Corriere della Sera, 26 gennaio 2017
La doppia anima di Ugo Attardi: violenta e delicata come la vita
Ugo Attardi (1923-2006) aveva due modi di esprimersi: con la penna e con la tavolozza. In entrambi i casi, la sua «doppia anima» (violenta e delicata) ha raggiunto esiti straordinari. Violenza e delicatezza sono la logica conseguenza di uno degli avvenimenti più importanti della sua vita, raccontato ne L’erede selvaggio (Rizzoli, 1971) che gli valse il Premio Viareggio per la narrativa: l’assassinio del padre, avvenuto in Sicilia.
«Era stato trovato un mese dopo il suo arresto, nel fondo di un fosso, verso Salemi: era tutto coperto di sassi. Quelli che l’avevano potato via non erano sbirri, s’erano finti tali; in realtà erano infami sicari», scriverà.
Da allora anche altri accadimenti diventeranno capitoli di un libro sempre aperto per prendere corpo in disegni, dipinti e sculture.
Attardi assorbe anche la Storia e la restituisce attraverso cicli di racconti ma sceglie episodi in cui può rappresentare la violenza con scatto e ferocia, amore ed erotismo delirante, ossessivo talvolta. Tormento ed estasi. Una foto, che lo coglie mentre lavora nel suo studio romano, richiama il Charlton Heston interprete di Michelangelo che scolpisce le statue per la tomba di papa Giulio II.
Violenza esorcizzata? S’è detto più volte: filtrandola e camuffandola con l’eros, Attardi deforma i protagonisti d’un modo folle e sconvolto, che affonda le radici in una sorta di spagnolismo barocco. Come i suoi cicli dedicati a Cristoforo Colombo o a Francisco Pizarro, il quale, in sella a un cavallo che odora di paglia e di sterco, si addentra nei lupanari dei meticci per cogliere il fiore di giovani donne inca, accompagnato – elemento ottocentesco aggiunto – dalle note della Prière d’une vierge della polacca Tekla Badarzewska.
Che, prima di dipingere il ciclo di Pizarro, Attardi abbia letto il dramma di Tirso de Molina sul conquistador ? Gli elementi teatrali ci sono tutti. Non si dimentichi che l’artista – nato casualmente a Sori, in provincia di Genova, da genitori palermitani, rientrati nel capoluogo siciliano a un anno dalla sua nascita – dopo il liceo artistico, si iscrive ad Architettura e, quindi, è in grado di creare scene contestualizzando i personaggi. Da Pizarro a Dante. Nel biennio 2003-2004, Attardi sale sulla metropolitana dell’ Inferno, prosegue sul treno del Purgatorio e conclude il viaggio sulla carrozza a cavalli del Paradiso.
Una volta frequentati i personaggi della Commedia, ne capta gli umori e, spesso, la simpatia verso alcuni, lo porta a diventare loro complice (come non esserlo con Paolo e Francesca?). Ed ecco che olî, pastelli e qualche scultura, sinora inediti, sono adesso esposti a Roma (sino al 25 febbraio), alla Galleria Ulisse, per il decennale della morte dell’artista (caduto il mese scorso), assieme ad altri lavori precedenti dedicati all’ Odissea e all’ Eneide, nella rassegna curata da Silvia Pegoraro e Carlo Ciccarelli (autori di testi in catalogo, assieme a Giorgio Benvenuto che ricorda la militanza dell’artista nella Uil e il suo monumento alla Resistenza posto dinanzi alla sede del sindacato).
All’ Inferno, naturalmente, sono dedicate il maggior numero di tavole. Per un temperamento gentile come quello di Attardi, rappresentare la violenza era – come detto – una maniera di esorcizzarla.
Nel ’45, a 22 anni, Attardi lascia Architettura e si trasferisce a Roma, su invito di Pietro Consagra col quale divide una camera dello studio di Guttuso, in via Margutta. È il tempo in cui Emilio Sereni, della direzione del Pci – racconta Consagra in Vita mia (Feltrinelli) – puntava sull’arte popolare. «Guttuso voleva rafforzare i suoi legami col Partito in quella linea e, nello stesso tempo, aspirava alla cultura dell’area picassiana che trasmetteva con inquietudine a noi giovani. (…) Io, Maugeri, Turcato, Attardi e Sanfilippo andammo per Natale, in uno scambio organizzato dalla Gioventù comunista, a Parigi per quindici giorni e trovammo la chiave che cercavamo». La chiave? Pignon, Gischia, Manessier, Magnelli, Brancusi, Pevsner, Arp, Laurenz, Hartung, Gonzalez, Adam, Picasso, Léger, Giacometti.
Attardi è attratto dal barocco romano, dalle scenografie di pietra (le fontane). Il viaggio in Spagna farà il resto, soprattutto quando decide di confrontarsi coi resti di un grande impero. Allora la violenza trova in lui una sorta di sacerdote che deforma uomini e cose (ricordate le mani tronche, le virilità mortificate?) e li coglie proprio nel momento antecedente il furore amoroso o, come accennava Mario De Micheli, «la lotta selvaggia che precede l’assassinio».