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 2017  gennaio 27 Venerdì calendario

Il fisco ora bussa in paradiso. Intervista a Rossella Orlandi

L’amministrazione finanziaria è pronta a inviare le richieste di scambio automatico di informazioni alle amministrazioni degli altri paesi, come Svizzera e Lussemburgo, che sono stati in passato un rifugio sicuro e anonimo dei capitali italiani. Le richieste sono strutturate rispettando il requisito della «verosimile pertinenza» che esige la sussistenza di una ragionevole possibilità che le informazioni richieste siano rilevanti per le attività di controllo fiscale dell’Amministrazione richiedente e che esclude la possibilità che possano essere respinte come «fishing expeditions».
Si profilano quindi tempi sempre più duri per i contribuenti, e sono ancora molti, che non hanno aderito alla voluntay disclosure e non sono intenzionati ad aderire nemmeno alla voluntary-bis prevista dal decreto legge 193 del 2016. Il direttore dell’Agenzia delle entrate, Rossella Orlandi, intervenuta al videoforum di ItaliaOggi, ci tiene a mettere in luce che le condizioni attuali di chi detiene capitali all’estero non dichiarati non sono quelle di uno o due anni fa. Perché nel frattempo molte cose sono successe, soprattutto nei rapporti tra amministrazioni finanziarie e nella loro capacità e disponibilità allo scambio di informazioni utili per la lotta all’evasione.
Domanda. La voluntary disclosure-bis sembra entrata in un cono d’ombra mediatico, quali sono le vostre previsioni di gettito?
Risposta. Difficile fare previsioni. La procedura di collaborazione volontaria è stata riaperta da pochi mesi e i contribuenti potranno scegliere se aderire fino al 31 luglio 2017. In ogni caso la precedente edizione della voluntary ha avuto un grande riscontro superando le previsioni di incasso attraverso una certosina attività di accertamento one to one su ogni singola pratica. È stata quindi confutata con i fatti l’idea secondo cui la voluntary si sarebbe risolta in un mero controllo formale: ciascuna pratica ha richiesto un esame attento e approfondito. Un’attività che ha impegnato circa 4mila funzionari dell’Agenzia e che ci ha permesso di maturare competenze importanti, riconosciute da tutti gli attori coinvolti, dai professionisti e esperti del settore agli intermediari finanziari italiani e esteri. Mi lasci dire però che mi sembra limitato riferire il successo di una misura come la voluntary esclusivamente al gettito che riesce a produrre. L’esperienza del 2016, che ha dato risultati al di là delle più rosee aspettative, ci insegna che la procedura di collaborazione volontaria è stata proficua da almeno altri due punti di vista.
Intanto ci ha fornito una base di dati preziosissima sulla base della quale partiremo con la voluntary 2.0. Oggi abbiamo un quadro molto più dettagliato relativo a relazioni, sistemi e intermediari utilizzati da alcuni soggetti. Questo ci sta permettendo di approfondire e affinare gli strumenti a disposizione degli uffici in chiave antievasione. Un altro aspetto rilevante poi è che le due collaborazioni volontarie produrranno un allargamento sensibile della base imponibile per gli anni futuri. In pratica a giochi fatti, una volta che i contribuenti hanno disvelato le loro attività al Fisco, il recupero della voluntary diventerà un’ulteriore fonte di gettito strutturale. Tra questo e le conseguenze dello scambio automatico di informazioni, che partirà proprio quest’anno, credo siamo alle soglie di un cambiamento epocale.
D. Quando partiranno le richieste di informazioni agli stati come Svizzera e Lussemburgo? Come formulerete le richieste per non cadere nella categoria delle domande a strascico?
R. Sono pronte le richieste di scambio di informazioni da inviare alle Autorità fiscali degli altri Stati, come ad esempio quelli citati. Le richieste sono strutturate rispettando il requisito della «verosimile pertinenza» che, sulla base delle indicazioni contenute nell’articolo 26 del Modello di Convenzione Ocse e nel relativo Commentario, esige la sussistenza di una ragionevole possibilità che le informazioni richieste siano rilevanti per le attività di controllo fiscale dell’Amministrazione richiedente e che esclude la possibilità che le richieste effettuate possano rientrare tra le c.d. «fishing expeditions».
D. Quali sono gli elementi che utilizzerete nella costruzione delle liste selettive da sottoporre a controllo nell’ambito della lotta all’evasione internazionale?
