la Difesa. E riconosciuto il lavoro della Nato e l’impegno americano per l’Alleanza, su cui il presidente si è detto assolutamente d’accordo. In materia di scambi, abbiamo già volumi forti. La Gran Bretagna vuole difendere questa relazione, che riguarda anche gli equipaggiamenti militari, in modo da imporre un’occupazione più forte attraverso nuovi negoziati commerciali. Passi pratici per arrivare a investimenti maggiori nell’interesse reciproco dei due Paesi. I colloqui di oggi sono importanti e io voglio continuare a lavorare con Trump".
IL COMMENTO: Nasce l’internazionale populista
In conferenza stampa, è stato chiesto a Trump delle sue intenzioni di cancellare le sanzioni americane contro la Russia in relazione alla crisi ucraina. "Noi vogliamo avere buoni rapporti con la Russia, ma anche con la Cina e gli altri Paesi. Non abbiamo nessuna garanzia di riuscirci, ma sarebbe positivo". Quindi è stato chiesto a May della posizione britannica al riguardo, quando in Europa la Russia di Putin è vista come una minaccia in termini di destabilizzazione del progetto di unione. La premier britannica al riguardo è stata decisamente più diretta e precisa: "Vogliamo che sia implementato l’accordo di Minsk, prima di allora non si parlerà di sanzioni da rimuovere".
Più sfumata Theresa May lo è stata commentando la predilezione di Trump per la tortura, assieme al disprezzo dimostrato dal magnate per le donne e alla sua volontà di tenere fuori dagli Usa i musulmani l’argomento più scabroso nel dibattito in corso presso l’opinione pubblica britannica sulla partnership con la nuova Casa Bianca. "Posso confermare che il presidente mi ha ascoltato e io l’ho ascoltato. Continueremo a discutere anche di altri temi, potremo non concordare ma è importante avere franche relazioni. Su molti temi noi e gli Usa siamo molti vicini. Dobbiamo costruire rapporti speciali nell’interesse nostro e del mondo". A questo punto è stato Trump a operare una mossa distensiva per togliere la sua ospite dall’imbarazzo: "Alla Difesa abbiamo nominato il generale John Mattis, che non crede alla tortura, al waterboarding. Io non sono d’accordo ma vincerà lui, l’esperto, molto stimato. Funzioneà così".
Primo leader straniero alla Casa Bianca dal giorno dell’insediamento di Trump, la premier britannica Theresa May, completamente vestita di rosso, è stata accolta personalmente dal presidente degli Stati Uniti al momento di scendere dall’auto. Una volta all’interno della residenza presidenziale, Trump e May si sono stretti la mano davanti a un busto di Winston Churchill, che il presidente ha voluto riportare nello studio ovale il giorno del suo insediamento. "Questo è l’originale, gente - ha voluto sottolineare Trump -. E’ l’originale in molti sensi. E’ un grande onore riavere Winston Churchill". Davanti ai reporter, Theresa May si è limitata a dichiarare: "E’ un grande onore essere qui".
I due leader si sono quindi chiusi nel loro faccia a faccia, avente come argomento principe quell’accordo commerciale che Trump qualche giorno fa aveva caldeggiato. Tecnicamente, come la Commissione Ue ha ricordato a Londra, il Regno Unito può solo discutere di un possibile e futuro accordo di libero scambio con gli Usa, almeno fino quando il suo divorzio dalla Ue non sia ufficialmente ratificato.
Quella che il Regno Unito si appresta a negoziare, per come l’ha illustrata la May, sarà una Brexit "dura", che lo escluderebbe dal mercato comune. Mossa che proprio Trump ha definito "fantastica", a fronte di un progetto europeo in via di disgregazione. Parole che hanno irritato le cancellerie europee. Da Parigi, per tutta risposta, a poche ore dall’incontro della Casa Bianca, il presidente francese Francois Hollande ha definito Trump una "sfida" alla Ue.
IL VERTICE COL MESSICO SI FARA’
Il vertice Trump-Peña Nieto si farà, almeno per ora. E’ il risultato di una lunga telefonata tra i due presidenti nelle giornate roventi dello scontro sul muro che Trump vorrebbe costruire al confine per frenare l’immigrazione messicana e che è diventato un caso che non coinvolge più solo Washington e Città del Messico, ma richiama l’attenzione anche del Vaticano.
