la Repubblica, 27 gennaio 2017
Ecco perché è difficile chiudere in anticipo la legislatura
Il giorno dopo, l’ovvia domanda che tutti si pongono è: come sarebbe composto il Parlamento se si votasse con il modello elettorale cesellato dalla Consulta? L’istituto Demopolis ha fatto una simulazione per quanto riguarda la Camera e il risultato è una condizione di non-governo. Pd e M5S quasi alla pari, grande frammentazione, di fatto nessuna maggioranza possibile.
Sono dati che non stupiscono, ma dovrebbero far riflettere i fautori del voto subito. Forse è anche per questo che ieri i mercati finanziari hanno dato segni di nervosismo e lo “spread” è risalito senza bisogno di complotti nell’ombra. L’incertezza è sempre il fattore destabilizzante per le Borse e oggi l’Italia ha di nuovo attirato l’attenzione internazionale. Inquieta l’ipotesi di un balletto protratto per mesi sul tema elezioni-sì/elezioni-no, soprattutto dopo il semestre perduto nella campagna referendaria. Del resto, i dati sono verosimili. Stabilito che nessuno è in grado di acchiappare il mitico premio di maggioranza, oltre la soglia del 40 per cento dei consensi, quella che resta è la fotografia di un paese disarticolato e attraversato da un disagio profondo.
Con una differenza: un Parlamento ingovernabile non disturba i Cinque Stelle e nemmeno la Lega, partiti che anzi vedrebbero consolidata la loro rendita di posizione; viceversa, le forze che aspirano al governo, dal Pd ai centristi fino ai berlusconiani, rischierebbero un’ulteriore discesa nel lago oscuro della delegittimazione. Come se non bastasse, il Consultellum della Camera manderebbe a Montecitorio un numero esorbitante di capilista “bloccati”, cioè indicati dai capi-partito: con ciò offrendo altri argomenti alla campagna anti-casta di Grillo, quasi un aiuto involontario per far dimenticare i pasticci di Roma.
Non ci sono, in altre parole, alternative a un serio lavoro in Parlamento per correggere e sistemare la doppia legge elettorale prodotta dalla Corte Costituzionale: è la maggiore omogeneità chiesta da Mattarella, che non significa due schemi identici. Logica vorrebbe che si approfittasse dell’occasione per riavvicinare gli elettori agli eletti, attraverso un meccanismo di collegi uninominali abbastanza piccoli da permettere un contatto diretto fra chi vota e chi chiede il voto. Oggi i collegi per la Camera sono cento e risultano troppo grandi per contenere l’ondata dei “nominati”, che finirebbero per essere alcune centinaia, mentre gli altri deputati verrebbero eletti attraverso le preferenze, con tutti gli abusi e le corruttele già sperimentati in passato. Ieri Romano Prodi, non a caso, ha proposto un sistema di collegi uninominali ristretti. Difficile credere che sarà ascoltato, ma il problema esiste e non può essere aggirato per l’impazienza di chi intende correre al voto comunque e con qualsiasi legge. Soprattutto è poco comprensibile che si passi dal postulato in base al quale è essenziale sapere chi ha vinto e chi governerà la sera stessa delle elezioni a una filosofia opposta, per cui non è importante che la legislatura nasca priva di un baricentro.
Sullo sfondo, dietro le contraddizioni dell’ingegneria elettorale, ci sono – come è naturale – le convenienze politiche. Le indiscrezioni circa i progetti di Renzi sono credibili quando descrivono il tentativo di fare del Pd un partito che non si presenta al voto in assoluta solitudine, bensì in una lista che comprende anche i moderati di Alfano, sulla destra, e il “campo progressista” di Pisapia, sulla sinistra. Gli uni e gli altri tenuti in equilibrio dal partito renziano che tenta con questo gioco di prestigio di raggiungere il fatidico 40 per cento. Quanto meno, punta a svuotare chi è fuori dalla lista, usando l’arma psicologica del cosiddetto “voto utile”. Tuttavia, se forse si può intuire l’interesse di Alfano, non è chiaro quale sarebbe il vantaggio di Pisapia a entrare in condominio con i centristi. Potrebbe, certo, ottenere alcuni posti in Parlamento (grazie ai capilista bloccati, potente strumento di condizionamento in mano al leader). Ma perderebbe la sua funzione critica e innovatrice, fin qui rivendicata, volta a restituire un’identità alla sinistra.