la Repubblica, 26 gennaio 2017
Quel forziere da 650 miliardi di euro che spinge per la soluzione nazionale
MILANO L’Italia ha 650 miliardi di euro di buoni motivi per augurarsi che Generali non cambi passaporto: banche e assicurazioni tricolori – al Tesoro lo sanno bene – hanno salvato il paese dal default tra il 2011 e il 2012 in piena crisi dell’euro, comprando titoli di Stato quando nessuno li voleva e gli stranieri fuggivano. Oggi sono loro il primo affidabilissimo creditore dello Stato grazie a un portafoglio gonfio di 650 miliardi (appunto) di Btp e Bot, il 35% del totale in circolazione, un tesoretto fondamentale per la stabilità finanziaria nazionale che nessuno vuol veder emigrare all’estero. E per questo motivo – viste le sfumature francesi dei soci di Piazzetta Cuccia – l’esecutivo tifa, con sobrietà istituzionale, IntesaSanPaolo.
I numeri che preoccupano il Tesoro e spingono per una soluzione made in Italy sono chiari. L’identikit dei compratori dei nostri titoli di stato è cambiato radicalmente dopo il crac della Lehman. Gli acquirenti stranieri sono diventati rari come panda: nel 2010 avevano in portafoglio il 48% del nostro debito, oggi sono scesi al 28,4%. Solo tra giugno 2015 e giugno 2016 hanno liquidato 30 miliardi di bond. In via d’estinzione sono anche i vecchi Bot-people: le famiglie italiane hanno dimezzato le posizioni e hanno in tasca solo 6 titoli su 100. Chi ha preso il loro posto? Banche e assicurazioni nazionali che in un lustro – grazie alla moral suasion di via XX settembre, sussurrano le malelingue – hanno quasi raddoppiato i loro investimenti, garantendo l’en plein delle aste anche nei momenti più bui. Un salvagente vitale cui si è aggiunto da marzo 2016 il quantitative easing della Bce che oggi si trova in tasca 209 miliardi del debito tricolore.
Le cose però ora stanno cambiando e non certo in meglio. Mario Draghi, pressato dalla Bundesbank, è pronto a calare il sipario sul programma d’acquisto dei titoli di Stato. Il “rischio Italia” – con i guai della Ue, i tagli al rating e l’incertezza politica – tiene lontani ancora gli stranieri. E l’italianità del primo socio delle Generali, che hanno in tasca 70 miliardi di titoli di Stato, non è un optional per il Tesoro. Il pedigree di Intesa, visto da Roma, è in questo senso immacolato: ha 90 miliardi di bond tricolori, segno che nel paese ci crede, e ha risposto “presente” agli appelli della politica su partite delicate come quella di Atlante (il fondo salva-banche) e Alitalia. Cà de Sass e il Leone, in caso di nozze, sarebbero di gran lunga il primo creditore privato dello Stato con il 10% del debito nazionale.
Mediobanca ha invece due macchie nel curriculum: Unicredit, il suo primo azionista, ha appena venduto Pioneer, società di risparmio gestito con in pancia 30 miliardi di titoli di stato, ai francesi di Amundi e non alle Poste come sperava il Governo. E ha in programma un aumento di capitale da 13 miliardi che potrebbe diventare il cavallo di Troia per far entrare nell’azionariato soci stranieri. Il secondo vulnus – in ottica politica – è il nome del secondo azionista di Piazzetta Cuccia: quel Vincent Bolloré che si è appena scontrato con il governo su Mediaset e Telecom Italia. Mani non troppo affidabili, con questi chiari di luna, cui affidare il tesoretto in bond italiani di Trieste.