Focus, 27 gennaio 2017
La fabbrica dei ricordi
LA FABBRICA DEI RICORDI–
Sedici anni fa, il neurologo James McGaugh e il suo collega Larry Cahill, dell’Università della California di Irvine, ricevettero un’email che avrebbe aperto un capitolo nuovo delle ricerche sulla memoria. “Caro Dr. McGaugh”, diceva la lettera, “ho 34 anni e da quando ne avevo 11 ho questa incredibile capacità di riportare alla mente il mio passato, non come un semplice ricordo. Le mie prime memorie risalgono a quando ero piccola, attorno al 1967. Ma se si sceglie a caso una data dal 1974 in poi, io so con esattezza quale giorno della settimana fosse e che cosa stessi facendo... La mia vita intera mi scorre continuamente davanti ogni giorno, e questo mi sta facendo impazzire!!!”.
La richiesta di aiuto proveniva da una donna di Los Angeles di nome Jill Price. Dopo un iniziale scetticismo, i medici decisero di incontrarla e constatarono, non senza sorpresa, che diceva la verità. Jill ricordava (e ricorda) tutte le date del giorno di Pasqua a partire dal 1980, sa che il 5 marzo del 1991 è stata trasmessa l’ultima puntata della serie tv Dallas, che il 25 maggio 1979 c’è stato un incidente aereo a Chicago e così via. Se le si chiede che cosa ha fatto il 1° luglio 1986 risponde che è andata al ristorante con un’amica; ricorda che il 3 ottobre 1987 si è fatta male a un gomito, che il 30 agosto 1978 è andata per la prima volta in un autolavaggio e avanti così, episodio dopo episodio, per ciascun giorno della sua vita (la verifica è stata fatta leggendo il diario che la donna tiene da quando era bambina). I medici hanno chiamato questa qualità “supermemoria autobiografica”. E hanno cominciato a studiarla, anche per capire come funziona quella “normale”, e magari come potenziarla o perfino... falsificarla.
UN CERVELLO DIVERSO. Jill non è la sola a possedere questa dote. «È una caratteristica rarissima, ma negli Usa sono stati identificati una settantina di casi. In Italia ne conosciamo dieci», spiega Patrizia Campolongo, farmacologa dell’Università La Sapienza di Roma, che sta conducendo una ricerca su questi soggetti. «Li studiamo per capire meglio come funziona la memoria di noi tutti. Le ricerche di McGaugh hanno trovato in queste persone alcune differenze nella struttura di aree cerebrali connesse alla memoria autobiografica. L’impressione, però, è che non abbiano solo un “magazzino” più ampio per i loro ricordi, ma che riescano anche a richiamarli in modo più rapido ed efficace. I test che stiamo conducendo con la risonanza magnetica funzionale mostrano infatti che se normalmente si impiegano 6-7 secondi a recuperare un ricordo, a loro ne bastano uno o due».
Potremmo allora anche noi rendere più efficienti i nostri circuiti e arrivare a ricordare tutto, magari con qualche pillola o macchina? «È più un sogno che una possibilità reale», risponde Campolongo. «Nessuno di noi riuscirebbe a ricostruire dove ha parcheggiato l’auto per tutti i giorni della sua vita, perché alcuni ricordi, per noi, sono cancellati per sempre; ma non è da escludere che la nostra capacità di recuperare memorie apparentemente perse, e che tuttavia hanno lasciato una traccia nel nostro cervello, possa essere migliorata».
EMOZIONI. Per capire come, però, la scienza deve prima chiarire i tanti aspetti che ancora sfuggono alla sua comprensione, e mettere meglio in quadro le conoscenze che già possiede. Sappiamo, per esempio, che la formazione di un ricordo stabile (cioè della “memoria a lungo termine”) comporta la creazione di nuove connessioni fra neuroni, che inizialmente sono piuttosto labili e che si rinforzano ogni volta che il ricordo è richiamato alla mente, rendendolo via via indelebile. Sappiamo, anche, che in questo processo è coinvolta un’area del cervello, l’ippocampo, vicinissima a un’altra struttura importante: l’amigdala. Quest’ultima regola le reazioni istintive e, se accade qualcosa che genera rabbia o paura, “avverte” l’ippocampo, che diventa più preciso e accurato nel registrare l’evento. Tutto questo ha un senso perché può proteggerci da pericoli successivi: se per esempio veniamo morsi da un cane, staremo poi più attenti a dare confidenza a questi animali.