La Santa Sede si è detta preoccupata per "il segnale che si dà al mondo" con l’ipotesi muro e si augura che altri Paesi, anche in Europa, "non seguano il suo esempio". La posizione vaticana è stata espressa dal cardinale Peter Turkson, presidente del Dicastero per la promozione dello sviluppo umano integrale.
Ieri il vertice bilaterale tra Trump e Peña Nieto (previsto per il 31 gennaio) era stato cancellato proprio le divergenze sulla fortificazione, e sulla volontà del neopresidente di farlo pagare al governo messicano. Con un dazio del 20% sulle esportazioni. "E’ semplicemente non negoziabile" che il Messico paghi per il muro, ha ribadito Luis Videgaray, nel corso di una conferenza stampa a Washington dove si trovava insieme ad una delegazione ministeriale per incontri con la nuova amministrazione. "Dire che il Messico possa pagare per il muro è una cosa semplicemente non negoziabile".
Il capo della diplomazia messicana si è poi detto fiducioso sulla possibilità di arrivare ad un’intesa sui rapporti commerciali tra i due Paesi, dopo che Trump ha attaccato duramente il Nafta, l’accordo di libero scambio tra Stati Uniti e Messico, che a suo dire sarebbe "a senso unico". "Arriveremo ad accordi, accordi molto buoni - ha assicurato il ministro - siamo sicuri che questo è quello che conviene di più al Messico, agli Stati Uniti ed alla regione".
L’economista: "Da incompetenti". L’idea di Trump, che poi l’amministrazione ha smentito, è quella di imporre un dazio del 20% sulle esportazioni messicane verso gli Usa, che hanno un valore complessivo di oltre 300 miliardi di dollari. Ma l’economista Paul Krugman spiega che questa sarebbe una misura da "incompetenti e ignoranti". Se Trump mette una tassa sulle auto americane che importiamo dal Messico, saranno gli americani e non i messicani a pagare il muro. Argomento sostenuto anche dal ministro Videgaray che precisa: "Mettere un dazio sulle merci importate dal Messico significa che il consumatore americano pagherà una automobile, una lavatrice o un avocado".
L’ATTRICE IRANIANA BOICOTTA L’OSCAR
L’attrice iraniana Taraneh Alidoosti, protagonista di Il cliente di Asghar Farhadi candidato all’Oscar come miglior film straniero, ha deciso che boicotterà la cerimonia degli Academy Awards per protestare contro la stretta del presidente Trump sui visti dai paesi islamici. Taraneh Alidoosti, nel cast anche di un altro film di Farhadi About Elly, ha definito il provvedimento "razzista". In un Tweet l’attrice ha scritto: "Il divieto di visto per gli Iraniani di Trump è razzista. Sia che riguardi che non riguardi gli eventi culturali io non parteciperò agli #AcademyAwards 2017 per protesta". L’Iran è nella lista dei paesi, che comprendono Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen che sono stati indicati da Trump come quelli da bandire per il rischio terrorismo
Le ultime mosse del presidente Usa, e la cancellazione del summit con il presidente messicano, hanno scatenato in Messico una campagna antiamericana. Sui social si invita al boicottaggio dei prodotti delle multinazionali statunitensi, da Starbucks alla Coca cola fino ai McDonald’s. Mentre su Instagram c’è un nuovo hastag che promuove l’orgoglio messicano #AmorAMéxico dove vengono postate foto che esprimono amor proprio e dignità del Paese.
LA PASSIONE DI TRUMP PER LA CASA BIANCA
HA cambiato le tende (dorate invece che rosso scuro). Ha riportato nello studio ovale il busto di Winston Churchill (sfrattato da Obama). Insomma Donald Trump ha fatto di tutto per mettersi a proprio agio alla Casa Bianca. Eppure quella che per molti sarebbe la casa dei sogni, per lui rischiava di rivelarsi un incubo. Così almeno racconta il New York Times, pronto a registrare la sorpresa del presidente di fronte ai "bellissimi telefoni" della sua nuova stanza del potere.