R. Oggi tra i concetti chiave, più che quello di «liste selettive», citerei scambio di informazioni, un livello di collaborazione internazionale che non ha precedenti e l’omogeneizzazione delle procedure. Basti pensare alla task force internazionale di cui siamo parte attiva insieme al Dipartimento delle Politiche fiscali e alla Guardia di finanza, che sui Panama Papers sta mettendo in comune le migliori competenze di intelligence delle autorità fiscali di tutto il mondo per condividere dati, analisi e strategie. Grazie a questo approccio trasnazionale, per esempio, riceveremo molto presto da parte dei rispettivi paesi le informazioni sulle disponibilità finanziarie di circa 700 soggetti la cui posizione è in questo momento al vaglio dell’Agenzia delle Entrate.
D. I professionisti sottolineano che i nuovi adempimenti Iva sono l’ennesimo, inutile, adempimento formale. State lavorando a una revisione?
R. Siamo in costante contatto con le categorie e spero che presto potremo superare insieme le difficoltà. L’adempimento a cui fa riferimento è stato introdotto dal dl n. 193/2016 ed è funzionale allo sforzo per rendere più efficace il recupero del gettito Iva, adeguando i nostri standard nazionali a quelli di altri Paesi che hanno ottenuto risultati effettivi sul fronte del contrasto agli illeciti Iva. Voglio nuovamente tranquillizzare i professionisti che si troveranno ad affrontare questo adempimento. Proprio per rendere la comunicazione periodica dati Iva il meno gravosa possibile, l’Agenzia ha scelto di richiedere gli stessi dati già inseriti dai contribuenti nei registri Iva. Si tratta di un ulteriore passo avanti sia sul fronte dell’efficientamento della macchina amministrativa sia sul fronte della compliance: una volta ricevuti i dati, praticamente in tempo reale, l’Agenzia avrà la possibilità di inviare, senza perdere tempo prezioso, degli alert ai contribuenti affinché possano rimediare spontaneamente alle irregolarità. L’Agenzia è comunque aperta al dialogo e alle soluzioni che naturalmente spettano al Legislatore. Dal canto nostro, per far si che tutti gli attori in campo affrontino serenamente questa fase di transizione, abbiamo già reso disponibile la bozza della comunicazione dei dati Iva e stiamo lavorando per predisporre programmi gratuiti per l’invio dei dati. Inoltre, in questi ultimi anni molti adempimenti sono stati già ridotti. Con il 2017, tra l’altro, scompare l’obbligo di comunicazione annuale dati Iva.
D. I commercialisti per la prima volta in sciopero, gruppi sui social network dove il disagio dei professionisti si manifesta in modo quasi violento. Cosa non sta funzionando nel cambia verso di un fisco dal volto amico?
R. Come può immaginare seguiamo la vicenda con grande attenzione. Con il nuovo presidente Massimo Miani vorrei continuare sulla strada di un dialogo sempre più costruttivo. Del resto l’Agenzia delle entrate è da sempre attenta e disponibile a qualunque tipo di dialogo sul tema delle semplificazioni. A questo proposito le posso assicurare che siamo disponibili a ogni forma di confronto per continuare con tutte le semplificazioni che possono eliminare adempimenti e facilitare la vita ai professionisti. Ma, a prescindere da questo, io non sarei così netta sul fatto che il cambia verso non stia funzionando. I numeri ci dicono altro. È vero che siamo nel mezzo di un mutamento, innanzitutto culturale, nel modo in cui finora è stato interpretato il rapporto tra Fisco e contribuenti. Questo cambiamento giocoforza non può che richiedere tempo.
D. Che risultati hanno dato le lettere di compliance? Quanti hanno aderito? Che previsioni di gettito fate?
R. Grazie alle lettere sono entrati nelle casse dello Stato diverse centinaia di milioni di euro aggiuntivi. Dal punto di vista degli obblighi dichiarativi, tra le imprese che nel 2015 avevano omesso le dichiarazioni Iva su 67 mila lettere di richiamo hanno risposto in 47 mila. In generale poi siamo scesi da 220 mila lettere inviate nel 2015 a chi aveva dimenticato di presentare la dichiarazione dei redditi a poco più di 150 mila nel 2016. In pratica un quarto delle persone che nel 2015 si erano dimenticate ed erano state avvisate per tempo, nel 2016 non hanno commesso lo stesso errore. Ma quello che conta è che con queste lettere stiamo dando il via a un nuovo corso nei rapporti con i contribuenti basato sul dialogo e improntato su trasparenza e collaborazione. Il vecchio gioco di guardie e ladri è un refrain vecchio e decisamente superato.
