Corriere della Sera, 26 gennaio 2017
Trump mantiene la sua promessa. Sì al muro lungo tutto il Messico
NEW YORK Lo slogan bandiera della campagna elettorale diventa un ordine esecutivo del presidente. Gli Stati Uniti costruiranno «immediatamente» il muro al confine con il Messico. Donald Trump dà concretezza a quella che a molti osservatori era apparsa un’esagerazione per prendere voti, con queste parole: «Una Nazione senza confini non è una Nazione. Da oggi ci riprendiamo i nostri confini. Salveremo migliaia di vite, milioni di posti di lavoro e milioni di dollari. Lo faremo insieme al Messico e le relazioni tra noi e il Messico saranno ancora migliori».
Sulla carta è un’impresa smisurata anche per gli Usa: la frontiera meridionale si estende per circa 3.200 chilometri. In realtà 1.070 chilometri sono già protetti da barriere di vario tipo: murature, palizzate, reticolati, recinzioni elettroniche, filo spinato. Tutto insufficiente, secondo il nuovo leader americano. I progetti tecnici si intrecciano con le variabili politiche. «Chi pagherà per il muro?» gridava Trump nel momento «clou» dei comizi. «Il Messico» ruggiva la folla. Ieri il neo presidente ha sostanzialmente confermato che «i contribuenti americani sosterranno i costi iniziali, ma verranno rimborsati».
Trump vedrà il presidente Enrique Peña Nieto martedì 31 gennaio e intende cominciare subito il negoziato sulla ripartizione delle spese.
Quanti soldi servono? Naturalmente dipende dai progetti. Secondo le stime, per una copertura totale servirebbero almeno 14 miliardi di dollari. Una cifra importante. Il bilancio degli Stati Uniti è già appesantito da un deficit pari a circa 600 miliardi di dollari e da un debito pari a 20 mila miliardi. Trump, però, vuole rilanciare il Paese con grandi numeri, per esempio con un piano per le infrastrutture da 820 miliardi di dollari. E il mercato finanziario gli concede fiducia. Ieri l’indice Dow Jones di Wall Street ha superato per la prima volta nella storia la soglia dei 20 mila punti, guadagnando il 9% dal 9 novembre, giorno della vittoria del candidato repubblicano.
Peña Nieto si presenterà in condizioni opposte. Il suo governo è investito dalle proteste popolari per il rincaro dei prezzi. Le forze politiche messicane, non solo quelle dell’opposizione, stanno già chiedendo di cancellare il summit con «The Donald».
Il «muro» è il cardine di un robusto «pacchetto sicurezza» distribuito su due decreti. Trump ha annunciato l’assunzione di altre cinquemila guardie frontaliere; la costituzione di un ufficio per il «sostegno alle vittime dei criminali immigrati clandestinamente»; la cancellazione dei fondi federali a favore dei programmi di accoglienza dei migranti irregolari nelle cosiddette «città santuario», come New York, Chicago, San Francisco, Boston e altre.
Tra oggi e domani è attesa la seconda parte della manovra. Secondo l’ Associated Press a Washington stanno pensando di riattivare il programma di detenzioni segrete, «black site», gestito dalla Cia. Ma la notizia è stata smentita dal portavoce Sean Spicer. Nel provvedimento in arrivo sarebbe previsto il mantenimento del campo di prigionia a Guantanamo, la base americana a Cuba. In un’intervista alla tv Abc, lo stesso Trump, ha detto che «la tortura è una tattica che funziona».
Infine altre due misure che, se confermate, avranno un enorme impatto politico. Gli Stati Uniti bloccheranno a tempo indeterminato l’afflusso dei profughi in arrivo dalla Siria e sospenderanno per 120 giorni gli ingressi di rifugiati provenienti da Paesi considerati a rischio terrorismo: Iraq, Siria, Iran, Sudan, Libia, Somalia e Yemen. Questo periodo servirà a rivedere le procedure di controllo. I posti a disposizione per il 2017 saranno comunque più che dimezzati: dai 110 mila programmati da Barack Obama si passerà a 50 mila.
L’America, inoltre, potrebbe inserire i Fratelli Musulmani nella lista delle organizzazioni terroristiche. Questa mossa traumatica sarebbe maturata dopo il colloquio telefonico dell’altro giorno tra Trump e il presidente egiziano Al Sisi. I Fratelli musulmani sono la realtà socio-politica più importante del mondo islamico. In Egitto vinsero le elezioni nel 2012, con Mohamed Morsi, poi deposto nel 2013, con un colpo di Stato, proprio dal generale Al Sisi. Nella giovane democrazia tunisina, il partito di Ennahda, espressione dei Fratelli musulmani, è forza di governo.