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 2017  gennaio 23 Lunedì calendario

Lo strano caso del signor Xi Globali sì. Fuori da Pechino

E adesso, dopo che il presidente cinese nonché segretario generale del Partito comunista ha preso d’assalto le menti e i cuori dei signori dell’economia riuniti a Davos, che cosa succederà? Davvero Xi Jinping sarà il faro della globalizzazione e Donald Trump l’alfiere del protezionismo? Scoppierà una guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina che prenderà nel mezzo, in una terra di nessuno, un’Europa disunita?
Xi Jinping aveva deciso di andare a Davos già da mesi, quando ancora un’elezione di Trump sembrava impossibile. Sta giocando una lunga partita per cambiare la governance mondiale riequilibrandola a favore di Pechino. Al World Economic Forum in Svizzera niente giacca alla Mao. Quella la indossa spesso in patria quando vuole riaffermare la sua purezza ideologica di leader della Repubblica popolare cinese.
Comunicazione
A Davos Xi voleva rassicurare una platea preoccupata dallo spettro del protezionismo e di un incombente scontro tra la prima e la seconda economia del mondo. Il leader di Pechino ha compiuto la missione: in 48 minuti di discorso ha citato 23 volte la globalizzazione, seguita sempre dall’aggettivo «economica», perché i valori democratici occidentali sono scomunicati a Pechino. Ha usato comunque toni ispirati, proponendola come fonte di «armonia tra uomo e natura e tra uomo e società». Soprattutto, ha ricordato qualche cifra: dopo lo scoppio della crisi finanziaria internazionale la Cina ha contribuito ogni anno con il 30% alla crescita globale; nei prossimi cinque anni prevede di importare 8 mila miliardi di dollari di prodotti, investirà all’estero 750 miliardi di dollari e i suoi turisti faranno 700 milioni di viaggi nel pianeta. Questo creerà un mercato più grande, farà crescere il capitale e le opportunità di affari per altri Paesi. L’importante è non chiudersi nella «dark room del protezionismo che blocca la luce e l’aria», ha esortato il ri-globalizzatore proponendo di incamminarsi insieme sulla Nuova Via della Seta che lui stesso ha tracciato.
Non è mancata una bella sfumatura di «green economy» per richiamare i governi agli impegni presi nell’accordo di Parigi contro il cambiamento climatico (a Pechino intanto cielo nero per Pm 2,5). E per concludere un «benvenuto a tutti a bordo del treno espresso dello sviluppo cinese».
Klaus Schwab, anima del World Economic Forum, ha riassunto il sentimento dei soci di Davos dicendo che la comunità internazionale guarda a «una leadership cinese responsabile che dia a tutti noi fiducia e stabilità».
E, in effetti, di senso della responsabilità, fiducia e stabilità c’è molto bisogno, anche di fronte alla nuova imprevedibilità della Casa Bianca di Trump che ha minacciato dazi al 45% sull’export cinese e vorrebbe usare come argomento di una rinegoziazione generale con Pechino la questione politica di Taiwan (questa rischierebbe di far sparare i militari, non solo i funzionari delle dogane chiamati a gestire una guerra commerciale).
Nella migliore delle ipotesi ci sarà una bella partita tra il ri-globalizzatore Xi e il ri-negoziatore Trump. Comunque un bazar dove tutti i venditori, cinesi o americani, propongono merce se non proprio adulterata almeno poco fresca.
Strategie
Qualche esempio sul fronte cinese. Libero mercato dice Xi, ma alla vigilia del suo discorso secondo informazioni dell’agenzia Bloomberg alle aziende statali e agli investitori è arrivato il «suggerimento» di comprare titoli e non vendere, per puntellare le Borse a Shanghai e Shenzhen, che da dicembre continuavano a scendere: una piccola operazione di facciata per non creare imbarazzi al leader. Il quale, davanti al gotha dell’economia, ha anche potuto anticipare il risultato del Pil 2016: crescita del 6,7 per cento. Il bureau nazionale di statistiche avrebbe dovuto diffondere il dato a Pechino tre giorni dopo il discorso di Davos, ma siccome nei primi trimestri la crescita ha marciato sempre al 6,7%, perfettamente in linea con la pianificazione centrale, Xi ha fatto il finto indovino. Una serie di +6,7% che ha riacceso i dubbi e i sospetti sulla credibilità delle statistiche cinesi. Accresciuti dal caso del Liaoning, provincia del Nordest, 40 milioni di abitanti, alta densità di acciaierie: il suo governatore Chen Qiufa ha appena rivelato che tra il 2011 e il 2014 i dati finanziari sono stati falsificati con ritocchi del 20% (naturalmente lui è arrivato dopo, nel 2015).
Lo stesso giorno in cui Xi galvanizzava Davos inneggiando al libero mercato, la stampa di Pechino celebrava l’ultimo successo dell’innovazione cinese: i ricercatori di un’industria statale sono riusciti, dopo cinque anni di tentativi finanziati dal governo, a mettere a punto penne a sfera di buona qualità. Finora la tecnologia locale non sapeva produrre bene le punte, per le quali servono macchinari ad alta precisione e sfoglie d’acciaio ultrasottili. Mille tonnellate di queste sfoglie venivano importate ogni anno, una quantità irrilevante per i grandi numeri dell’eccesso di produzione cinese, quindi sintomo di una spinta autarchica, per niente globalizzatrice: «Nei prossimi due anni potremo rimpiazzare le punte importate con il made in China», ha annunciato il Quotidiano del Popolo.
«La Cina non va giudicata giorno per giorno, ricordate che trent’anni fa era isolata, ora è motore del commercio internazionale», assicura, da Davos, Victor Chu, cantonese trapiantato a Hong Kong, consigliere del World Economic Forum e di Chatham House. «La Cina è ancora uno dei più grossi rischi e non è in cima alla lista solo perché gli Stati Uniti sono diventati una fonte d’incertezza», dice l’economista di Harvard Kenneth Rogoff.