Vorrei ribadire che lo scopo di questa operazione è creare un rapporto sereno tra Fisco e contribuenti. Poter dire al cittadino con estrema tranquillità e con un semplice messaggio se risultano delle anomalie nella sua posizione fiscale, emerse per esempio dall’incrocio tra quanto indicato nella dichiarazione dei redditi e le altre informazioni di cui il Fisco dispone.
A quel punto, se lo ritiene, il contribuente può rimediare per tempo a un eventuale errore senza doversi aspettare un accertamento e assicurarsi la riduzione delle sanzioni prevista dal nuovo ravvedimento operoso. Oppure può sempre fornire alle Entrate elementi, fatti e circostanze in grado di giustificare la presunta anomalia. Mi sembra davvero un passo avanti gigantesco rispetto al passato. E come le dicevo, sta dando frutti sia in materia di autocorrezione degli errori e delle sviste che in termini di gettito.
D. Ci saranno delle novità nel 2017 nella partita sulla compliance?
R. Stiamo lavorando per affinare sempre di più le nostre tecniche di elaborazione dei dati per diversificare ulteriormente i tipi di anomalia riscontrabili a priori ed allargare sempre di più la platea di cittadini «preavvisati» della propria situazione. Questo significa improntare il rapporto tra fisco e cittadino su un piano di lealtà e trasparenza, principi che già di loro rappresentano il valore aggiunto di un’amministrazione moderna e al servizio dei cittadini, ma costituisce anche una strategia in grado di portare benefici sempre più concreti e di immediato riscontro.
D. 730 precompilato, aumentano i dati chi lo utilizza, ma qual è la percentuale di modelli accettati senza modifiche, e quali sono le principali modifiche, al netto delle spese sanitarie operate dai contribuenti?
R. Il progetto della dichiarazione precompilata è partito in via sperimentale ed è ancora al terzo anno di vita. Anno dopo anno abbiamo cercato di implementare i dati messi a disposizione, proprio per semplificare il più possibile la vita del contribuente. Meno scontrini da conservare, meno calcoli da fare, centinaia milioni di informazioni processate e caricate nel sistema. C’è da dire che le potenzialità del progetto sono sfaccettate. Lo stesso successo delle lettere per la promozione della compliance non sarebbe stato possibile senza l’incrocio dei dati inviatici dai vari enti. Grazie alla precompilata abbiamo avvertito prima che in passato i contribuenti, dandogli la chance di autocorreggersi con sanzioni minime. Nel 2016 sono stati inviati all’Agenzia delle entrate circa 19,8 milioni di modelli 730. Le dichiarazioni inviate dai contribuenti direttamente (tramite l’apposita applicazione disponibile sul sito dell’Agenzia delle entrate) sono pari a circa 2 milioni, contro 1,4 milioni di dichiarazioni trasmesse complessivamente nel 2015. Non abbiamo ancora il dato relativo alle dichiarazioni accettate senza modifiche, è ancora presto se pensa che la stagione dichiarativa si è appena conclusa. Molto positivo mi sembra l’incremento del numero di soggetti che inviano la dichiarazione direttamente all’Agenzia (+43%), grazie alla maggiore completezza della dichiarazione precompilata e alla sempre maggiore facilità d’uso dell’applicazione. Questo a prescindere dal fatto se la dichiarazione sia stata accettata senza modifiche o meno. Quello che volevamo fare è semplificare l’adempimento ai cittadini, fornendogli più dati possibili e strumenti telematici di facile utilizzo. Oggi posso dire che ci siamo riusciti. Il resto verrà da sé, un passo alla volta.
D. Si è detto in passato che la cooperative compliance potesse essere estesa anche a realtà più piccole. Dopo la chiusura del primo accordo siete pronti?
R. Gli accordi siglati costituiscono il primo step di un progetto di più ampio respiro che interesserà altri attori di rilievo nel panorama economico italiano e che mira ad assicurare certezza nell’applicazione del diritto, in particolare in materia fiscale. Siamo all’inizio e stiamo già lavorando su numerose richieste di altri gruppi. I segnali ci sembrano incoraggianti e ci impegneremo alacremente per continuare in questa direzione, con l’obiettivo di dare certezza agli operatori e fare crescere il gettito. Nel caso in cui il legislatore dovesse decidere di estendere questi programmi ai contribuenti di dimensioni più ridotte, come era stato ventilato ai tempi della discussione della legge delega, ci attiveremo immediatamente per dare il nostro contributo. Al momento la norma ha previsto di coinvolgere inizialmente solo i contribuenti di maggiori dimensioni, anche in virtù del fatto che in teoria questi soggetti dovrebbero essere più inclini a dotarsi di un sistema interno di controllo del rischio fiscale.