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 2017  gennaio 25 Mercoledì calendario

La guerra fredda su Trieste. L’ultima missione di Bazoli

«Non ho niente da dire», dice Giovanni Bazoli, classe 1932, presidente emerito di Intesa Sanpaolo, al giornalista dell’agenzia Ansa che chiedeva un suo commento sulla vicenda delle Generali. Un suo ex collaboratore ricorda con malizia che usò più o meno le stesse parole nell’agosto del 2006, entrando nel cda di Banca Intesa che deliberò la fusione con Sanpaolo Imi.
Il fatto è che l’operazione su Generali, per come si sta delineando, appare a tutti gli osservatori come qualcosa che porta la firma dell’uomo che nell’arco di venti anni, partendo dalle macerie del Banco Ambrosiano, ha costruito quella che è la più grande banca italiana. Un manager dell’istituto definisce «una bazolata» la manovra sulle Generali. Una mossa nata dalla testa del Professore, parte di un disegno perseguito con rara coerenza e perseveranza nell’arco di oltre trenta anni, come ha raccontato la cronista Camilla Conti nel suo Gli Orologiai.
Il disegno è quello del grande polo del risparmio degli italiani che nascerebbe da una fusione tra Intesa Sanpaolo e Generali, la più grande banca e la più grande compagnia assicurativa del Paese, con quest’ultima che ha da sola 474 miliardi di asset in gestione. Assicurando la «difesa dell’italianità», argomento molto sentito in tempi di assalti transalpini. Certo, sono passati dieci anni dalla fusione con il Sanpaolo e il vecchio Bazoli non è più quello del 2006. Definirlo vecchio non appaia irriguardoso: «Vale ancora più lui a 85 anni di tanti che sono venuti dopo», dice un altro suo collaboratore. E nelle partite che contano, pur con tutti i distinguo del caso, fa ancora sentire tutto il suo peso. Per chiarimenti su quanto sia il suo peso, citofonare Rcs. Il fatto è che «finché avrà un ufficio e un incarico, Bazoli avrà un peso» dentro la banca, dice un manager dell’istituto. Per dire come abbia interpretato il suo ruolo, basterà ricordare le parole dello stesso Bazoli quando, nell’aprile di un anno fa, lasciò la carica di presidente del consiglio di sorveglianza della banca per diventare appunto il presidente emerito: «Ho reso un servizio».
In questo caso, il servizio sarebbe il mantenimento dell’italianità delle Generali, la tutela del risparmio, la nascita di un grande «campione nazionale» in tempi piuttosto cupi per il Paese e il suo sistema economico. Però, si notava ieri in ambienti finanziari e dell’istituto, ci sono troppe cose che non tornano. La prima è che l’acquisto delle Generali porterebbe per forza di cose uno spezzatino. Ed è difficile presentarsi come campione dell’italianità smembrando le Generali. La seconda è che fino a ieri dentro l’istituto – anche ai piani alti, assicurano diverse fonti – l’attenzione era tutta concentrata sul budget del 2017 e sul mantenimento degli ambiziosi obiettivi di distribuzione dei dividendi ai propri soci. Ecco che allora prende corpo, tra gli osservatori, lo scenario di una manovra da «guerra fredda». La minaccia di una scalata come deterrente ad eventuali scalate altrui – di Axa, in questo caso. «Mostrare che si ha la bomba atomica nel proprio arsenale non vuol dire volerla usare», spiega un banchiere d’investimento.
Potrebbere essere questo il senso di tutta l’operazione? Bloccare eventuali scalate ostili dall’estero minacciando una scalata ostile dall’Italia? Di certo finora da questa cosa ci hanno guadagnato tutti: i soci di Generali con la crescita del titolo, Mediobanca che deve liberarsi di una quota, Intesa Sanpaolo campione dell’italianità. I francesi per ora non si vedono e l’opa su Generali è più cara del 15%. Dopo tanti scontri, per l’ultimo «servizio» reso dal vecchio professore è stato sufficiente schierare le truppe.