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 2017  gennaio 27 Venerdì calendario

Tortura e prigioni segrete ma l’America si divide sulla «violenza di Stato»

QUALE che ne sarà l’esito politico, la bestemmia di Trump – «Il waterboarding? Funziona» – intollerabile all’ascolto tanto nella vecchia Inghilterra della conservatrice Theresa May, da ieri a Washington, («La Gran Bretagna non giustifica la tortura in nessuna circostanza», dice ai Comuni il ministro inglese per la Brexit David Davis), quanto irricevibile dal sistema immunitario dello stesso partito Repubblicano («La tortura è illegale e noi pensiamo che tale debba restare», taglia corto Paul Ryan, speaker del Congresso) e persino dal codice etico del “cane pazzo” James Mattis, segretario alla Difesa («La sua posizione non è cambiata rispetto a quanto sostenuto durante la sua audizione al Congresso durante la quale si è detto contrario a modificare le attuali regole di interrogatorio dell’esercito americano che vietano l’uso di pratiche assimilabili alla tortura», ha reso noto ieri un portavoce del Pentagono), un effetto lo ha già avuto. Resuscitare dallo scantinato della storia recente americana il fantasma in cui l’aveva cacciato Barack Obama. Ridare un presente (nel dibattito pubblico) e un possibile futuro (con un ipotetico ordine esecutivo) a un album di famiglia impresso nella retina delle opinioni pubbliche del mondo intero. Che tiene insieme la silouhette del Cristo in tuta arancio incappucciato e collegato ad elettrodi della galera irachena di Abu Ghraib. La nudità di corpi portati al guinzaglio a quattro zampe. Le maschere da saldatori e le cuffie dei primi umiliati nelle stie del campo Xray, Guantanamo. E che ha conosciuto la geografia segreta dei voli utilizzati per le extraordinary renditions (i sequestri illegali di sospettati di terrorismo in Paesi terzi) e dei “black holes”, dei “buchi neri”, le prigioni segrete, disseminate in remoti angoli di mondo e persino nella democratica Europa dell’Est, nei Paesi dell’ex blocco sovietico, dove i nemici della war on terror sono stati “legalmente” umiliati nel corpo e nella psiche dalle “enhanced interrogation techniques”, letteralmente le “tecniche aggiornate di interrogatorio”, pudico eufemismo con cui l’amministrazione di George W. Bush, dopo l’11 Settembre, autorizzò la Cia a vincere i silenzi dei sospetti con un catalogo dell’orrore di cui conviene oggi rinfrescare la memoria.
Waterboarding. Annegamento simulato. Walling, l’uso di un collare con cui scaraventare ripetutamente il prigioniero contro un muro. Alternanza di ipotermia e ipertermia, di gelo e fuoco. Umiliazione sessuale. Schiaffeggiamento. Privazione del sonno e annichilimento da rumore. Finta sepoltura in casse mortuarie di fortuna. Lavaggio rettale forzato. Uso di psicofarmaci.
«Funzionano», dice ora lui, Donald Trump. «Non hanno contribuito ad acquisire intelligence di alcun rilievo per la sicurezza nazionale, né la collaborazione dei prigionieri», concluse il mastodontico rapporto di seimila pagine con cui, il 13 dicembre del 2012, a maggioranza (il voto contrario dei membri Repubblicani conobbe la sola eccezione della sola senatrice Susan Collins), il Comitato di controllo sui Servizi Segreti del Senato americano concluse dopo tre anni di indagine e 6 milioni di documenti classificati esaminati, l’inchiesta sui metodi di detenzione e interrogatorio della Cia post 11 Settembre.
Fatta eccezione per tre detenuti coinvolti nella mattanza delle Torri Gemelle e del Pentagono (Abu Zubaydah, Khaled Sheikh Mohammed, Mohammed al-Qahtani) e che la Cia riconobbe come «prigionieri sottoposti al “Programma”», nessun documento ufficiale ha potuto stabilire con certezza quanti “enemy combatants”, altro eufemismo legale per indicare la condizione di privazione delle garanzie costituzionali dei prigionieri della War on Terror, siano stati sottoposti nell’arco di cinque anni (tanto è durato “Il Programma” prima che, nel 2006, a obbligarne l’interruzione fosse l’effetto prodotto dalla pubblicazione sul Washington Post di un’inchiesta della premio Pulitzer Dana Priest che ne svelava l’esistenza) a quelle che, nel 2009, Obama e il suo Attorney General Eric Holder ebbero la forza di chiamare con il loro nome: torture. Così come resta un dato per difetto quello accertato nel febbraio del 2007 dalla Commissione di inchiesta del Parlamento Europeo sul numero di prigionieri vittime delle “rendition” sul suolo Europeo. Almeno 100 (il nostro Paese conobbe il caso dell’imam egiziano Abu Omar, con il pieno coinvolgimento del nostro Servizio segreto militare, perseguito con coraggio dal procuratore Armando Spataro e mai sanzionato da condanne perché protetto da segreto di Stato), a fronte di 1245 voli clandestini effettuati da aerei della Cia nello spazio aereo dell’Unione. Mentre ha appunto la forza incontrovertibile dei fatti, così come documentati dal materiale classificato ottenuto in una estenuante battaglia con la stessa Cia, il principale dei venti “findings” di quel rapporto del dicembre 2012. Inumana e per giunta inefficace la tortura aveva precipitato l’America lì dove si riteneva non fosse possibile. Un abisso su cui si immaginava non dovesse più tornare ad affacciarsi. Almeno fino a mercoledì 25 gennaio. Quinto giorno dell’era Trump e dei suoi “alternative facts”, fatti alternativi, per dirla con il neologismo di Sean Spicer, portavoce della Casa Bianca. Dei fatti, cioè, degradati a opinioni. E dove il “waterboarding”, dunque, “funziona”.