Corriere della Sera, 27 gennaio 2017
L’utopia costruttiva di Marotta
C’era, dicevano, molto di utopico, di «sogno» nella personalità prima ancora che nel pensiero e nell’azione di Gerardo Marotta, scomparso martedì all’età di 89 anni. Impressioni e apparenze inducevano a crederlo, ma non si trattava di utopia o di sogno come evasioni dalla realtà o impotenza a operare in essa. Al contrario. Erano spinte forti e concrete ad agire costruttivamente nella realtà con acuto giudizio e senso pratico. Il suo sogno, la sua utopia erano nel veder la «repubblica di Platone» realizzarsi e trionfare sulla «feccia di Romolo», per usare i termini di Vico, amato da lui come tutti i grandi esponenti del pensiero napoletano, da Bruno e Campanella fino a Croce. Quella repubblica egli la vedeva esemplata nella breve stagione napoletana del 1799. Per lui la successiva, feroce repressione borbonica aveva decapitato il fiore dei più alti spiriti di Napoli, provocando una involuzione da cui la borghesia napoletana e la sua cultura non si sarebbero più riprese.
Ovviamente, era difficile seguirlo in questi e altri giudizi, ma non importava poi molto. Quell’idoleggiamento di un’ora trascorsa senza ritorno lo aveva spinto a uno sforzo di promozione culturale di alto profilo e ampio raggio. Dopo una giovinezza già segnata da forti interessi politici e culturali, aveva intrapreso una prestigiosa attività professionale, divenendo uno dei maggiori avvocati napoletani nel campo amministrativo. Poi, nel 1975, aveva attuato il disegno di affiancare all’Istituto Italiano per gli Studi storici fondato da Croce un Istituto Italiano per gli Studi filosofici. Dopo il paziente lavoro dei primi anni, l’Istituto ebbe poi sede in un luogo-simbolo della Napoli da lui venerata: il palazzo dei Serra di Cassano, un cui giovanissimo rampollo era stato tra i giustiziati del 1799. Ben presto l’Istituto ampliò oltremodo il campo della sua attività che si estese (ben si può dire) a ogni ramo dello scibile, con una intensissima attività di lezioni, seminari, convegni, ricerche, pubblicazioni, per cui vennero a Napoli alcuni dei maggiori esponenti della cultura contemporanea, da Gadamer a Schmitt e a Ricoeur, per non parlare degli italiani. Gadamer ebbe allora a dire che la filosofia aveva con ciò trovato a Napoli la sua capitale mondiale. Marc Fumaroli vi vedeva rinnovato il mondo della sua république des lettres. La realtà era di sicuro più modesta, ma certo nel mondo degli studiosi il nome di Napoli circolò anche grazie a lui con insolita frequenza.
Egli non concepì mai l’attività dell’Istituto come chiusa negli ambienti del palazzo Serra. Innumerevoli furono le iniziative che egli promosse o a cui volle partecipare a sostegno delle più varie cause civili, a cominciare da quella ambientalista. Generoso fu il suo sforzo per la maturazione di una nuova e civilmente impegnata gioventù meridionale, e portò questo sforzo in ogni parte del Sud con una serie di Summer School. E ai giovani egli provvide anche spesso con borse di studio e finanziamenti di ricerche e pubblicazioni.
Un’attività imponente alla quale Marotta si dedicò con grandi sacrifici personali e patrimoniali, senza peraltro riuscire a garantire all’Istituto, malgrado i finanziamenti ricevuti negli anni, un duraturo equilibrio finanziario. Oggi perciò sono più che dubbi il prosieguo dell’attività dell’Istituto e la sorte della grande biblioteca, che esso conserva alla men peggio senza che se ne possa di fatto fruire.
Il nome e l’opera di Marotta meritano anche di più, ma, intanto, la sorte del suo istituto e della congiunta biblioteca sono ormai una questione di rilevante interesse pubblico, della quale le competenti autorità locali e centrali non possono non interessarsi in modo rapido e risolutivo.