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 2017  gennaio 27 Venerdì calendario

Il rischio in provetta

Nel 2016 è toccato a Severino Antinori, ginecologo della clinica Matris di Milano, obbligato ai domiciliari con l’accusa di lesioni perché avrebbe prelevato 8 ovociti a una giovane infermiera spagnola che dice di non essere stata consenziente. L’anno prima, all’ospedale Fiorenzo Jaja di Conversano (Ba), una donna di 38 anni è deceduta 5 ore dopo un’agoaspirazione ovarica. Nel 2012, al San Filippo Neri, a Roma, un guasto all’impianto dell’azoto liquido ha fatto scongelare 94 embrioni, 130 ovociti e 5 campioni di liquido seminale, danneggiando le prospettive riproduttive di 40 coppie. E nel 2013, all’Ospedale Sandro Pertini, sempre a Roma, per uno scambio di embrioni, una donna ha portato in grembo due gemelli non suoi.
TROPPE? Ogni anno, la procreazione medicalmente assistita, o Pma, va sulle prime pagine dei giornali per incidenti di percorso, eccezioni. Per lo più se ne parla in termini osannanti. Certo, i progressi sono innegabili e la Pma sempre più utilizzata. Ma c’è chi sostiene che si stia esagerando: gli studi hanno dimostrato che su 350 coppie che pianificano la prima gravidanza, il 95% concepisce naturalmente nell’arco di 24 mesi. Insomma, molto spesso si ricorrerebbe alla procreazione assistita prima che ce ne sia davvero bisogno. Anche se non sembra essere un problema tipicamente italiano: i dati del 2012 rivelano che il 32% dei cicli di Pma effettuati in Italia è su donne ultra 40enni, e l’età media di quelle che si sottopongono al trattamento è di 38 anni, quando chi desidera un figlio è bene non confidi troppo in un concepimento naturale. Quella che spesso però viene taciuta è l’altra faccia della medaglia: i problemi della Pma. Da una decina di anni risuona sempre più frequente l’allarme dei ricercatori. Non tanto per gli “incidenti” delle cliniche di fertilità, e neppure per i rischi noti che corre la madre, dei quali non sempre viene adeguatamente avvertita: non tutti i consensi informati avvertono in modo completo, cifre alla mano, del rischio della stimolazione farmacologica od ormonale delle ovaie. Usata nella Fivet (fertilizzazione in vitro con embryo trasfer), nell’Icsi (iniezione intracitoplasmatica di spermatozoi) e nella Iui (inseminazione intrauterina), è necessaria a far giungere a maturazione contemporaneamente più follicoli e ovociti, ma può dare come effetto collaterale la iperstimolazione ovarica (Iso), una reazione che può essere lieve, moderata o anche grave tanto da portare in casi estremi a morte.
Al rischio di Iso si aggiunge per la madre quello di una gravidanza extrauterina, cioè fuori dall’utero, segnalato nel 2-5% delle procreazioni assistite: l’uovo fecondato non si impianta in utero, ma nelle trombe di Falloppio, dove la gravidanza non può proseguire e deve essere interrotta. Aumenta anche il rischio di mortalità della madre. Un recente studio olandese ha dimostrato che i tassi di mortalità nelle gravidanze da Fivet (41 decessi ogni l00mila gravidanze) sono superiori ai tassi globali di mortalità di quelle naturali (6 decessi ogni l00mila). Ma il vero allarme dei ricercatori riguarda i rischi a lungo termine per la salute dei figli della provetta. Con gli anni, infatti, le manipolazioni dei gameti, maschile e femminile, sono aumentate. Nel gennaio del 2014, alcuni luminari dei tre principali centri universitari di riproduzione artificiale, Amsterdam (Olanda), Aberdeen (Scozia) e Adelaide (Australia), capeggiati da Alan Templeton dell’Università di Aberdeen, hanno inviato una lettera alla redazione della rivista scientifica British Medical Journal, chiedendo se non si stesse eccedendo nel ricorso alla fecondazione in vitro.
SUCCESSI E RISCHI. “Certo”, scrivevano i ricercatori, “la Pma è una delle grandi scoperte del XX secolo, sviluppata inizialmente per aiutare le donne con malattia delle tube a concepire. Poi negli anni ’90 è stata sviluppata l’iniezione intracitoplasmatica per risolvere i problemi delle coppie nelle quali il maschio aveva un seme di cattiva qualità. In anni più recenti si è applicata la fecondazione in vitro ad altri tipi di sub-fertilità come quelle lievi maschili, l’endometriosi e l’infertilità inspiegata”. Ma questo uso esteso non è senza conseguenze. “Le gravidanze multiple, spesso esito della fecondazione in vitro, sono associate a complicazioni nella madre come diabete gestazionale e preeclampsia, o perinatali come scarsa crescita fetale e prematurità”, continuano i ricercatori. “E anche i bimbi concepiti con la Pma hanno maggiori problemi di quelli concepiti naturalmente: un maggior rischio di prematurità anche grave, di basso peso alla nascita, di mortalità e, quel che più allarma, di malformazioni congenite”.
