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 2017  gennaio 25 Mercoledì calendario

I fuorilegge e lo sceriffo

Oggi finalmente, quando la Consulta emetterà il suo verdetto, sapremo in quali parti l’Italicum è incostituzionale. Ma sul fatto che lo sia nessuno nutre dubbi. A leggere i retroscena, le analisi e le cronache della grande stampa, ma anche i commenti dei giuristi e perfino dei politici che nel 2005 lo approvarono, la sua illegittimità è data per scontata. Vedremo se la Corte la sancirà e come (con una sentenza autoapplicativa, cioè valida di per sé per mandarci a votare senza ulteriori interventi del Parlamento? O con raccomandazioni che ripassano la palla al legislatore?), o se invece si spoglierà del caso dichiarando i ricorsi irricevibili. Ma, se lo farà, sarà soltanto perché – come sostiene l’Avvocatura dello Stato, imbeccata dal governo Gentiloni, fotocopia del governo Renzi – l’Italicum non è stato mai applicato e un giudizio “preventivo” sarebbe una novità, creerebbe un precedente e allargherebbe a dismisura i poteri della Consulta. Insomma, su un punto tutti – maggioranza e opposizione, Quirinale e costituzionalisti, esperti e inesperti – concordano: l’Italicum è una legge da buttare.
Fermiamoci su questo punto, prima di giocare al “cui prodest”, cioè a chi converrà questa o quella modifica dettata dalla Corte. Il governo Renzi ha abusato due volte del suo potere: prima scrivendo la legge elettorale (notoriamente materia parlamentare, non governativa) e poi imponendola a una maggioranza parlamentare riottosa con ben tre voti di fiducia per costringere la sua minoranza interna e alcuni alleati renitenti alla leva ad approvarla con la minaccia della caduta del governo, cioè col ricatto. Eppure tutti, lui per primo, sapevano che la legge era illegittima: non una, ma due volte. Innanzitutto per il contenuto, cioè per almeno quattro profili di incostituzionalità (ballottaggio senza soglia, premio di maggioranza abnorme al primo partito, capilista bloccati cioè nominati, pluricandidature dei capilista fino a 10 collegi). E poi perché vale solo per la Camera, “in attesa” della “riforma” costituzionale che avrebbe dovuto abrogare l’elettività del Senato. Attesa del tutto aleatoria, visto che l’entrata in vigore della “riforma” era legata all’esito favorevole di un referendum che, lo sanno anche i bambini, poteva dare anche esito contrario. Come puntualmente è avvenuto. Si dirà: poco male, il Senato ha comunque una sua legge elettorale, sicuramente costituzionale: quella scritta a colpi di bisturi dalla Consulta nel 2014, con la sentenza che radeva al suolo il Porcellum trasformandolo – per la Camera come per il Senato – in un proporzionale puro con preferenza unica (il “Consultellum”).
Già: peccato che la Corte, spolpando l’Italicum, avesse raccomandato una certa “omogeneità” fra le leggi elettorali della Camera e del Senato. Che c’è di omogeneo fra un sistema ipermaggioritario come l’Italicum e uno iperproporzionale come il Consultellum? Niente di niente: il diavolo e l’acqua santa. Perché allora il presidente Napolitano consentì, nel vaglio preventivo del 2014, lo sbarco in Parlamento di una legge incostituzionale e non omogenea con quella del Senato? E perché, con la promulgazione finale del 2015, il presidente Mattarella firmò quella legge incostituzionale e non omogenea con quella del Senato? I due garanti della Costituzione avrebbero dovuto intervenire, l’uno all’inizio e l’altro alla fine del percorso, per risparmiare al Parlamento e a noi cittadini questo vergognoso scempio che ci ha fatto perdere tre anni e ora ci impedisce di votare con una legge elettorale decente. E dov’erano tutti i politici, i giuristi, i commentatori e i giornalisti che non hanno mai detto una parola sull’incostituzionalità e la disomogeneità dell’Italicum, salvo scoprirle all’improvviso oggi, fuori tempo massimo? Possibile che non se ne fossero accorti nel 2014-2015 quando l’Italicum rimbalzò da un ramo all’altro del Parlamento; quando Renzi, tramite l’apposita Boschi, impose tre voti di fiducia; e quando Mattarella lo promulgò? Citare se stessi non è mai elegante: ma il nostro giornale fu pressoché l’unico a scriverlo fin dal primo giorno, sostenendo i comitati promotori del referendum abrogativo che poi non riuscirono a raccogliere le 500 mila firme perché ignorati dalle tv e dalla grande stampa e senza un soldo. Perché tutti gli altri, che ora scoprono l’acqua calda e sfondano porte aperte, tacevano e acconsentivano? Le risposte sono due e le conoscono tutti.
1) Fino al 4 dicembre 2016 non si poteva disturbare Renzi il manovratore: lui assicurava che l’Italicum “è la miglior legge elettorale del mondo, ora ce la copieranno in tanti”, e tutti dietro, allineati e coperti.
2) L’Italicum era una meraviglia finché faceva vincere il Pd, con la soglia per il premio di maggioranza fissata guardacaso al 40% (appena sotto il 40,8% raccolto dai Dem alle Europee del 2014); ma dopo i ballottaggi amministrativi del 2016, tutti vinti dal M5S contro il Pd, si è capito che anche il ballottaggio delle elezioni politiche l’avrebbero vinto i 5Stelle, dunque l’Italicum è diventato un obbrobrio incostituzionale. E ora chi l’aveva approvato, anzi imposto, fra i turiboli di giuristi e giornalisti di regime, chiede alla Consulta di bocciarlo per salvare i partiti da sicura sconfitta. Nessuno che si cosparga il capo di cenere per scusarsi con gli italiani, anche perché chi dovrebbe pretendere quelle scuse fa il vago e ci racconta fischiettando quali modifiche Renzi “auspica” dalla Corte a una legge voluta da lui e soltanto da lui. Una legge, lo ripetiamo ancora una volta, che tutti sapevano illegittima anche se nessuno lo diceva. E ora i fuorilegge che ci hanno governato per tre anni chiamano lo sceriffo perché faccia giustizia. Non vi viene da ridere, o da vomitare?