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 2017  gennaio 27 Venerdì calendario

Faccio la collezione delle bufale da bar spacciate per vere. Intervista a Paolo Toselli

Quando ero ragazzino dalle mie parti girava questa storia: un motociclista sta guidando, davanti a lui un camion perde una lamiera, che gli piomba addosso e gli taglia la testa. La moto rimane in equilibrio e per qualche chilometro il motociclista guida per la città, decapitato. «Ma la versione più diffusa è questa», interviene Paolo Toselli. «C’è un incidente, il motociclista batte la testa e viene soccorso dai passanti. Entra in un bar per bere un bicchiere d’acqua, si toglie il casco e la testa gli si apre in due».Toselli, scrittore e ufologo, è una memoria vivente di leggende metropolitane. Le ama, le studia, le interpreta, le cataloga dal 1990 nel Ceravolc, il Centro per la raccolta delle voci e leggende metropolitane. In tempi di bufale mediatiche, post verità e fatti alternativi, conviene sentire il suo parere.
Toselli, perché esistono le leggende?
«Come i bambini hanno bisogno delle favole per crescere, gli adulti hanno bisogno delle leggende per sopravvivere».
Addirittura?
«Spesso queste storie nascono per rispondere alle angosce della società moderna. Hanno uno scopo tranquillizzante, esorcizzano le paure».
Come nascono?
«Generalmente in seguito a discussioni collettive nei bar, a scuola, al lavoro. Di norma contengono una morale conservatrice».
È una lettura molto seria.
«Prenda la leggenda della bionda ruba reni in discoteca».
Come, scusi?
«Alcuni amici vanno in discoteca, uno di loro incontra una bella ragazza bionda e continua la serata con lei. Gli amici il giorno dopo lo ritrovano svenuto, con una ferita nella schiena e un rene in meno. Questa leggenda, presente in tutto il mondo, in Italia comincia a diffondersi nella zona di Mondovì, 20 anni fa».
La morale qual è?
«Mai fidarsi degli sconosciuti. Da questa leggenda ne nasce un’altra, quella del Benvenuto nel mondo dell’Aids».
Questa non mi suona nuova.
«Un ragazzo incontra una sconosciuta, passa un’incredibile notte di sesso con lei, ma al mattino in bagno trova sullo specchio la scritta con il rossetto: “Benvenuto nel mondo dell’Aids”. Morale: mai fidarsi. Altre volte la leggenda nasce per l’angoscia quotidiana di un gruppo sociale in contrasto con altri gruppi sociali».
Per esempio?
«Gli zingari che rapiscono i bambini».
Non ci sono casi accertati?
«In Italia esiste un unico caso, in Campania, in cui una rom è stata condannata per tentato rapimento a seguito di testimonianze controverse. La cosa grave è che nella motivazione il giudice ha scritto: “A causa della sua etnia la donna può ripetere questo tipo di gesto”. In realtà le centinaia di denunce non hanno mai portato a nulla. Non parliamo poi della leggenda del supermercato».
Quale?
«La mamma ha il bambino nel carrello, si distrae mentre guarda la merce sugli scaffali e il figlio sparisce. La mamma lancia l’allarme e il bambino è ritrovato nei bagni, in compagnia di zingari, con i capelli rasati e i vestiti cambiati per renderlo irriconoscibile».
Leggenda?
«Sbarcata in Italia nel 1994, ma nata dieci anni prima negli Stati Uniti. Lì il canovaccio narrativo è identico, ma i protagonisti sono i portoricani».
Sono falsi anche i segni degli zingari sui citofoni delle case da razziare?
«Assolutamente, anche se qui la vicenda è controversa perché a volte le forze dell’ordine danno credito a questa cosa. Quel volantino in Italia circola da 60 anni».
Cavolo!
«Probabilmente i primi a usare questi simboli furono i viandanti che comunicavano tra loro per contrassegnare luoghi e dire. Come, che ne so, “Qui ti accettano, qui c’è un cane, qui devi mostrarti religioso per essere accolto”».
Eppure ci cascano anche le forze dell’ordine.
«Nessuno è immune».
Come le favole, ha detto. Me ne racconti un’altra.
«La leggenda delle vipere volanti la conosce?»
No.
«Nasce negli anni Ottanta, pare in Francia, per poi diffondersi in Svizzera e in Italia. Si narra che qualcuno, con elicotteri o aerei, lanci sui boschi alcune vipere per il ripopolamento della specie o per allontanare i cacciatori. La leggenda nasce all’interno di un conflitto tra ecologisti, contadini e cacciatori».
È falsa, ovviamente.
«Ma una volta sono quasi venuto alle mani con persone convinte che fosse realtà».
Perché la gente ci crede?
«Perché è affascinante. Pensi, le vipere che piovono dal cielo. È un elemento folkloristico, spiazzante. Nelle leggende contemporanee ci sono alcuni elementi reali, altri falsi e altri verosimili. È la verosimiglianza che le rende credibili. Per smontare una leggenda non basta smentirla, anzi. Il meccanismo è controproducente, così la si rafforza. Per smentirla si dovrebbe opporre un racconto altrettanto forte».