Già, perché Trump ha traslocato i suoi averi e le sue abitudini non da un appartamento qualsiasi, ma dalla sua casa nella Trump Tower di Manhattan con gli interni placcati in oro 24 carati. Non era scontato che il nuovo presidente apprezzasse la sistemazione presidenziale. Del resto, anche tra i suoi predecessori, c’era chi aveva storto il naso: George W. Bush, per esempio. Aveva lamentato la mancanza di aria aperta - non un problema per Trump, abituato all’atmosfera sottovetro del suo grattacielo. Abituato però anche a un profluvio di ori, di marmo, di stili seicenteschi e di lusso sfrenato. Ma il nuovo Potus e la sua Melania paiono gustare lo stile presidenziale.
Ecco allora The Donald alla scoperta dei "più bei telefoni che abbia mai visto in vita mia". Le parole, dice lui mentre si adatta alla nuova casa, "con questi apparecchi della Casa Bianca sembrano deflagrare nell’aria". Tutto sommato, la White House non gli dispiace. "Bella residenza, molto elegante. C’è qualcosa di molto speciale nel dormire proprio lì dove si trovava Abramo Lincoln", si compiace lui, che spiega: "La Lincoln Bedroom era il suo ufficio, la mia suite invece - la camera da letto principale della casa - era il luogo dove lui passava le sue notti". Non è solo questione di dimensioni e di eleganza, "ma di storia". Usa, l’emozione di Ivanka Trump: "Mio figlio gattona per la prima volta alla Casa Bianca" Condividi
La stanza preferita di The Donald rimane comunque non la camera da letto, ma la stanza del potere, lo studio ovale. Prima ancora di entrarvi, però, il presidente segue una sua routine. Si sveglia alle sei, guarda la tv, poi va in una sala da pranzo dell’ala ovest e passa in rassegna i quotidiani: il New York Times, il New York Post, il Washington Post. La prima colazione presidenziale, quella di sabato 21 gennaio, è stata a base di frutta fresca e pasticceria. In cucina Trump ha "traslocato" anche le sue abitudini: in dispensa non mancano le sue patatine preferite.
Alle 9 comincia il via vai: l’agenda presidenziale si infittisce di incontri, così The Donald fa la spola tra la West Wing, l’ala ovest - dove appunto si tengono le riunioni - e l’ufficio ovale, la stanza dove più gli piace passare il suo tempo, e dove firma gli ordini esecutivi. Quando la moglie Melania e il piccolo Barron, il figlio minore che ha dieci anni, non sono in città, il presidente passa la serata libera davanti alla tv - meglio se Fox News - o al cellulare.
Da sempre Trump è abituato a unire "casa e bottega": prima delle elezioni, a separare il suo appartamento dall’ufficio c’erano "solo" una trentina di piani da fare in ascensore. Casa al 58esimo piano, ufficio al 26esimo, con l’immancabile vista su Central Park. Ora che la casa non è più la stessa, Trump e signora si danno da fare per "decorare e arredare" la nuova location; ma sognano anche la prossima fuga. Che sarà a Palm Beach, in Florida. Qui The Donald tornerà ai lussi di sempre, con un viaggetto a Mar-a-Lago, il suo club privato. La data è già segnata in calendario: 3 febbraio. Nel frattempo, tra un ordine esecutivo e l’altro, non ci sarà tempo che per il lavoro.
SARCINA SUL CORRIERE DI STAMATTINA
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
NEW YORK Il Muro e la tortura: primi passi in politica estera e primi incidenti diplomatici. Oggi Donald Trump incontra a Washington la premier britannica, Theresa May. Ma il lungo lavoro di preparazione è stato guastato da un’intervista del neo presidente alla tv Abc , trasmessa il 25 gennaio: «La tortura? Secondo me funziona».
Ieri, invece, il presidente del Messico, Enrique Pena Nieto, ha cancellato il summit con Trump previsto per martedì 31 gennaio. Nel giro di 48 ore il nuovo leader della Casa Bianca ha messo in difficoltà i leader di due alleati storici degli Stati Uniti.L’imbarazzo del governo britannico si è presto trasformato in una secca dichiarazione della stessa premier che, in volo sull’Atlantico ha messo in guardia: se gli Stati Uniti dovessero adottare la tortura per ottenere informazioni negli interrogatori, «il Regno Unito potrebbe anche interrompere la collaborazione con le agenzie di intelligence Usa».
