Focus, 27 gennaio 2017
Come ti sposto il quadro
A fine novembre, dopo decenni di immobilità sullo stesso piedistallo, Ramesse II è partito dal Museo Egizio di Torino alla volta della Germania. La statua del faraone è stata imbragata, sollevata con tre carrucole e deposta in una cassa. Dentro, alcune dime di legno l’hanno tenuta ferma, mentre ciambelle di plastica hanno attutito le inevitabili vibrazioni del trasporto. La cassa è stata poi inserita in una controcassa protetta da schiume isolanti. In posizione sdraiata, la statua di granito, alta due metri e pesante 800 chili, è stata caricata su un camion diretto a Karlsruhe per una mostra sulla figura del faraone venerato come un dio, che regnò sull’Egitto per 66 anni. Oltre alla scultura di granito, però, la cassa conteneva anche qualcos’altro: sensori applicati in punti strategici della statua che durante il viaggio hanno trasmesso via Internet dati sulla temperatura, l’umidità, le vibrazioni alle quali il prezioso reperto è stato sottoposto. Per SafeArt, un sistema impiegato per registrare quel che capita alle opere d’arte nei loro spostamenti, è stata una prova sul campo. In un’era in cui i capolavori si muovono in continuazione da una parte all’altra del pianeta, questa è solo l’ultima delle tecnologie messe in campo dall’industria per minimizzare i rischi dei trasferimenti.
DICO DI NO. I sensori di SafeArt, in realtà, erano stati sviluppati per monitorare la stabilità di ponti e gallerie negli scavi per le metropolitane. Poi si è pensato che il sistema potesse funzionare come una specie di scatola nera da impiegare per i viaggi di quadri e sculture, fornendo dati utili cui attingere per migliorare imballaggi e modalità di spostamento. «Monitorando vari parametri durante il trasporto ci possiamo rendere conto se qualcosa non sta andando come dovrebbe», spiega Chiara Petrioli, direttore del laboratorio sulle reti di sensori e sistemi integrati all’Università di Roma La Sapienza e coordinatore del progetto. «Avere a disposizione ampie banche di dati su quello che accade durante i viaggi delle opere aiuta a prendere diverse decisioni». Per esempio sapere se è il caso di far partire un oggetto.
Due anni fa, un comitato di esperti non ha dato l’ok all’ennesimo trasferimento del Discobolo Lancellotti e del Discobolo di Castelporziano, tra le più importanti copie del Discobolo di Mirone, dal Museo Nazionale Romano alla Fondazione Prada di Milano per una mostra organizzata in occasione dell’Expo.
Vari motivi lo sconsigliavano. «Un’analisi agli ultrasuoni e una gammagrafia (radiografia ai raggi gamma) delle statue ci hanno fornito informazioni sulla loro solidità strutturale», spiega Elisabetta Giani, direttore del Laboratorio di fisica e controlli ambientali dell’Istituto superiore per la conservazione e il restauro e coordinatrice con Petrioli del progetto SafeArt. Gli ingegneri civili hanno lavorato sul modello virtuale delle sculture per capire a quali sollecitazioni potevano essere sottoposte senza rischio. «E il confronto tra valori teorici di shock ammissibili e quelli registrati tramite i sensori durante trasporti di statue reali di dimensioni e materiali analoghi ha fatto capire che il viaggio avrebbe esposto i Discoboli a un rischio elevato per la loro integrità». Così, sono rimasti a Roma.
In un altro caso, un sistema di sensori ha consentito di fare una prova generale altrimenti impossibile: per spostare la Pietà Rondanini da un’ala all’altra del Castello Sforzesco di Milano, ne è stata realizzata una copia in scala 1:1, alla quale è stato fatto compiere il viaggio di poche decine di metri con i sensori applicati. Sulla base delle informazioni registrate si è poi deciso come fosse più opportuno procedere con il capolavoro di Michelangelo.
IN TUTTA EUROPA. Oggi, i dati trasmessi dai sensori del sistema SafeArt, che registrano anche parametri microclimatici come temperatura e umidità, possono essere letti in tempo reale grazie a una applicazione dedicata. In teoria, se ci fossero problemi gravi e immediati e l’opera stesse viaggiando su strada, si potrebbe facilmente fermare il mezzo e cercare di rimediare subito.
Ma, soprattutto, questi sensori sono utili per capire quali possono essere i rischi finora difficili da identificare per provare a evitarli in futuro.
Negli ultimi mesi, hanno viaggiato sotto questo tipo di sorveglianza, per esempio, il celebre Cratere di Eufronio, il grande vaso di età ellenistica restituito all’Italia dal Metropolitan Museum di New York e divenuto simbolo del traffico illecito di opere d’arte (è andato dal Museo nazionale etrusco di Roma a Bologna), il Narciso di Caravaggio (spostato da Roma a Vicenza), un affresco di Pompei (da Napoli alla Germania), e un’altra ventina di opere di grande valore.
