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 2017  gennaio 23 Lunedì calendario

Nel nome del figlio. L’eredità di Marco tra la sua Coriano e il team del padre

CORIANO (RIMINI) PAOLO Simoncelli li chiama “i miei bambini”. Sono Tony Arbolino, sedicenne di Garbagnate Milanese, e Tatsuki Suzuki, giapponese di Chiba, 19 anni. A fine marzo esordiranno in Qatar nel mondiale di Moto3 col team Sic 58. La squadra corse allestita da Paolo nel ricordo del figlio, morto il 23 ottobre 2011 sul circuito di Sepang. Marco Simoncelli, il Sic: venerdì scorso avrebbe compiuto 30 anni. «Buon compleanno, Marco. Quel pomeriggio in Malesia te lo avevo promesso: ti riporterò in pista con me, in qualche modo. Di nuovo nel motomondiale».
Sulle fiancate dell’autoarticolato che trasporterà da un circuito all’altro le Honda dei due “bambini”, c’è una grande foto del pilota scomparso. Groviglio di riccioli biondi, il sorriso di sempre. «Perché se n’è andato così: felice. Realizzando il suo sogno. Che è lo stesso di questi ragazzi: correre, correre sempre più forte». Paolo Simoncelli mercoledì presenterà ufficialmente la squadra. Altri 4 giovanissimi parteciperanno ai campionati spagnolo e italiano di velocità. Un’avventura da un paio di milioni di euro, interamente coperti dai contributi degli sponsor: «Mia moglie Rossella ha detto: “Non ti fermerò, ma almeno cerchiamo di non rimetterci troppi soldi”. Il bilancio per ora regge». Lo aiutano Carlo Pernat, il manager, e il giornalista Paolo Beltramo. «Amici straordinari». Dice che Suzuki è proprio forte, potrebbe finire sempre tra i primi 10. Arbolino è fortissimo, però deve ascoltare i consigli. A primavera – aveva ancora 15 anni – a Le Mans è caduto male male. «Dopo mezz’ora lo davano per spacciato. Sono stati momenti difficili, prima che riprendesse conoscenza». Inspira forte. «Troppo spesso, in questo sport, si dimentica che certe cose possono accadere».
Al primo piano, la stanza del figlio è rimasta come allora. «Comprata al Mercatone Uno». Accanto al letto, la Gilera 250 con cui il Sic vinse il mondiale a 21 anni. I poster di Marco alle pareti. «Prima appendeva quelli di Valentino. Poi li ha sostituiti. Forse gli piaceva, aprire gli occhi al mattino e vedersi già in sella». Poi un’urna funeraria. «La gente pensa sia sepolto a Coriano, mica vero. Qualcuno addirittura crede sia sotto il cippo che gli hanno dedicato in paese». Invece il Sic è rimasto nella casa sulle colline riminesi. «Veramente ero io, quello che voleva essere cremato e le ceneri sparse nella vigna. Ma si vede che lassù in cielo hanno sbagliato persona».
È un delitto, che i genitori sopravvivano ai figli. «Ne abbiamo incontrati tanti, di papà e mamme come noi. E di ciarlatani, che promettevano di entrare in contatto con lui nell’aldilà. All’inizio ti aggrappi a qualsiasi cosa». La legna brucia nella stufa della sala. Una cucina semplice e solida, come questa famiglia. Dal piano di sopra scende Kate, che 5 anni fa era la fidanzata di Marco ed è rimasta a vivere qui con Paolo e Rossella. Si occupa della Fondazione. «È come una seconda figlia, è la sorella di Martina. Ora dice che vorrebbe “diventare grande” e andare a vivere da sola: ma qui vicino, così da pranzare sempre insieme». Accanto alla villetta ce n’è un’altra, più piccola: «Un tempo era un pollaio, poi abbiamo costruito. Doveva diventare la casa di Marco e Kate, avevamo appena ordinato la cucina». Un garage, con la Bmw grigia del Sic. Nessun muro esterno è intonacato. Superstizione. «Dicono che dopo che una casa l’hai tirata su e la pitturi di bianco, non ti resta che morire». A metà del viale di ingresso, un cancello. «Siamo stati costretti a metterlo, altrimenti le persone salivano fin qui, giorno e notte. Bussavano ai vetri, volevano salutare e lasciare un fiore, un ricordo». C’è una bella vista sulle colline: in quella di fronte, una lunga gru al lavoro.
Accanto alla chiesa della frazione di Sant’Andrea in Besanigo sta sorgendo un centro disabili interamente finanziato dalla Fondazione dedicata al pilota. «Sarà pronto per la fine dell’anno», spiega Paolo indicando la gru. Orgoglioso. «Piscina, palestra e una casa-famiglia». Lo gestiranno due cooperative. «Abbiamo messo in piedi anche un ospedale nel Caribe, ma era bello fare qualcosa da noi. Marco andava sempre a dare una mano a un’associazione sul Monte Tauro, non voleva si sapesse in giro. Ecco perché». Il centro costerà 2,2 milioni di euro, la maggior parte arrivati col 5 per mille. «Ma anche tanti piccoli, grandi versamenti da ogni parte del mondo: California, Andalusia, Giappone, Argentina. C’è una nonnina che ogni anno manda 58 euro esatti». Dice Paolo che quando c’è di mezzo Marco è sempre più facile: «Lo amavano tutti. E continuano a farlo, è incredibile».
In paese è un pellegrinaggio continuo, da 5 anni. Al museo hanno registrato quasi 50.000 visite, nel 2016. Su due piani, centinaia di oggetti appartenuti al Sic: la prima minimoto che era un bambino, il carretto a ruote la “karatella” – con cui vinse una gara lungo le strade di Coriano, un mese prima di Sepang. Immagini, trofei, la seconda Honda che era pronta al box, il giorno dell’incidente. «La tuta no. L’avevano tagliata in mille pezzi, quando cercavano di riportarlo in vita e io ero dall’altra parte del vetro che vedevo tutto: è stata ricucita, ha voluto tenerla Lino Dainese che l’aveva prodotta. La custodisce in un luogo segreto – lo sappiamo io, lui e un amico – insieme al casco, agli stivali. E a un solo guanto. L’altro non si è mai più trovato». In piazza hanno dedicato un monumento: «Ma non una statua, sarebbe stata troppo fredda». È una specie di grande scarico di moto. «Arde ogni domenica all’imbrunire. Una fiamma che dura 58 secondi».
I “bambini” di Paolo non vedono l’ora di aprire il gas. Tre mesi fa, Arbolino ha vinto una gara a Jerez e lo hanno premiato con lo stesso trofeo vinto dal Sic al primo successo mondiale, nel 2004. «Quel giorno Tony ha vinto con 58 centesimi di distacco»: 58, il numero magico di Marco. «Non può essere una coincidenza. Marco è sempre di mezzo». Tra due mesi in Qatar «sarà un po’ come tornare nel paddock, con lui». Un regalo per il Sic, una promessa mantenuta. «È per questo, che lo faccio. Ma anche perché devo occupare la mente, non voglio impazzire. Perché ho come un pugnale nella schiena e la lama ci gira dentro. Perché dobbiamo tornare a correre. Ed essere felici».