Il caso, in realtà, nasce dalle indiscrezioni pubblicate l’altro ieri dall’ Associated Press : l’amministrazione di Washington starebbe pensando di riattivare le carceri segrete della Cia, i «black sites». Qui i prigionieri, terroristi veri o presunti, subivano la pratica del waterboarding: seduti con la testa all’indietro, bendati e poi inondati di acqua quasi fino al soffocamento.
Per Trump «funziona». La sua uscita ha spiazzato completamente il generale James Mattis, che oggi giurerà come Segretario alla Difesa, e il nuovo direttore della Cia, Mike Pompeo. Tutti e due avevano garantito, nelle audizioni al Senato, che il nuovo governo non avrebbe fatto ricorso alle sevizie per ottenere informazioni. Il senatore repubblicano John McCain, eroe di guerra, torturato in Vietnam, ha reagito in modo veemente: «Il presidente può firmare tutti gli ordini esecutivi che vuole. Ma la legge è la legge. Non riporteremo la tortura negli Stati Uniti».
Ieri, a metà giornata, Trump aveva l’occasione per rispondere pubblicamente, a Philadelphia, davanti alla platea del «Republican Retreat», il convegno annuale del partito conservatore. Ma non lo ha fatto, concentrandosi invece sul «dossier Messico».
Si era diffusa da poco la notizia che Enrique Peña Nieto aveva cancellato il vertice. Dal palco Trump l’ha presentata come una decisione comune: «Abbiamo concordato di annullare il nostro incontro». Il presidente degli Stati Uniti non ha, però, attenuato le pressioni: «Costruiremo il Muro e rinegozieremo il Nafta (l’accordo commerciale con Canada e Messico, ndr ). È arrivato il tempo che il presidente degli Stati Uniti combatta per gli interessi dei suoi cittadini, esattamente come fanno gli altri. Ogni anno noi accumuliamo un deficit commerciale di 60 miliardi di dollari con il Messico e spendiamo miliardi di dollari per proteggere i nostri confini dall’immigrazione illegale. Tutto questo deve finire e penso che potremmo farlo con i nostri amici messicani».
Ma intanto, ieri, il portavoce della Casa Bianca ha annunciato che è allo studio un dazio extra del 20 per cento sulle importazioni dal Messico proprio per finanziare la nuova barriera.
Giuseppe SarcinaFEDERICO FUBINI INTERVISTA NIAL FERGUSON
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
N iall Ferguson rappresenterebbe la quintessenza dell’intellettuale conservatore britannico, se non fosse per un dettaglio: vive dall’altra parte. Formatosi a Oxford, professore di Storia economica a Harvard, da qualche tempo Ferguson ha deciso di vivere a Stanford. Sulla costa degli Stati Uniti che guarda verso l’Asia e l’innovazione tecnologica più radicale. Dalla sua prospettiva, la politica estera di Donald Trump — che la si condivida o meno — appare meno dilettantesca e più strategica di come venga descritta a Bruxelles o nei circoli colti di Boston o di New York.
Theresa May, la premier di Londra, sarà da Trump oggi stesso. Quanto sostegno può dare l’amministrazione americana alla Gran Bretagna nel negoziato di uscita dall’Unione europea?
«Theresa May ha avuto fortuna. Quando la Brexit ha vinto nel referendum pochi avrebbero scommesso che a Washington si sarebbe insediata un’amministrazione così propensa a correre in soccorso. Così anglofila, in un certo senso. Senza questa svolta, il divorzio sarebbe stato ancora più difficile. Con Trump ci sono delle possibilità che la special relationship fra Stati Uniti e Gran Bretagna, che Obama aveva tanto disdegnato, trovi nuova vita».
Ma in concreto che cosa può cambiare?
«Cambia qualcosa in termini simbolici e politici, ma non può sostituire il ruolo che ha l’Europa per il Regno Unito in termini commerciali. È la stessa idea di quando la Gran Bretagna scelse di restare fuori dalla Comunità economica europea nel 1957, nell’idea che si sarebbe appoggiata sull’integrazione con gli Stati Uniti. Già allora si rivelò un’illusione: gran parte degli scambi britannici sono con l’Europa».
