Libero, 25 gennaio 2017
«Ci tassano se produciamo di più»
Per il pomodoro italiano da industria il 2016 è stato un anno nero. A soffrire è stato soprattutto il distretto del Nord Italia, che produce la stragrande maggioranza dell’ortaggio, stante i cali produttivi registrati in zone storicamente vocate a questa produzione.
Per il pomodoro italiano da industria coltivato nel Nord Italia i conti si chiudono in profondo rosso. Da un lato il 17% della produzione non è ancora stato saldato dall’industria di trasformazione, dall’altro le quotazioni al campo sono precipitate del 7,4%. Infine gli agricoltori hanno dovuto sborsare 2 euro a tonnellata a titolo di penalità per aver sforato l’obiettivo di produzione previsto dall’accordo con l’industria.
Il tetto concordato al momento di sottoscrivere l’accordo fra produttori e trasformatori era fissato a 2 milioni e 550mila tonnellate per il distretto produttivo settentrionale. Che l’ha sforato di parecchio, arrivando a 2 milioni e 758mila tonnellate di oro rosso ritirato dall’industria. In base all’accordo è scattato l’adeguamento delle quotazioni che comporta la restituzione di due euro a tonnellata.
Il prezzo all’ingrosso dei pomodori, infatti, viene fissato da un accordo bilaterale fra agricoltori e industria che si rinnova di anno in anno, e che stabilisce un tetto massimo di produzione suddiviso fra distretto agricolo settentrionale e distretto meridionale. I produttori del Sud, nell’ultima campagna, non hanno raggiunto l’obiettivo e sono stati sotto del 10% rispetto al tetto fissato. Un segnale che conferma peraltro la caduta produttiva in atto da anni in Puglia e Campania.
Diverso il trend fatto segnare al Settentrione, dove l’extraproduzione ha fatto scendere i prezzi al campo del 7,4% e fatto scattare pure la penalità di 2 euro a tonnellata.
Il prezzo fissato in sede di accordo era pari a 85,20 euro a tonnellata. Già limato a 79 euro nel corso del’ultima campagna per la qualità non eccelsa del raccolto. Su questo valore è scattata poi la penalità di 2 euro che ha portato la quotazione addirittura a 77 euro la tonnellata.
E le organizzazioni dei produttori sono pessimiste anche per la campagna 2017 per la quale si teme di ripetere sia la riduzione produttiva del 6% già registrata l’anno scorso, sia un’ulteriore diminuzione del prezzo all’origine che obbligherebbe molti produttori a lavorare in perdita.
Il paradosso dell’intera vicenda è che alcune industrie di trasformazione che si rifornivano tradizionalmente nei distretti produttivi di Puglia e Campania hanno dovuto rivolgersi agli agricoltori del Settentrione, visto che al Sud, a fronte di un tetto fissato in 2 milioni e 824mila tonnellate, dai campi sono state raccolte soltanto 2 milioni e 625mila tonnellate. Quasi 200mila in meno. Esattamente l’eccedenza registrata al Nord della Penisola.