Non crediamo più ai fatti, quelli inconfutabili?
«Le persone vogliono, anzi devono credere a qualcosa. In momenti di angoscia, a qualunque cosa. Pensi alla leggenda dell’arabo riconoscente».
Sono tutto orecchi.
«Una persona dalle fattezze mediorientali perde un portafoglio in un centro commerciale. Una signora lo trova, glielo restituisce e questa persona vuole ricompensarla con del denaro. La signora rifiuta e allora l’arabo le dice: “Se non vuole i soldi, almeno accetti questo consiglio: non venga in questo posto prima di Natale”. Il messaggio recondito è: qui ci sarà un attentato. Bene, questa storia è nata dopo l’11 settembre e in poche ore si è diffusa in tutto il mondo. Lo scorso Natale, tra Campania e Lazio, è riapparsa ed è stata diffusa tramite Whatsapp».
In che cosa ci dovrebbe rassicurare?
«So che non devo andare un dato giorno in un dato posto. E sono sereno. Lo sa che una leggenda probabilmente ha ispirato una legge dello Stato?»
Non mi dica.
«Si dice che una persona nota ha ricevuto a casa la fotografìa in seguito a una multa per eccesso di velocità rilevata con autovelox. Nella foto si vede, accanto al guidatore, una donna bionda. La moglie che apre la lettera è mora e, guarda caso, in quella data il marito aveva detto di essere via due giorni per lavoro. Da lì la separazione. Questa leggenda è presente in tutto il mondo, ma un bel giorno in Italia ha visto protagonista un senatore».
Un falso?
«Non esiste alcun riscontro. Sta di fatto che, poco dopo, è stata cambiata la legge. Ora la foto non viene più spedita ma si danno gli estremi per consultarla».
Una legge generata da una leggenda.
«Credo proprio di sì».
Lei da giovane credeva a queste bufale?
«Come no! Quando mi raccontarono del sub ritrovato in mezzo al bosco in fiamme, appeso a un albero, perché era stato pescato per sbaglio da un Canadair che doveva spegnere un incendio, la presi per buona. Poi la ritrovai pure in un film di Fantozzi...».
Non vorrei più fermarmi.
«La Coca-Cola è protagonista di clamorose leggende. Corrode le monete, ha poteri anticoncezionali».
In che senso?
«Se usata dalle donne, prima e dopo i rapporti sessuali, come lavanda, sarebbe spermicida».
Ancora!
«C’è quella degli amanti incastrati».
La so. E vanno al pronto soccorso per disincastrarsi.
«Ricorda la famosa morale conservatrice? Qui è evidente: non fare certe cose, sennò vedi cosa ti succede».
Non esiste un caso di incastri sessuali?
«Nei testi medici si racconta di eventi rarissimi legati a una qualche patologia della donna. Certamente le migliaia di casi narrati non sono reali. Io in Val d’Aosta mi trovai di fronte una ragazza che in paese era stata indicata come protagonista di questa disavventura».
E?
«Lo confesso: fui tentato di chiederle se fosse vero. Ma mi fermai, evitando uno schiaffone certo. E meritato».
Che responsabilità hanno i mezzi di informazione nel diffondere queste false notizie?
«Purtroppo tanta, perché ormai il controllo delle fonti è minimo. Le si ricorda quando nel 2003 l’Ansa, i giornali e le tv diffusero la notizia di un traffico di organi di bambini che coinvolgeva medici italiani, greci e albanesi?»
Vagamente. Era vero?
«Per niente. Nel 2002 un certo Pietro Zannoni, ex operaio di Grottammare, rivelò che da 13 anni si era inventato in Albania una finta agenzia di stampa e aveva iniziato a diffondere notizie false, tra cui questa».
Ci sarà una leggenda non proprio inventata, no?
«Quella della moglie dimenticata all’Autogrill».
Esiste?
«Nel 1990 un signore parte da Orte. vicino a Viterbo, e scopre a Cantò di essersi dimenticato della moglie. Io ho indagato, ho parlato con uno dei poliziotti della Stradale che aveva fatto la colletta alla signora per pagarle il treno, ho parlato con una sua parente».
È successo!
«Dimenticata o abbandonata? Vai a saperlo... L’anno dopo lo stesso racconto spuntò in Toscana, ma era un fattoide».
È vero che molte leggende sono legate al cibo?
«Certo. E sono orripilanti. C’è quella del ristorante cinese in cui una persona sta per soffocare per colpa di un osso. Lo fa analizzare e scopre che è un osso di topo. O quella del cliente che stava per ingoiare il microchip di un cane».
Falso.
«Falsissimo. Eppure è uscita come notizia su un quotidiano locale del Canavese nel 2013. Poi l’anno dopo è stata diffusa da una signora di Vigevano su Facebook».