Corriere della Sera, 26 gennaio 2017
Metà dell’arretrato per reati tributari. E lo Stato rinuncia anche a fare cassa
I riflettori proiettati sul più gettonato 0,5% corruttivo, l’amnesia proiettata sul negletto 47% tributario. Anche se, nel disinteresse generale, sotto questo 47% ci sono 14 miliardi di euro incassabili dallo Stato. Nell’alluvione delle «solite» statistiche delle tradizionali cerimonie di inaugurazione dell’anno giudiziario, che iniziano oggi in Cassazione e terminano sabato in tutti i distretti di Corte d’Appello, queste due sottovalutate percentuali di processi in Cassazione, gli uni per corruzione e gli altri per reati tributari, raccontano uno strabismo giudiziario che all’Italia sta costando molto più del vivacemente discusso aggiustamento di bilancio (3,4 miliardi) preteso dall’Europa.
Trasparenza
Notoriamente acute sono la percezione della corruzione (soltanto Grecia e Bulgaria peggio dell’Italia secondo l’indice annuale proposto ieri da Transparency International) e quindi l’attenzione sui relativi processi, come è giusto che sia a motivo dell’ampio spettro di effetti criminogeni che i reati contro la pubblica amministrazione producono sulla concorrenza d’impresa, sull’occupazione, sui costi delle opere pubbliche, sulla qualità della politica e in ultima analisi della democrazia. E tuttavia, se si va a spulciare quanti processi per corruzione siano stati celebrati in un anno in Cassazione, ci si accorge che sono stati solo lo 0,5%, 273 sul totale di 52.000. Molta discussione fuori dalle aule giudiziarie, insomma, ma pochi processi dentro le aule (anche al netto di quelli fulminati dalla prescrizione nei precedenti gradi di merito).
Al contrario, quasi si ignora che un terzo delle nuove cause civili arrivate alla Suprema Corte nell’ultimo anno (11.000 su 30.000), e quasi metà dell’intera pendenza civile che assedia la Cassazione come non accade ad altra Corte Suprema al mondo (il 47% di 103.000), sono ricorsi tributari di cittadini e soprattutto aziende contro il Fisco. A questo ritmo una proiezione statistica (evocata in un recente convegno dal presidente Gianni Canzio) conteggia che nel 2015 la Cassazione sarà assorbita addirittura per il 64% di tutto il proprio lavoro dal contenzioso tributario, che oggi – nonostante ogni giudice civile scriva in media 220 sentenze l’anno – dura in media 4 anni in questo terzo grado, dopo già i 2 anni e 8 mesi del primo grado e i 2 anni del secondo grado.
Le casse dello Stato
Ma che c’entrano queste percentuali e durate con il portafoglio degli italiani? C’entrano eccome. Perché in quella massa di ricorsi è celato un potenziale tesoro per lo Stato (se fosse incassato tempestivamente), o viceversa un colossale spreco (se, come oggi, lasciato incagliare). I ricorsi in Cassazione presentati nel 2013, infatti, hanno un valore complessivo di 5,9 miliardi; nel 2014 di altri 7,5 miliardi; nel 2015 di ulteriori 7,7 miliardi. E siccome sempre le statistiche testimoniano come in Cassazione l’amministrazione pubblica vinca questi ricorsi 7 volte su 10, ciò significa che lo Stato, disinteressandosi dell’emergenza tributaria che grava sulla Cassazione, di fatto sta rinunciando a potenzialmente incassare a breve qualcosa come 14 miliardi di euro.
La riorganizzazione
L’anno scorso il governo aveva annunciato un «tavolo tecnico interministeriale» per studiare soluzioni, ma del tavolino si sono perse le tracce. Così come è rimasta sinora a livello di proposta di legge delega una iniziativa dei deputati pd Ermini e Ferranti, volta a riportare tutta la materia tributaria (e non solo, come ora, il grado di legittimità) alla magistratura ordinaria attraverso l’istituzione di sezioni specializzate tributarie presso i Tribunali, ovviamente ampliati negli organici in misura corrispondente. E intanto nei due gradi di giudizio precedenti a quello di Cassazione – e cioè nelle Commissioni tributarie provinciali e regionali, che sono giurisdizioni speciali composte non solo da magistrati in secondo lavoro ma anche da avvocati, commercialisti, notai ed ex ufficiali della Finanza – sono già «in viaggio» controversie che nel 2014 ammontavano a 30 miliardi di euro e nel 2015 valevano 33,5 miliardi.