Non trova che la visione delle alleanze di Trump sia essenzialmente una sfida a Germania e Cina, oltre che al Massico, cioè ai Paesi con i maggiori surplus commerciali con gli Stati Uniti?
«Ha molto senso pensare alla sua politica estera in questi termini. Forse sfugge ai commentatori che credono nell’ordine mondiale emerso negli anni 80 e 90 del secolo scorso e trovano difficile immaginarne un altro, in parte perché questo li ha favoriti. O magari sfugge alle élite che trovano Trump stupido perché non parla come loro e non dichiara che lo status quo è il migliore dei mondi possibili. Eppure questo status ha generato diseguaglianze, rafforzato regimi autoritari, prodotto conseguenze ambientali pesanti in Asia Orientale. Peraltro, dopo otto anni di Barack Obama lo stato del Medio Oriente e del Nord Africa è catastrofico, con la Russia che emerge come beneficiario principale. Difficile criticare Trump se pensa di poter fare di meglio».
Lei pensa davvero che possa fare meglio?
«In Medio Oriente credo di sì. L’Iran passerà dall’essere una controparte a essere di nuovo nemico. Anche la Turchia rischia di perdere posizioni. Trump lavorerà con gli alleati tradizionali, Israele e gli Stati arabi sunniti. Ci saranno miglioramenti in tutto il Medio Oriente e forse persino la pace in Siria».
Resta la questione delle tensioni politiche che vengono a galla con attori più grandi come la Germania e la Cina. Che cone ne pensa?
«I cinesi sono sotto choc per l’impatto di uno scenario che loro credevano per loro preferibile, la vittoria di Trump su Hillary Clinton. Non avevano preso sul serio ciò che diceva sul protezionismo, e questo è il problema. Trump sta cercando di riscrivere le regole dell’ordine economico internazionale, perché secondo lui la Germania e la Cina hanno basato la loro crescita sul deficit commerciale degli Stati Uniti. Si sono servite della domanda americana per vendere i loro prodotti, senza contraccambiare».
Non è stato semplicemente legittimo, da parte dell’industria cinese e americana?
«Forse, ma la sostanza è che di fronte a un cambio di atteggiamento degli Stati Uniti la posizione della Cina e della Germania adesso è abbastanza debole. L’America può minacciare misure commerciali, forse solo per ottenere concessioni. Ma non c’è molto che i cinesi e i tedeschi possano fare, dipendono troppo dall’accesso al mercato statunitense. Avrebbero dovuto fare di più in questi anni per sviluppare la loro economia interna e esprimere domanda per i prodotti degli altri Paesi».
Eppure Trump chiude anche al Messico, che non è una grande potenza economica. Sta dicendo che gli Stati Uniti, autosufficienti nell’energia, in vantaggio tecnologicamente, non hanno più bisogno del resto del mondo?
«In parte può esserci questa idea negli Stati Uniti: il timore che, se la globalizzazione degli scambi continua a espandersi al ritmo attuale, l’economia cinese supererà per dimensioni quella americana tra venti o trent’anni. La leadership globale passerebbe da una democrazia liberale e a una dittatura, almeno di nome, comunista».
«Fermate il mondo, voglio scendere» non è mai stata una strategia vincente, non trova?
«C’è un precedente storico, a dire il vero: la Gran Bretagna del ‘700. Aveva la leadership tecnologica di gran lunga, aveva l’indipendenza energetica grazie al carbone e non era affatto propensa a tenere i mercati aperti come si pensa. Era mercantilista verso il resto del mondo: basta chiedere agli indiani. Così puntava a gestire e conservare il suo vantaggio. Gli Stati Uniti oggi potrebbero essere in una posizione simile».
Lei vede in Trump una strategia, tanti lo considerano un improvvisatore. Com’è possibile?
«Perché si fanno sviare dai tweet . Non capiscono che le polemiche su Meryl Streep o su quante persone erano in piazza a Washington nel giorno dell’inaugurazione sono disegnate per distrarre. Consiglio di ignorare le querelle e concentrarsi su quello che questa amministrazione fa veramente. Si renderanno conto che Trump non è la reincarnazione di Benito Mussolini, semmai è più come Silvio Berlusconi. Anche con lui bisognava distinguere ciò di cui parlava da ciò che faceva davvero».