la Repubblica, 26 gennaio 2017
L’amaca di Michele Serra
Il cittadino Di Battista ha ragione, i titoli dei giornali spesso stritolano in tre parole le ponderose interviste e le pensose dichiarazioni. Figurarsi poi se il cronista, magari precario, magari inesperto, è costretto a riportare in redazione i pochi scampoli che è riuscito ad afferrare in capannelli trafelati e sgomitanti, o in comizi agitatissimi con la gente che grida «impiccali!» (ai giornalisti) e copre la voce dell’oratore. La società mediatica è un po’ come il telefono senza fili, che uno dice «viva la democrazia» e poi sui giornali esce «salutami tua zia».
Detto questo è difficile, con la crisi che c’è, che si arriviin fretta a una soluzione soddisfacente per tutti. Né il blog di Grillo pare – secondo le prime valutazioni – in grado di sostituirsi tout court all’informazione nel suo complesso. Bisogna dunque attrezzarsi, sapendo che l’esposizione mediatica è sempre molto faticosa e spesso molto traditrice; specialmente nel caso di un leader rivoluzionario. Mi torna in mente quando qualcuno, nei tempi antichi, deliberava nell’assemblea del suo liceo che già all’indomani si sarebbero insediati i soviet, poi sui giornali del mattino dopo non trovava una riga e dava la colpa alla Cia.