La Gazzetta dello Sport, 26 gennaio 2017
La Corte costituzionale ha deciso che cosa è ammissibile e che cosa non lo è nella legge elettorale detta Italicum, varata da Matteo Renzi, quando era premier, a forza di voti di fiducia: non è più ammesso il ballottaggio al secondo turno, non è più consentito che il Berlusconi o il Renzi di turno, essendosi candidato in più circoscrizioni, stabilisca lui in quale circoscrizione essere eletto, in modo da scegliersi chi far entrare alla Camera tra i secondi arrivati: la circoscrizione del pluricandidato sarà scelta con un sorteggio
La Corte costituzionale ha deciso che cosa è ammissibile e che cosa non lo è nella legge elettorale detta Italicum, varata da Matteo Renzi, quando era premier, a forza di voti di fiducia: non è più ammesso il ballottaggio al secondo turno, non è più consentito che il Berlusconi o il Renzi di turno, essendosi candidato in più circoscrizioni, stabilisca lui in quale circoscrizione essere eletto, in modo da scegliersi chi far entrare alla Camera tra i secondi arrivati: la circoscrizione del pluricandidato sarà scelta con un sorteggio. Il M5s ha definito questo nuovo Italicum ritagliato “Legalicum”. La Consulta ha anche scritto che «la legge elettorale è suscettibile di immediata applicazione», cioè non è così diversa da quella del Senato da impedire la chiamata alle urne. Quindi Matteo Renzi, che vuole le elezioni entro giugno, ha in mano, come si dice, una pistola carica.
• Tolto il ballottaggio e la storia dei pluricandidati, che cosa resta?
Restano due sistemi elettorali proporzionali, però con soglie di sbarramento e collegi diversi, uno per la Camera e l’altro per il Senato.
• Qual è, a questo punto, il sistema elettorale della Camera?
Ciascuna lista avrà tanti seggi quanti sono i voti ricevuti, con l’avvertenza che senza una percentuale nazionale di consensi di almeno il 3% non si entrerà a Montecitorio. I giudici hanno poi lasciato intatto il premio di maggioranza: alla lista capace di conquistare il 40% dei voti sarà regalata la maggioranza assoluta della Camera, pari a 340 seggi su 617. I cento collegi della Camera, inoltre, sono piccoli e le liste da presentare - alternando il nome di un candidato a quello di una candidata - saranno molto corte, con non più di sei nomi. Questo avrà un effetto maggioritario, favorirà cioè le formazioni più grandi. Preferenze ammesse: due (se la seconda preferenza va a un candidato dello stesso sesso della prima viene annullata). Non sottovaluterei infine la questione dello sbarramento: il 3% a livello nazionale mette in pericolo una serie ragguardevole di formazioni minori, le quali, per salvarsi, dovranno fondersi o confluire in un partito maggiore. Il problema riguarda, per esempio, la lista di Alfano, quella della Meloni, Sinistra Italiana, Scelta civica e molti altri. Non c’è più il sistema delle coalizioni, che permetteva ai piccoli di salvarsi semplicemente col sistema delle alleanze.
• Però al Senato le coalizioni restano.
Si, perché la legge elettorale per il Senato è quanto resta del vecchio Porcellum emendato a suo tempo sempre dalla Corte costituzionale. Qui le coalizioni non solo erano ammesse, ma il sistema degli sbarramenti, da calcolarsi a livello regionale, variava proprio in funzione di queste alleanze elettorali: sbarramento dell’8% per la lista che si presenta da sola, sbarramento del 3% per la lista che si presenta coalizzata, però sbarramento del 20% per la stessa coalizione. Quindi un partito che si presenta all’interno di una coalizione per entrare in Senato deve prima sperare che la coalizione prenda almeno il 20% (regionale) e poi superare ancora un 3% (sempre regionale).
• Che succederà adesso?
Dalle dichiarazioni di ieri par di capire che c’è un gruppo di politici che invoca interventi del Parlamento che migliorino il duplice sistema, magari armonizzando gli sbarramenti. Mah: sul punto i partiti sono così divisi che credo altamente improbabile qualunque ulteriore riforma. Berlusconi e la sinistra Pd non vogliono le elezioni adesso, Renzi, Salvini e Grillo reclamano il voto subito. Assisteremo a parecchi balletti.
• Il potere di sciogliere le Camere è del presidente della Repubblica.
Ma Gentiloni sta in piedi grazie all’appoggio del Partito democratico. Come ha ricordato Renzi dopo il voto del referendum: nessun governo può esistere senza il Pd indispensabile alla formazione di qualunque maggioranza. Quindi al segretario, almeno in teoria, basterà, magari dopo una direzione o addirittura un congresso, dare ordine ai suoi di ritirarsi e Gentiloni sarà costretto a salire al Quirinale. Scenari estremi, come quelli di una confluenza di Berlusconi e Renzi in una lista comune per cercare di acchiappare il premio del 40%, appartengono alla fantapolitica, senza contare le scissioni di qua e di là. Si andrà dunque a votare, probabilmente a giugno, con i pezzi posti sulla scacchiera nel modo che conosciamo. Che accadrà se Grillo arriverà primo e non potrà governare perché privo comunque di una maggioranza (e lui, lo ha ribadito ancora ieri, non farà alleanze con nessuno)? E se a destra il tandem Lega-Fratelli d’Italia, gran nemico di Renzi, prevalesse sui moderati di Forza Italia (o come si chiamerà)? L’Europa ci guarda, il debito pubblico sale, il futuro si annuncia più difficile del passato.