il Fatto Quotidiano, 25 gennaio 2017
Gay Talese, voyeur e un po’ furbetto: romanzo (non) verità
Gay Talese è stato di parola. Almeno sino a un certo punto. Il celebrato giornalista classe 1932 e padre del New Journalism, aveva inizialmente rifiutato di promuovere in pubblico il suo ultimo romanzo Motel Voyeur (in Italia edito da Rizzoli): “Come si fa a promuovere una storia quando la sua credibilità è finita nel water?”. Salvo poi fare dietrofront, forse stizzito dalle pesanti stroncature ottenute in patria. Ma forse proprio le polemiche spingeranno il libro in Italia e Spagna.
E appoggiare pubblicamente Trump non l’ha certo reso più simpatico. Autore dell’inchiesta sulla libertà sessuale in America (La donna d’altri) e confessore del boss mafioso Joseph Bonanno (Onora il padre), Talese ha ceduto alle lusinghe di una storia perfetta, finendo in trappola. Ma facciamo un passo indietro.
Il 7 gennaio 1980, Talese ricevette una lettera da parte di Gerald Foos, proprietario del Manor House Motel che, sfruttando il tetto spiovente della struttura, aveva posizionato delle finte griglie di aerazione sopra i letti delle camere per spiare i propri clienti per intere giornate e annotare le loro preferenze sessuali, portando avanti uno studio di cui il dr. Alfred Kinsey – alias Doctor Sex – sarebbe stato fiero. Finché volle condividere il segreto e nel 2013 accettò che Talese ne facesse un libro, Motel Voyeur – i cui diritti cinematografici sono stati comprati da Steven Spielberg. Nel 1980 Talese e Foos si incontrarono e il giornalista assistette ad un rapporto orale, lì in piedi accanto a Foos, guardando attraverso una grata metallica una coppia di clienti ignari. Le loro strade si separarono, ma Foos continuò a spedire pagine del suo registro in cui elencava rapporti di ogni tipo – eterosessuali, omosessuali, sesso di gruppo – e persino un omicidio, in gran parte causato dal comportamento del proprietario. Mediante i registri di Foos la narrazione procede anno dopo anno, è il cuore pulsante del libro, in cui i fatti si mescolano a modeste riflessioni circa i tabù della società.
Nella sua posizione di voyeur, Foos studiò e si eccitò ma vide soprattutto tanta malinconica vita di coppia, solitudine e infelicità. Ma è tutto vero? Non proprio, visto che dal 1980 all’88 Foos non era nemmeno il proprietario del suddetto motel. Ma il punto nevralgico è senza dubbio l’omicidio: il voyeur non denunciò nulla per timore che la polizia scoprisse tutto, mentre Talese ne venne a conoscenza sei anni dopo e rese noti i fatti solo con il libro.
Un vero colpaccio mediatico, un lancio stampa da favola in barba all’etica del mestiere. Eppure il meticoloso riscontro operato dal Washington Post ha rivelato delle discordanze sulle date del misfatto. Forse Foos aveva coperto le proprie tracce o fu un mero errore di trascrizione? Il dubbio emerge con forza. Finché Talese – al centro della polemica in patria anche per accuse di misoginia – ha affermato, “non posso garantire per ogni dettaglio che Foos racconta”. Ma non dovrebbe essere così?
Questa storia è schizzata in vetta alle classifiche per l’autorevolezza di Talese, salvo venire travolta (in parte) dal confronto con la realtà. In fondo ci guadagnano tutti, sia l’editore che l’autore con il benestare del voyeur che ha venduto alla Groove Atlantic i suoi diari. Ma non chiamatelo romanzo-verità.