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 2017  gennaio 26 Giovedì calendario

La storia al posto dei santi ecco il calendario civile

Una specie di zig-zag nella storia d’Italia per fissare nella memoria i possibili anniversari di un calendario civile. Davvero una curiosa opera quella che l’editore Donzelli, con una bella introduzione di Alessandro Portelli, fa uscire oggi in libreria, perché, da una parte, rispetta rigorosamente la cronologia dei mesi dell’anno, da gennaio a dicembre, dall’altra, si permette una spregiudicata scorribanda temporale che fa seguire alla proclamazione della Repubblica romana del 1849 l’esodo dei profughi istriani del 1947, per tornare ai bombardamenti di Roma del luglio ’43 e finire con la strage di piazza Fontana a Milano del 1969.
Il libro, intitolato appunto Calendario civile, raccoglie una serie di saggi, a cui fa sempre seguito una testimonianza o una canzone rievocatrice dei fatti, scritti da autori ai quali l’editore lascia la massima libertà di concezione, per cui si affiancano pacate ricostruzioni storiche a racconti in cui la personale valutazione degli episodi viene esplicitamente e lealmente rivendicata. Il risultato di questa «briglia sciolta» editoriale è molto interessante, perché, attraverso la varietà delle scelte e delle interpretazioni, viene costruito un mosaico della memoria dal quale ogni italiano può scomporre le tessere per confrontarle con quelle dei suoi ricordi.
L’intenzione, certamente ambiziosa, è quella di contrapporre alla ritualità religiosa di anniversari tra i quali prevalentemente l’Italia scandisce le sue feste, un calendario laico di date che hanno impresso nella collettività nazionale un segno forte, quello destinato a prolungarsi nella nostra contemporaneità in due modi, sia come persistenza degli effetti, sia come indelebile ricordo. La scelta di questi giornate, tappe fondamentali della nostra storia, è sì arbitraria e discutibile, ma ha il merito di far capire al lettore come il tempo aiuti a riscoprire sempre risvolti nuovi in fatti che sembravano fissati nel convenzionale e scontato omaggio di un ossequio rituale.
In alcuni saggi, come quello, per esempio, di Anna Bravo sull’8 settembre del ’43, emerge il ruolo fondamentale delle donne nel tentativo di salvare sbandati e fuggitivi dopo l’armistizio, per lo più «senza il sostegno di ideologie politiche e tantomeno di armi per difendersi», in una formidabile contesa con «un esercito strapotente». In altri, come quello di Gabriella Gribaudi sulle Quattro giornate di Napoli sempre del ’43, si contesta, attraverso un efficace resoconto degli avvenimenti, la vulgata di una insurrezione di «scugnizzi», una specie di «jacquerie» urbana motivata prevalentemente dalla fame. Sulla scia dell’importante discorso di Giorgio Napolitano in occasione del settantesimo anniversario, nel 2013, l’autrice ribalta una versione stereotipata di quella insurrezione, restituendo consapevolezza politica e dignità storica ai protagonisti di una straordinaria rivolta popolare.
Anche sulle tappe più recenti di questo calendario laico, quelle per le quali la maggior parte degli italiani conserva ricordi personali, la lettura dei saggi, ma anche delle testimonianze che li accompagnano, permette una rivisitazione della memoria molto utile per non coltivare ostinati pregiudizi e poterla rimettere al confronto con quella di altri che hanno vissuto le stesse esperienze e le stesse emozioni.
È il caso del racconto che Gad Lerner fa, per esempio, della strage di piazza Fontana e dell’omicidio Calabresi, «una versione personale», come avverte l’autore del saggio, che susciterà certamente vivaci consensi, ma altrettanto vivaci dissensi. O la rilettura dello straziante discorso della moglie dell’agente Vito Schifani, Rosaria Costa, ai funerali delle vittime della strage di Capaci, davvero preziosa per capire come sia inadeguata e fuorviante una certa retorica antimafiosa dietro la quale, dopo l’omicidio di Falcone e quello di Borsellino, tutti hanno potuto costruirsi un riparo comodo e giustificatorio. Dimostrazione di come il passato, un certo passato, in realtà non passi mai nella coscienza di una nazione.
Ai calendari, in genere, si fa omaggio di una, più o meno convinta, adesione collettiva. A questo, laico e opinabile, si può riconoscere il valore di non pretenderlo, perché si ammette come queste date siano divisive tra gli italiani, contrassegnando luoghi di differenze, di contrasti, sia di opinioni, sia di sentimenti. Il merito è quello di avvertire che la convivenza tra gli abitanti di un Paese non si costruisce edificando «la» verità, collettiva e immutabile, del nostro passato, quella che viene definita «una memoria condivisa», ma si rende possibile leggendo una storia comune sulla quale la verità non è mai raggiunta per sempre.