La Stampa, TuttoScienze, 25 gennaio 2017
L’ipotermia diventa una cura contro infarti e ictus
Per affrontare il gelo ogni mezzo è lecito: le soluzioni – spesso scontate – rispondono a una primordiale esigenza del corpo, quella di mantenere costante la temperatura per funzionare al meglio. Eppure, nonostante sembri paradossale, le basse temperature possono essere utilizzate in medicina come una vera e propria terapia nella prevenzione dei danni cellulari che si innescano in seguito a infarti, ictus e traumi.
«Abbassare la temperatura per trattare un determinato evento – spiega Matteo Cerri – ricercatore in Neurofisiologia all’Università di Bologna e tra i massimi esperti italiani del settore – prende il nome di “ipotermia terapeutica”. Questa disciplina, in realtà, affonda nel passato, ma è solo di recente che la sua applicazione è diventata routine». Tra i primi ad intuire i benefici del freddo terapeutico fu il generale Larrey, chirurgo di Napoleone durante la campagna di Russia nel 1812. L’osservazione era semplice: i soldati feriti che venivano curati in ambienti riscaldati avevano più probabilità di morire rispetto a quelli che restavano in ambienti più freddi. Il medico notò anche che questi ultimi erano meno soggetti a contrarre infezioni. Risultati che cominciarono ad essere indagati solo dagli Anni 30 del secolo scorso.
«Il concetto che si applica all’ipotermia terapeutica – continua Cerri – è che una riduzione della temperatura innesca una serie di modificazioni, legate alla diminuzione del metabolismo, vale a dire un rallentamento delle reazioni nelle cellule». Diminuirne la velocità è di vitale importanza, soprattutto quando si è in presenza di un danno. Un esempio? Quando, in seguito a un infarto, il cervello non riceve la giusta quantità di ossigeno, i neuroni vanno in sofferenza. «Riducendo però la temperatura – e dunque la richiesta di nutrimento – le cellule cerebrali entrano in un “letargo” che consente loro di limitare i danni e sopravvivere», spiega lo specialista. Diversi studi indicano che ad ogni riduzione di un grado di temperatura corrisponde una diminuzione dell’attività metabolica cerebrale del 7%. È grazie a questa caratteristica che alcune persone, in arresto cardiaco ma esposte a basse temperature che hanno portato il corpo a 17 gradi, sono sopravvissute senza particolari danni.
Partendo da queste evidenze, negli ultimi 15 anni l’ipotermia terapeutica si è diffusa nella pratica clinica e la letteratura scientifica parla chiaro: «Negli ospedali la pratica è usata soprattutto nei pazienti colpiti da arresto cardiaco. Riducendo di due gradi la temperatura è possibile ridurre notevolmente il danno cerebrale. Un successo che sembra essere confermato – gli studi sono in corso – anche in chi è colpito da ictus».
Ma le novità non finiscono qui: se per infarti, ictus e traumi cerebrali il tempo di intervento è tutto, si stanno sviluppando tecnologie in grado di indurre un’ipotermia terapeutica già sul luogo dell’«evento». È il caso della start-up Neuronguard, fondata da Enrico Giuliani e Mary Franzese: perché controllare la temperatura solo in ospedale? «Per iniziare subito il trattamento – spiega Franzese – abbiamo ideato un collare da indossare al momento del primo soccorso che raffredda il collo e il sangue nelle arterie, riducendo così la temperatura del cervello». Testata nei modelli animali, a marzo verrà sperimentata su alcuni volontari.