PARTI MULTIPLI. In molte nazioni, Italia compresa, per ridurre il rischio di parti multipli si è intervenuti limitando il numero di embrioni da trasferire, ma, scrivono ancora i ricercatori, “gli studi suggeriscono che anche il trasferimento di un solo embrione, che presuppone una sua coltura fino al livello di blastocisti (l’embrione fra il 4° e il 14° giorno dopo la fecondazione, ndr), è associato a un rischio aggiuntivo del 50-70% di nascita prima del termine e di malformazioni congenite, e a un aumento di quasi tre volte del rischio di paralisi cerebrale”. Alle preoccupazioni legate alla fase del parto si aggiungono quelle a lungo termine. Bimbi altrimenti sani, concepiti con la fecondazione artificiale, hanno pressione sanguigna e glicemia più elevata, sono più grassi e soffrono più spesso di disfunzioni vascolari generalizzate. Chi ha approfondito queste anomalie negli animali ha scoperto che la procreazione assistita altera l’epigenetica, cioè modifica l’espressione dei geni, l’accensione e lo spegnimento. All’Università di Adelaide hanno studiato topolini concepiti con la sola stimolazione ovarica o con la fecondazione artificiale e hanno scoperto che hanno un rischio assai maggiore di malattie cardiometaboliche, soprattutto quando esposti a diete ad alto contenuto di grassi, come quelle contemporanee.
STATISTICA. Ma lo studio più ampio finora reso pubblico è stato presentato nel 2010 in Svezia, alla conferenza europea di genetica umana. Geraldine Viot, oggi leader della ricerca al Cochin Hospital di Parigi, raccontava di aver seguito oltre 15mila bimbi nati con Pma fra il 2003 e il 2007 nei loro primi 5 anni di vita. In questo lasso di tempo, il 4,24% dei bimbi concepiti in provetta aveva manifestato malformazioni rispetto al 2,5% dei bambini concepiti naturalmente. Le malformazioni più diffuse erano cardiache e del sistema uro-genitale maschile e anche la frequenza degli angiomi aumentava di 5 volte. Secondo Viot, poiché a quella data in Francia circa 200mila bimbi erano nati con la procreazione assistita, una percentuale così alta di malformazioni e malattie genetiche diventava un problema di salute pubblica.
Ma la rilevazione delle malformazioni dipende anche dall’attenzione con la quale le si osserva. Un altro studio condotto sui registri australiani dal Robinson Institute dell’Australia Meridionale ha contato l’8,3% di malformazioni nei 6.163 bimbi nati da Pma contro il 5,8% nei 308mila bimbi nati per vie naturali. E, ancora, le malformazioni più frequenti erano cardiovascolari, urogenitali, gastrointestinali oltre a paralisi cerebrale.
NEL CERVELLO. Poi c’è il capitolo delle malattie mentali: nel luglio 2013, uno studio pubblicato su The Journal of the American Medical Association ha analizzato 2,5 milioni di bimbi svedesi: la procreazione medicalmente assistita era associata a un piccolo ma significativo aumento di ritardo mentale (anche se non di disturbo autistico). Un altro studio nel settembre 2015, pubblicato su Human Reproduction, ha preso in considerazione 2,5 milioni di bambini nati in Danimarca fra il 1969 e il 2006 e seguiti in media per 21 anni: in quelli nati da Pma c’era una maggiore incidenza di malattie mentali, soprattutto schizofrenia, depressione, disturbi dello sviluppo, deficit di attenzione e iperattività. E nel febbraio 2010 Sergio Oehninger, direttore del Jones Institute for Reproductive Medicine della Virginia (Usa), ha analizzato su Fertility and Sterility 173 giovani tra i 18 e i 26 anni nati tra il 1981 e il 1990, cioè la prima generazione statunitense figlia della provetta: il 33% aveva una diagnosi di deficit di attenzione e iperattività non grave, contro il 3-5% della popolazione in generale, e un rischio di depressione del 16% contro il 13% dei giovani concepiti naturalmente.
INTERESSI ECONOMICI. “Al momento”, scrivono i ricercatori nella loro lettera, “le istituzioni che finanziano la ricerca hanno un interesse limitato negli studi sulla sicurezza a lungo termine”. E continuano: “In molte aree del mondo, la Pma è un’industria che genera profitto, che valuta più il denaro guadagnato con le gravidanze e le nascite di bimbi vivi delle considerazioni sulla salute a lungo termine di madri e bambini. Questo discorso vale non solo per le cliniche private, ma anche per le istituzioni accademiche che beneficiano economicamente dalle molte coppie che reclutano per le terapie della fertilità. E né la American Society for Reproductive Medicine né la European Society of Human Reproduction and Embriology hanno linee guida sull’uso della Pma. Dato il rapido aumento del ricorso alle tecniche di fecondazione artificiale, è giunta l’ora di riprendere a regolamentare l’uso di esse e di studiarle in modo da migliorarne la pratica e la sicurezza a lungo termine”.