Con questa stessa rete di sensori, inoltre, si controllerà il viaggio di una preziosa e fragile tavola di Sebastiano del Piombo, che in primavera dal Museo Civico di Viterbo andrà in mostra alla National Gallery di Londra.
MEGLIO ACCLIMATARSI. La complessa macchina che si occupa degli spostamenti delle opere d’arte ha bisogno di questi dati. Anche perché ogni tipo di oggetto ha il suo punto debole.
Nel caso di statue in pietra, i pericoli sono gli shock e le vibrazioni. Per i dipinti su tavola, pergamena, carta e in generale per tutti i materiali organici, sono particolarmente rischiosi gli sbalzi di temperatura e di umidità, fattori che almeno in parte possono essere controllati durante il trasporto.
Non solo: «In base ai valori misurati all’interno del museo e alle condizioni che sappiamo esserci nella cassa, si può decidere per esempio se aprirla subito o farla acclimatare per alcune ore», spiega Marco Rossani, che al Museo Egizio di Torino si occupa della movimentazione e del mantenimento delle collezioni.
Per minimizzare i rischi, si può agire sugli accorgimenti e sui materiali con cui un’opera viene imballata.
«A volte è il museo a fornirci indicazioni precise sul mezzo di trasporto e il tipo di imballaggio adatto. Altre volte ci dà solo requisiti di base. In questi casi usiamo la tecnologia e una buona dose di inventiva», racconta Antonio Addari, amministratore delegato di Arteria, una delle ditte italiane più importanti nel settore. Nell’80-90 per cento dei casi l’imballaggio esterno è una cassa in legno costruita apposta in falegnameria. Si stanno però sperimentando anche casse di poliestere stampate, il cui interno deve essere adattato all’opera da contenere, ma per ora i musei italiani ed europei preferiscono il metodo tradizionale.
Per proteggere il capolavoro, all’interno vengono sistemati materiali isolanti (una volta si trattava di polistirolo, oggi di poliuretani o polietilene espanso), con la funzione di assorbire le vibrazioni e isolare termicamente.
Per far viaggiare quadri e dipinti (sempre posti in verticale, mai sdraiati), si usa spesso la cosiddetta “cornice da viaggio”, un telaio avvitato con staffe particolari. Spesso l’opera viene anche protetta con carta velina o altri materiali soffici.
Le statue di solito viaggiano in doppia cassa e vengono fissate nella parte più interna con un bloccaggio rigido, sagomato sulla statua e rivestito con un materiale morbido.
IN VOLO E SU STRADA. Quanto ai mezzi su cui le opere possono viaggiare, in teoria non c’è limite, ma nella pratica sì. Nella stiva di aerei commerciali non possono essere caricate casse che superino il metro e sessanta in verticale, quindi l’aereo è un mezzo impraticabile per opere di grandi dimensioni. Per quanto preziose, anche le opere d’arte seguono in aeroporto lo stesso percorso delle merci normali, devono passare controlli e dogane e, oltre un certo punto, non possono essere scortate e accompagnate, ma vanno affidate al personale. È anche per questo motivo che, quando è possibile, si preferisce far viaggiare le opere su strada, a bordo di camion climatizzati e coibentati come quelli frigorifero. La nave oggi non si usa quasi più, ma negli anni Sessanta la Gioconda viaggiò in prima classe in transatlantico da Le Havre a New York, in una cassa a tenuta stagna. E altrettanto era successo a Guernica di Picasso (entrambe le opere, però, da molti decenni non vengono più spostate). Nonostante le precauzioni, capitano danni durante tutti questi spostamenti? Tra gli addetti ai lavori, nessuno è disposto a rivelare segreti sugli incidenti, almeno quelli recenti. Però c’è da giurare che possano capitare. Non si trattava di arte, ma era ugualmente un carico antico e prezioso: lo scheletro di una vera e propria “Monna Lisa” dei dinosauri, prenotato per una mostra al Museon de L’Aia negli anni ’90. Scaricandolo dal camion, il guidatore aprì la porta prima di aver fatto scendere la passerella proprio mentre il gigantesco imballaggio veniva spinto all’esterno. E il bestione, ricostruito in due anni di lavoro dai paleontologi, finì in pezzi sul selciato. In quel caso, dopo la terribile pubblicità iniziale, ci fu il lieto fine: il restauro diventò parte della mostra, con un team di esperti che rimisero insieme “live”, di fronte ai visitatori, le ossa preistoriche.