È possibile che anche le emozioni positive rinforzino la memoria, ma questo rientra nel campo di ciò che la scienza conosce meno. «In generale, ricordiamo meglio ciò che è collegato a eventi emotivamente salienti e personali», riprende Campolongo; «e la supermemoria potrebbe essere in parte dovuta a un meccanismo di questo tipo, dato che chi la possiede tende ad associare ogni ricordo, anche impersonale, a vicende vissute». Se ci abituassimo a fare questi collegamenti, potremmo allora rendere la nostra memoria più forte e più attendibile? In realtà non è così semplice, perché noi siamo vittime di un fenomeno che lascia invece indifferente chi è dotato di supermemoria: i loro ricordi sono precisissimi; i nostri, invece, sono spesso inaffidabili, anche se non ce ne rendiamo conto. «Non sappiamo esattamente perché i ricordi si modifichino nel tempo. È però possibile che, richiamandoli alla mente, siamo noi stessi a cambiarli un po’ ogni volta, magari inconsapevolmente, anche a seconda del contesto e delle persone a cui li raccontiamo», spiega la ricercatrice. «Le variazioni entrano allora a far parte del ricordo e si consolidano con esso modificandolo. Per questo, dopo un certo tempo può capitarci di ricordare un evento in modo anche molto diverso da come è accaduto realmente».
RISCOPRIRE LE TRACCE. Ci sono poi ricordi che sembrano letteralmente svaniti nel nulla, e che possono riemergere all’improvviso, e altri che invece sono sepolti per sempre. «Esiste una teoria secondo cui nel nostro cervello resta una traccia di molti episodi, ai quali però non possiamo più accedere e che per questo riteniamo perduti», prosegue l’esperta. «Ma il collegamento può riattivarsi, se ci troviamo in una situazione che ha delle analogie con l’episodio che poi ci torna in mente». Il gusto e l’olfatto sembrano particolarmente efficaci nel riaccendere la memoria; lo aveva intuito già all’inizio del ’900 lo scrittore francese Marcel Proust, che nel suo Alla ricerca del tempo perduto fa ripercorrere al protagonista la storia della sua infanzia, a partire dal profumo e dal sapore di un dolcetto. Altri ricordi, invece, sono davvero irrecuperabili: «Sono quelli che riguardano dettagli poco importanti della nostra vita, ma non sappiamo perché né come li cancelliamo», spiega Campolongo.
SCOSSE PER RICORDARE. Nessun farmaco può farci ritrovare un ricordo perduto, ma con l’obiettivo di aiutare persone che, a causa di lesioni nervose, hanno subito danni alla memoria, diversi gruppi di ricerca stanno sperimentando tecniche che si avvalgono di scariche elettriche o campi magnetici. Nel 2014, la Darpa (il braccio operativo dell’esercito statunitense in campo scientifico) ha avviato un progetto avveniristico, che utilizzerà elettrodi impiantati nel cervello per riprodurre l’attività dei circuiti nervosi interrotti dalla lesione. La tecnica non è priva di rischi, perché nessuno sa davvero che cosa può accadere intervenendo in aree che sono cruciali nel determinare il comportamento, oltre che il ricordo. Inoltre, occorreranno anni per sapere se funziona. Intanto, però, all’Università della Pennsylvania (Usa) si tenta un approccio un po’ più morbido, che non prevede l’inserimento degli elettrodi nel tessuto nervoso, ma la stimolazione dell’ippocampo dall’esterno, utilizzando campi magnetici. I primi test mostrano che la tecnica facilita la formazione della memoria a lungo termine soprattutto in situazioni di stress, quando cioè il consolidamento è compromesso e tendiamo a dimenticare ciò che accade. Più che a recuperare i ricordi cancellati, potrebbe quindi servire per evitare di perdere quelli nuovi. Sarebbe già molto, dato che molte “malattie della memoria” iniziano cancellando dal bagaglio dei ricordi quelli che riguardano i fatti più recenti.