Il Messaggero, 26 gennaio 2017
Mps, scontro sulle black-list, tiene banco il caso Sorgenia
ROMA La pietra nello stagno l’aveva lanciata il presidente dell’Abi Antonio Patuelli: rendere pubblica la lista dei cento principali debitori insolventi delle banche salvate dallo Stato onde meglio precisare le responsabilità delle crisi bancarie. A cominciare, ovviamente, da quella di Mps. Ma dopo aver gettato il sasso, l’associazione delle banche non ha ancora mostrato la mano. In Commissione Finanze del Senato, dove anche ieri si è discusso il decreto salva-banche che ha stanziato i 20 miliardi per mettere in sicurezza gli istituti malati, sono arrivate centinaia di proposte di modifica, molte delle quali proprio per chiedere al governo di introdurre la «lista nera» dei clienti insolventi. Ma l’Abi non ha fatto sentire la sua voce. «Mi aspettavo», spiega al Messaggero il presidente della Commissione e relatore del provvedimento Mauro Marino, «che a fronte delle proposte avanzate sui giornali, l’associazione delle banche si facesse avanti con una bozza di emendamento come ha fatto altre volte. Invece», dice, «non è arrivato nulla». L’Abi, insomma, avrebbe lasciato il cerino acceso in mano a governo e Parlamento.
LA SPACCATURA
Comprenderne le ragioni non è difficile. La proposta di Patuelli non è stata accolta dai banchieri con i tappi di champagne. Il consigliere delegato di Ubi Banca, Victor Massiah, l’ha bollata come una «gogna». Meglio che a stabilire frodi e corruzioni, aveva spiegato, sia la magistratura. Il ceo di Banco Bpm, Giuseppe Castagna, aveva ribadito il concetto. «Bisogna punire con enfasi chi ha sbagliato» ma, aveva aggiunto, «i debitori non sono nati debitori. La responsabilità è da entrambe le parti». La proposta di Patuelli ha finito anche per spaccare il governo. Il ministro Pier Carlo Padoan si era detto possibilista, distinguendo però i comportamenti «scorretti» da quelli semplicemente «sfortunati». Adelante con juicio. Il ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, aveva semplicemente detto che le liste non vanno pubblicate perché «il principio è che l’imprenditore chiede i soldi, ed è responsabilità della banca vedere se il business è buono o no».
Il problema è che, seppure in molti si sono resi conto che la proposta non è di facile attuazione, e rischia di creare più danni che benefici, si è ormai andati troppo in là per lanciare la palla in tribuna. Una via d’uscita, insomma, va trovata. Marino, che con il governo deve cercare di mettere insieme i pezzi, su una cosa è chiaro: «Deve essere una responsabilità condivisa». La traduzione è che bisogna mettersi tutti attorno al tavolo, governo, Abi e anche le opposizioni, e provare a fare una sintesi accettabile, in grado di separare il grano dall’oglio, ossia, per dirla con Padoan, gli sfortunati dai disonesti. E soprattutto farlo rispettando la privacy. Per questo una delle ipotesi è che la lista non sia pubblica, ma venga trasmessa solo alle Authority competenti.Il punto è che le altre proposte sul tappeto sono draconiane. Come quella firmata dal M5S, che prevede la pubblicazione di tutti i debitori oltre i 100 mila euro. «I nomi dei principali debitori si conoscono», da Sorgenia a Zunino e via per li rami, spiega la senatrice grillina Laura Bottici, firmataria dell’emendamento, «ma i grandi importi non vengono deliberati dalle filiali, bensì dai piani alti. È soprattutto li che vanno cercate le responsabilità».
In particolare tiene banco il nome di Sorgenia, la società elettrica che faceva capo alla famiglia De Benedetti, era comparso sui giornali all’indomani dell’uscita pubblica di Patuelli perché l’istituto più esposto con la società (oltre 600 milioni) era Mps, sul capo del quale come noto pesano ben 47 miliardi di prestiti malati. Sorgenia è l’esempio più clamoroso di debitore insolvente anche per le modalità con le quali i De Benedetti hanno dato l’addio alla società, come risulta dalla consultazione dei documenti dell’epoca.
IL SALVATAGGIO
In breve, dopo mesi di sofferenza, Sorgenia, indebitata per non meno di 1,8 miliardi con il sistema bancario (di cui un terzo sulle spalle del solo Mps), aveva dato forfait. I De Benedetti, compreso che la crisi era ormai irreversibile, pur avendone i mezzi si rifiutarono di partecipare alla ricapitalizzazione necessaria per tentare un rilancio che consentisse di ripagare l’ingente debito. Sicché Sorgenia finì del tutto in mano alle banche, costrette a convertire l’esposizione in azioni per non veder bruciare l’intero credito. Oggi quelle banche, una decina, stanno tentando un faticoso rilancio (a spese loro) nella speranza di rientrare almeno in parte del loro credito e Sorgenia resta tra gli incagli più critici di Mps.