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 2017  gennaio 25 Mercoledì calendario

Spicer, il marine voce di Trump in faccia la mondo

«A chi credete, a me o ai vostri occhi?». È la battuta di Groucho Marx più abusata in questi giorni dai giornali americani. È quella che si attaglia di più al portavoce di Donald Trump, finito nel tritacarne mediatico fin dal primo minuto. Sean Spicer l’aveva sparata grossa: «È stato il più grande pubblico che abbia mai assistito a una cerimonia di insediamento. Punto». Le foto comparate con quello di Obama nel 2009 dicono il contrario, e allora Spicer cala l’asso: «Ma sono stati venduti più biglietti. Punto». In questi casi insistere è pericoloso. La società del Metro di Washington infatti specifica: 193.000 venerdì, 513.000 per il primo discorso di un presidente nero. Differenza comprensibile e caso chiuso.
No, perché mister Spicer convoca la prima conferenza stampa alla Casa Bianca, arriva con un’ora di ritardo furibondo e grida: «Questi tentativi di sminuire l’entusiasmo sono vergognosi e sbagliati. Riterremo la stampa responsabile. Punto». Chiudere con l’esclamativo è il suo marchio di fabbrica. Lo fa, poi se ne va in perfetto stile Grillo: sono trascorsi cinque minuti. Inizio imbarazzante, a tal punto che Kelly Anne Conway, consigliera di Trump, per giustificare il collega ancora in campagna elettorale è costretta a medicare: «Noi vogliamo spiegare la realtà con fatti alternativi». Alternative facts, come quelli che hanno raccontato allegramente Bill Clinton e sua moglie per anni. Questa volta il Giornalista planetario traduce con «menzogne», la frase vola in testa ai topic dei social network. Non un altro modo di vedere le cose, non un altro punto di vista, non quel «diverso parere» che pure in giorni non lontani eccitava la sinistra italiana. Menzogne.
Così, al termine di tre giorni da incubo, Sean Spicer coglie due verità: l’avventura comincia in salita e i giornalisti si confermano brutte bestie, come le aveva definite al college da candidato al consiglio d’istituto quando i redattori del giornalino della scuola, The Voice, gli avevano storpiato il nome in Sean Sphinter.
Nato nel Rhode Island 46 anni fa, ex marine (ha fatto il college alla Naval War di Newport), sposato con due figli, Spicer è un uomo chiave della Casa Bianca. E nonostante la partenza falsa ha tutte le credenziali del collaboratore di alto livello. È stato il più longevo direttore della comunicazione del Partito repubblicano (15 anni), ha fatto parte dello staff di George Bush prima per i rapporti con i media e poi per gli scambi commerciali. Con questo ruolo ha conosciuto mezzo mondo percorrendo 700.000 chilometri in poco più di due anni (dal 2006 al 2008).
A Washington lo conoscono tutti, anche perché ha l’abitudine di invitare i giornalisti a pantagruelici barbecue che diventano «briefing informali». Ricopre un ruolo non suo, quel posto avrebbe dovuto essere di Jason Miller, che ha rinunciato perché «mia moglie aspetta il secondo figlio e la famiglia arriva prima di tutto». Anche qui ci sarebbe margine per puntualizzare: Miller si ritira quando sui social cominciano a uscire post di pseudo amanti che raccontano storie piccanti con lui.
Così l’ex marine che va in barca su un antico veliero in tek e adora il baseball (un giorno in allenamento ricevette una battuta in faccia che gli fratturò la mandibola), si ritrova a dover domare i leoni del circo mediatico di Washington. La partenza ad handicap di Spicer viene spiegata con la sua volontà di farsi benvolere da Trump, che lo stima molto («Sean è una persona per la quale nutro immenso rispetto»), ma che era stato da lui criticato non poco quando la corsa era incerta. Tre esempi. Trump definisce criminali gli immigrati messicani. Spicer: «Dipingere gli americani ispanici in questo modo non è utile alla causa. Punto». Trump infanga John McCain dicendo che non è un eroe perché in Vietnam si è lasciato catturare. Spicer: «Non c’è posto nel nostro partito e nel nostro Paese per commenti che screditano chi ha servito con onore la causa. McCain è un eroe. Punto». Trump si lancia sulla strada della chiusura commerciale e del protezionismo, Spicer, che ha trascorso anni a tenere conferenze sulle opportunità del liberismo dell’era Bush, abbozza in silenzio. 
Tutto ciò si chiama riposizionamento e necessita in egual misura di duttilità e di Alka seltzer. Con lui i media sono intransigenti, il Washington Post e Politico addirittura feroci, e Spicer li ha inseriti nella sua personale lista nera. Il ritratto del Washington Post è antipatizzante come se a scriverlo fosse Michele Serra. «Tutto ciò che conta di lui si vede guardando la bocca. Quando parla animatamente a un direttore di giornale, il suo talento e la sua energia si incontrano. La sua bocca è su di giri anche quando lui non parla, perché e impegnata a masticare cicche». È pure vero, perché Spicer è noto per mangiarne (e ingoiarne) una trentina ogni giorno a colazione, sempre dello stesso tipo: Orbit senza zucchero alla cannella. Irascibile e dotato di vocione, non dà scampo ai reporter. La direttrice di un sito di Washingon: «Ho ricevuto tali rimproveri da Spicer che quando mio figlio riconosce la sua voce al telefono si mette a piangere». Trump è la sua musa, a lui Spicer sacrifica tutto con la dedizione dell’ex marine. «Se l’accusa contro di me è che sto lottando per vincere, allora sono colpevole». Per questo gioca duro, talvolta sporco. Esattamente come i suoi interlocutori. La settimana scorsa tutti i giornali hanno scritto che il nuovo presidente aveva fatto rimuovere il busto di Martin Luther King dalla Sala Ovale. Non era vero, anche questo era un «alternative fact», ma nessuno si è indignato. Punto.